Quando si parla di crescita dei data center in Italia, il dibattito si concentra quasi sempre sul risolvere la gestione della capacità di calcolo. In realtà la vera sfida riguarda soprattutto le infrastrutture necessarie per alimentare la potenza elaborativa. L’espansione dei servizi digitali e l’arrivo dei workload AI stanno aumentando anche la densità energetica dei data center, portando la domanda di elettrificazione, raffreddamento e resilienza al centro delle strategie di sviluppo digitale del Paese. A descriverne le implicazioni è Vincenzo Velardi, Infrastructure & Data Center Segment Manager di ABB Electrification Italia, Business Unit del Gruppo ABB, realtà internazionale specializzata in elettrificazione e automazione, con circa 110.000 dipendenti e una presenza consolidata nei settori dell’energia, delle infrastrutture, dei trasporti e dell’industria.
“Da qui ai prossimi anni dovremo alimentare delle vere e proprie fabbriche di calcolo per l’AI – racconta Velardi -, capaci di sostenere carichi di lavoro che non hanno paragoni con quelli delle infrastrutture digitali tradizionali. Per capire l’entità del fenomeno bastano due numeri. Nel 2025 in Italia sono stati installati 609 MW di capacità per data center, con investimenti stimati nel triennio 2023-2025 di oltre 10 miliardi di euro. Entro il 2028 la previsione supera il gigawatt di potenza IT installata. Questo passaggio di scala dal megawatt al gigawatt porta i sistemi elettrici e di raffreddamento oltre limiti mai raggiunti prima, con implicazioni che riguardano imprese, pubbliche amministrazioni, università, ospedali e utility”.
Indice degli argomenti
Obsolescenza e sottodimensionamento delle infrastrutture digitali della PA
Il punto di attenzione è che le sale server della PA locale e centrale sono l’eredità di decenni di informatizzazione progressiva e sono state progettate per esigenze profondamente diverse da quelle richieste oggi dall’AI economy. L’evoluzione delle smart city e di servizi pubblici sempre più digitali e data-driven richiederà nei prossimi anni capacità infrastrutturali molto superiori.
“I data center della PA sono spesso piccoli, realizzati con logiche abitudinarie e con poca attenzione all’evoluzione tecnologica – osserva Velardi -. In molti casi vengono finanziati all’interno di progetti PNRR più ampi, dove la voce infrastruttura IT è nascosta tra le altre voci di spesa e non viene valutata con i criteri con cui si valuterebbe un investimento industriale. Il risultato è che si continua a replicare un modello che non regge: sale server sottodimensionate, inefficienti dal punto di vista energetico, incapaci di supportare i carichi di lavoro dell’evoluzione digitale”.
Una criticità del sistema Italia è che rete elettrica locale non sempre dispone della capacità necessaria a rispondere alle variazioni sempre più rapide della domanda di energia dei data center. Da qui l’aumento delle richieste di connessione e dei tempi di attesa.
“I data center sono sempre stati infrastrutture energivore – prosegue Velardi -. Con l’AI, carichi sempre più elevati e volatili mettono sotto stress i sistemi elettrici in modi che le architetture tradizionali non erano state progettate per gestire. Le richieste di allacciamento che confluiscono su Terna sono in forte crescita, ma le infrastrutture disponibili non riescono a soddisfarle tutte. Servono sistemi di distribuzione e gestione più sofisticati. Il risultato è che energia e digitale non sono più due temi separati. Questo è il motivo per cui veniamo coinvolti sempre più spesso fin dalle prime fasi di progettazione, quando si definiscono architettura, capacità, tempi di realizzazione e possibilità di crescita futura. Non siamo più il fornitore chiamato a valle del progetto: siamo consulenti e partner nella progettazione dell’infrastruttura energetica necessaria ad alimentare i data center realizzati da qui ai prossimi anni“.
Resilienza digitale è resilienza energetica
Un altro aspetto da considerare è che nessun servizio digitale può essere disponibile, sicuro o resiliente se non lo è anche l’infrastruttura energetica che lo alimenta. Ospedali, università, utility ed enti locali dipendono da un livello di affidabilità energetica che raramente viene inserito nei piani di rischio e nei capitolati di gara.
