Nella seconda settimana di giugno 2026, la State Administration for Market Regulation (SAMR) di Pechino ha convocato i rappresentanti di Alibaba (Taobao e Tmall), JD.com, Pinduoduo, Douyin e Xiaohongshu per pratiche commerciali scorrette in vista del festival dello shopping 6.18.
L’appuntamento promozionale di metà anno che, insieme al Singles’ Day di novembre, è il principale evento dell’e-commerce cinese, con centinaia di milioni di consumatori alla ricerca di offerte.
La mossa è figlia di una nuova stagione di azioni regolatorie di Pechino contro le grandi piattaforme cinesi. Non un nuovo crackdown, ma il segnale di un riallineamento strutturale delle priorità di Pechino.
Da un lato, la Cina disciplina la competizione interna, sussidi opachi, guerre di prezzo involutive.
Dall’altro, protegge l’intelligenza artificiale come infrastruttura sovrana, secondo una traiettoria che il blocco dell’acquisizione di Manus da parte di Meta aveva già reso visibile. Il rischio, però, è che una stretta troppo aggressiva raffreddi proprio l’ecosistema che intende difendere.
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La convocazione della SAMR sulle piattaforme cinesi
Il meccanismo contestato è questo. Tutte le principali piattaforme avevano lanciato campagne pubblicitarie in cui promettevano ai consumatori sussidi da 10 miliardi di yuan, l’equivalente di circa 1,4 miliardi di dollari, sotto forma di sconti e promozioni. Ma nessuna ha rivelato quanto di quella cifra fosse effettivamente finanziato dalla piattaforma e quanto fosse invece scaricato sui merchant, i commercianti che vendono attraverso la piattaforma. In pratica, le piattaforme annunciavano sconti miliardari ai consumatori, ma in molti casi erano i venditori a pagarne il costo, spesso senza averlo negoziato. Come ha osservato Liu Xiaochun, direttore del Centro di ricerca sulle regole di Internet dell’Accademia cinese delle scienze sociali, il risultato è un doppio vincolo per i merchant, nessun traffico se non abbassano i prezzi, perdite se lo fanno.Le azioni quotate a Hong Kong hanno reagito immediatamente, Alibaba ha perso il 5,4% in una singola seduta, portando il calo da inizio anno a quasi il 25%.
Le azioni regolatorie del 12 giugno
Ma la giornata del 12 giugno non si è fermata all’e-commerce, almeno quattro azioni regolatorie si sono sovrapposte nella stessa giornata: la SAMR e la Cyberspace Administration of China (CAC) hanno convocato sette piattaforme di viaggio, tra cui Ctrip, Qunar e Meituan, per pratiche irregolari nella biglietteria; è stata aperta un’indagine su J&T Express, operatore logistico del sud-est asiatico attivo in Cina, per problemi di sicurezza; trenta app sono state segnalate per carenze sulla privacy; e alcuni produttori di auto sono stati messi in guardia per pratiche di competizione irrazionale. Un’intensità di interventi simultanei che inevitabilmente evoca una domanda: siamo di fronte a un nuovo crackdown?
La memoria del crackdown tech del 2021
Per capire perché la domanda sia così sensibile, bisogna guardare indietro. La stagione regolatoria del 2021 resta il trauma non risolto dell’ecosistema tech cinese. Si aprì a novembre 2020, quando le autorità bloccarono a 48 ore dal debutto l’offerta pubblica iniziale (IPO) di Ant Group, il braccio fintech di Alibaba fondato da Jack Ma, che sarebbe stata la più grande IPO della storia con una valutazione attesa di oltre 300 miliardi di dollari. Seguì un’ondata di interventi che colpì in sequenza l’e-commerce con una multa record da 18,2 miliardi di yuan ad Alibaba per abuso di posizione dominante, il ride-hailing, con una indagine su Didi Global, la principale piattaforma cinese di trasporto su richiesta, pochi giorni dopo la quotazione a New York nel giugno 2021, seguita dal delisting forzato. Sul fronte edtech, ci fu il divieto di profitto per il settore del tutoring privato, un’industria che valeva decine di miliardi di dollari e che fu sostanzialmente azzerata per decreto. Nel gaming ci furono le restrizioni sull’accesso dei minori ai videogiochi online, con congelamento delle licenze che colpì Tencent e NetEase e il fintech. La capitalizzazione complessiva del settore tech cinese perse oltre mille miliardi di dollari in pochi mesi, l’investimento estero si contrasse drasticamente e la fiducia degli imprenditori subì un danno che, a distanza di cinque anni, non si è ancora pienamente riassorbito.
Non un nuovo crackdown, ma la fine dell’auto-restrizione
La risposta degli analisti, però, è no. Secondo Christopher Beddor e Tilly Zhang di Gavekal Dragonomics, società di ricerca macroeconomica specializzata sull’Asia, l’inasprimento regolatorio inaugurato nel 2021 non è mai davvero terminato. L’ambiente è diventato permanentemente più restrittivo. Ciò che è cambiato, semmai, è che dopo il crollo dei mercati e della fiducia le agenzie si erano imposte una cautela operativa, evitare di colpire pubblicamente le singole imprese per non aggravare il danno. Quella cautela, ora, si sta esaurendo. Il contesto macro lo consente. Pechino ha fissato un target di crescita più flessibile per il 2026, una forchetta del 4,5–5% anziché un obiettivo puntuale, spostando le priorità verso aggiustamenti strutturali: lotta ai monopoli, contrasto alle guerre di prezzo involutive, quella dinamica che la stampa cinese chiama anti-involution, il ciclo autodistruttivo in cui le piattaforme competono abbassando i prezzi fino a erodere i margini propri e dei merchant, il tutto finalizzato alla costruzione di un mercato nazionale unificato. Inoltre, i regolatori hanno occasionalmente agito anche contro imprese statali, segnalando un approccio più equilibrato rispetto alla percezione di una stretta mirata solo al settore privato.
