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Autonomia tecnologica e cyber risk: la visione di un’azienda italiana



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La sovranità digitale europea non può limitarsi alla regolazione: senza una reale capacità di presidiare infrastrutture, tecnologie e capitali, l’Europa rischia di continuare a dipendere da attori extra UE per componenti essenziali della propria economia digitale. La visione di Veronica Leonardi, CMO & Board Member di Cyberoo

Pubblicato il 19 giu 2026

Marco Schiaffino

Giornalista Nextwork360



Sportello unico nazionale dati protetti; resilienza infrastrutture critiche; privacy e AI
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La nuova fase dei rapporti transatlantici, segnata dalle tensioni politiche e strategiche degli ultimi anni, ha riportato al centro del dibattito europeo un tema cruciale: la sovranità digitale. Un’esigenza che, secondo Veronica Leonardi, CMO & Board Member di Cyberoo, affonda le sue radici ben prima dell’attuale scenario geopolitico.

Leonardi invita a ridimensionare quello che viene spesso definito come “effetto Trump”. “Le prime frizioni tra USA ed Europa trovano origine già nella crisi finanziaria del 2008” osserva, sottolineando come l’ex presidente statunitense abbia piuttosto reso più evidente una dinamica già in atto. Tuttavia, il risultato per l’Europa è stato uno shock: “Le prese di posizione dell’amministrazione USA hanno reso evidente che siamo completamente dipendenti da un punto di vista tecnologico da Paesi extra UE e, in particolare, dagli Stati Uniti”.

Autonomia tecnologica e cyber risk: la visione di un’azienda italiana

Dipendenza Europa-USA: non solo tecnologia

Una dipendenza, quella dell’Europa nei confronti degli Stati Uniti, che non è solo tecnologica ma profondamente economica e strategica. “Il digitale è la linfa che ci permette di avere una manifattura e dei servizi innovativi e competitivi” spiega Leonardi. Senza un controllo diretto delle tecnologie chiave, il rischio è quello di compromettere la capacità stessa dell’economia europea di funzionare e crescere.

Negli ultimi anni, sottolinea Leonardi, l’Europa ha cercato di rispondere soprattutto sul piano normativo. Ma questo approccio non è sufficiente. “La sovranità digitale non esiste senza un controllo e il potere delle infrastrutture stesse. Diversamente, stiamo semplicemente regolando la nostra dipendenza”. Il problema, evidenzia, riguarda l’intera filiera tecnologica: infrastrutture, applicativi, materie prime e capitali.

Raggiungere una reale autonomia digitale è dunque un percorso complesso, ma non irrealizzabile. “È fondamentale e non impossibile” afferma Leonardi, indicando la necessità di una roadmap chiara che parta dall’identificazione delle priorità e punti a differenziare il rischio investendo in aziende che sviluppano tecnologie e infrastrutture europee.

Prossimità e stabilità geopolitica

Accanto al tema della dipendenza tecnologica, emerge un altro fattore sempre più rilevante: la prossimità. In un contesto geopolitico segnato da instabilità, conflitti e tensioni commerciali, poter contare su fornitori vicini, inseriti nello stesso perimetro normativo e culturale, diventa un elemento di resilienza strategica. “La sicurezza digitale non può prescindere da quella geopolitica” osserva Leonardi. Affidare componenti critiche a soggetti lontani, operanti in contesti regolatori e politici differenti, espone imprese e istituzioni europee a rischi difficilmente governabili.

La prossimità non è solo geografica, ma anche operativa e relazionale: significa avere interlocutori accessibili, comprensione del contesto locale e capacità di intervenire rapidamente quando serve. In quest’ottica, investire in tecnologie e servizi europei non è una scelta ideologica, ma una decisione pragmatica orientata alla stabilità, alla continuità operativa e alla riduzione del rischio sistemico.

Lavorare sulla mentalità imprenditoriale e sugli investimenti

Un nodo centrale resta quello degli investimenti. Il divario con gli Stati Uniti, secondo la Board Member di Cyberoo, è in gran parte culturale e strutturale. “Il sistema finanziario statunitense è molto più propenso al rischio – spiega – mentre quello europeo tende a essere più restrittivo e restio a esporsi. Questo limita la capacità di far crescere nuove imprese innovative”.

Eppure, l’Europa dispone di un grande potenziale: il risparmio privato. “Spesso viene indirizzato verso i mercati statunitensi” osserva Leonardi, suggerendo invece come sarebbe opportuno canalizzarlo verso lo sviluppo di imprese europee. Ma per arrivare a questo serve anche un cambio di paradigma: meno logiche speculative e più visione strategica. “Non un investimento con l’obiettivo di monetizzare attraverso un’exit in 5 anni, ma un impegno di lungo termine capace di creare asset strategici”.

In questo scenario, la cybersicurezza emerge come uno dei settori più promettenti per avviare un percorso concreto verso la sovranità digitale. “Credo che il settore in cui operiamo possa essere uno dei più rilevanti” afferma Leonardi, individuando due motivi principali. Da un lato, il fatto che l’Europa può già contare su startup, scaleup e PMI che portano innovazione. Dall’altro, la considerazione riguardante il fatto che si tratta di un ambito meno “capital intensive” rispetto ad altri, come il cloud o le infrastrutture. “Questo ci permette di cominciare a differenziarci con più agilità e rapidità” sottolinea. Non si tratta di un percorso semplice, ma più accessibile rispetto ad altri segmenti tecnologici.

Per Leonardi, la cybersecurity può dunque rappresentare il punto di partenza di una trasformazione più ampia. “Può fare da traino a questa roadmap che vede la digitalizzazione cambiare e che ci permetta di riappropriarci della nostra sovranità” conclude. Una sfida sistemica, che richiede visione, investimenti e, soprattutto, una nuova consapevolezza strategica da parte dell’Europa.

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