Alibaba tra regolazione, cloud e intelligenza artificiale
Alibaba, peraltro, non sconta solo la pressione regolatoria. Come osservano gli analisti di Jefferies, banca d’affari statunitense, il titolo era già sotto stress per i timori che il business cloud del gruppo, uno dei pilastri della sua strategia di diversificazione, possa non beneficiare del piano infrastrutturale cinese per data center da circa 2.000 miliardi di renminbi (RMB). A pesare sono anche i tagli di prezzo annunciati da DeepSeek, la startup cinese il cui modello open-source ha scosso i mercati a inizio 2025 dimostrando che prestazioni competitive potevano essere ottenute a costi radicalmente inferiori, e le indiscrezioni su possibili riduzioni da parte di OpenAI sui mercati internazionali.
La pressione sui prezzi non è congiunturale. Come avevamo analizzato, l’asimmetria di costo tra modelli cinesi e americani è ormai strutturale: DeepSeek V4-Flash offre accesso API a un prezzo da 35 a 100 volte inferiore rispetto ai concorrenti occidentali, e il modello è stato addestrato interamente su chip Huawei Ascend, senza ricorrere a hardware Nvidia. Per il business cloud di Alibaba, il rischio non è solo la regolazione ma la compressione dei margini in un mercato in cui l’inferenza AI sta diventando una commodity. C’è un’ironia che merita di essere colta: Pechino combatte l’involution nell’e-commerce ma beneficia dell’involution che i suoi campioni AI stanno esportando sul mercato globale dei modelli.
In altre parole, Alibaba si trova al punto di intersezione tra due pressioni simultanee, la disciplina regolatoria sul fronte e-commerce e la compressione competitiva sul fronte AI e cloud. Un crocevia che dice molto su dove si stia dirigendo l’intero ecosistema.
Due fronti della strategia tecnologica cinese
Il quadro che emerge non è episodico. Queste azioni si inseriscono in un riallineamento più profondo delle priorità di Pechino, in cui disciplina interna del mercato e sovranità tecnologica esterna sono diventate due facce della stessa strategia. Sul fronte interno, la Cina disciplina la competizione autodistruttiva tra piattaforme. Sul fronte esterno, protegge l’intelligenza artificiale come infrastruttura geopolitica.
Questa seconda dimensione era già pienamente visibile nel blocco dell’acquisizione di Manus da parte di Meta, imposto ad aprile 2026 dalla National Development and Reform Commission (NDRC). In quell’occasione, la Cina ha trattato una startup specializzata in AI agentica, sistemi capaci di svolgere compiti complessi e multi-step in autonomia, non come un’operazione di mercato, ma come un dossier di sicurezza nazionale. Manus era nata in Cina, si era trasferita a Singapore, era stata acquisita da Meta per una cifra stimata tra i 2 e i 3 miliardi di dollari. La NDRC ha ordinato lo smontaggio dell’operazione con una dichiarazione di una sola riga. I co-fondatori sono stati convocati a Pechino e gli è stato vietato di lasciare il Paese.
Il punto che emergeva da quell’analisi, e che le azioni di questa settimana confermano, è che la sovranità tecnologica cinese ha cambiato perimetro. Non riguarda più soltanto chip, export control e infrastrutture computazionali. Riguarda anche il capitale, i team, la proprietà intellettuale, i percorsi di internazionalizzazione delle startup. Nel caso Manus, il capitale è stato riletto come vettore di influenza strategica, anche una partecipazione minoritaria può portare diritti informativi, accesso a roadmap tecnologiche, capacità di orientare partnership e possibilità di preparare exit future. La NDRC ha inoltre dato indicazione a diverse importanti aziende tech, tra cui Moonshot AI, StepFun e ByteDance, di rifiutare capitali statunitensi senza approvazione governativa.
Il concetto che allora definimmo come sovranità di origine, l’idea che una startup cresciuta in Cina non possa diventare non cinese semplicemente cambiando holding o trasferendo il team a Singapore, trova oggi una corrispondenza speculare nella disciplina interna: così come Pechino rivendica il controllo sull’uscita delle tecnologie dal Paese, allo stesso modo interviene sulle dinamiche competitive che ne erodono il valore dall’interno.
Il paradosso irrisolto della regolazione tech cinese
Il rischio, però, è simmetrico su entrambi i fronti, una stretta troppo aggressiva protegge gli asset esistenti ma può spingere chi crea valore a muoversi prima, a nascere direttamente fuori dall’ecosistema cinese. Il dato sull’investimento privato a −5,2% nei primi quattro mesi del 2026, il quinto anno consecutivo di contrazione, ne è il segnale più chiaro.
Come osserva Zhu Tian, economista e vicepresidente della China Europe International Business School (CEIBS), le regole devono essere chiare perché le imprese sappiano cosa è consentito e cosa no, senza violazioni involontarie e le imprese devono avere pieno diritto di difendersi quando sono oggetto di un intervento. È il paradosso di ogni sovranità tecnologica rigida, più cerchi di trattenere il valore, più puoi incentivare chi lo crea ad andarsene. La Cina vuole disciplinare il mercato senza soffocare chi lo anima, proteggere l’AI senza trasformare questa protezione in un segnale di sfiducia verso gli imprenditori, combattere l’involution nell’e-commerce mentre i suoi campioni AI la praticano sui mercati globali. Nessuna delle azioni di questa settimana dimostra che quell’equilibrio sia stato trovato.















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