“In un’economia digitale, un’interruzione non pianificata non è un inconveniente tecnico: è un’interruzione di servizio pubblico – racconta Velardi -. Nei data center ridondanza energetica è un aspetto fondante: ci sono sempre due rami di alimentazione, poi la ridondanza dei due rami e poi la ridondanza delle ridondanze. Tutti i nostri sistemi sono sensorizzati e integrati: dialogano tra loro e monitorano continuamente assorbimenti energetici, condizioni operative e stato di usura delle apparecchiature. I nostri servizi di telemetria consentono di individuare tempestivamente anomalie e segnali di degrado. Su queste informazioni realizziamo modelli di manutenzione predittiva e protocolli di intervento che consentono di pianificare attività di manutenzione e sostituzione prima che un problema abbia un impatto sull’operatività, allungando così anche il ciclo di vita degli apparati”.
Territorio, spazio e densità: la nuova geografia dei data center
Lo sviluppo dei data center in Italia è anche una questione territoriale. Nelle aree dove si concentra la domanda di capacità elaborativa, la disponibilità di spazi edificabili sta progressivamente diminuendo. Se fino a pochi anni fa era possibile realizzare nuove infrastrutture su aree libere (modello greenfield), oggi sempre più progetti nascono dalla riconversione di aree industriali e urbane esistenti (modello brownfield).
“Negli Stati Uniti il problema è meno evidente perché la disponibilità di spazio è molto maggiore – osserva Velardi -. Pensiamo all’area metropolitana di Milano dove il vincolo strutturale è notevole. Il paradosso è che continuiamo a concentrare quantità sempre maggiori di potenza all’interno di spazi ridotti, mentre all’esterno cresce la necessità di infrastrutture dedicate all’alimentazione elettrica, al raffreddamento e alla gestione di questi carichi”.
Modularità e prefabbricazione: la velocità diventa un vantaggio competitivo
A livello costruttivo, la crescita dei data center in Italia sta orientandosi verso modelli basati su sistemi prefabbricati, preingegnerizzati e modulari, in grado di ridurre i tempi di installazione, standardizzare i processi e rendere più prevedibili costi e tempistiche di progetto.
“Per i grandi impianti sviluppiamo sistemi di alimentazione modulari (media tensione, bassa tensione e UPS) assemblati e collaudati in fabbrica e installabili in modalità plug and play – prosegue Velardi -. Per i contesti brownfield e per chi deve modernizzare infrastrutture esistenti, invece, proponiamo soluzioni containerizzate che integrano alimentazione, connettività e raffreddamento in spazi contenuti. La stessa logica vale anche per shelter e micro-data center pensati per modernizzare i CED esistenti e portare soluzioni di alimentazione e raffreddamento pre-testati e ottimizzati, vicino ai luoghi di utilizzo. Sono soluzioni plug and play: arrivano già assemblate e vengono semplicemente collegate alla sala macchine. Il vantaggio della modularità non riguarda soltanto la velocità: significa poter adattare l’infrastruttura energetica ai vincoli reali del territorio, ovvero spazio disponibile, caratteristiche della rete locale, requisiti di continuità operativa e profili di carico, riducendo al tempo stesso complessità progettuale, tempi di realizzazione e di consegna“.
Data center in Italia: le architetture elettriche come prerequisito dell’AI economy
Dal punto di vista tecnico, la conversione tra corrente alternata e continua comporta perdite energetiche, produzione di calore e componenti aggiuntivi che occupano spazio. ABB investe circa il 40% delle proprie risorse di ricerca e sviluppo nell’elettrificazione dei dati center di nuova generazione, con l’obiettivo di ripensare il modo in cui l’energia viene distribuita dal grid al chip. Non è un dettaglio tecnico: è una delle leve principali per rendere sostenibile la crescita dei data center in Italia a livello di sistema Paese.
“Insieme a NVIDIA stiamo lavorando su architetture di alimentazione in corrente continua ad alta tensione – spiega Velardi -. L’obiettivo è ridurre il numero di conversioni elettriche necessarie per alimentare i carichi AI, migliorare l’efficienza energetica e rendere più semplice la distribuzione di grandi quantità di potenza. È la stessa logica che ha guidato lo sviluppo di HiPerGuard, il nostro UPS che opera direttamente in media tensione fino a 24kV, eliminando uno stadio di trasformazione intero. Le architetture a 800 VDC (Voltage Direct Current – corrente continua ad alta tensione NdR) rappresentano il passo successivo: consentono di trasportare più potenza con minori perdite e di ottimizzare l’utilizzo dello spazio disponibile“.
Data center in Italia: la competizione si gioca sulle condizioni di sistema
L’Italia dispone da tempo di competenze progettuali, ingegneristiche e realizzative di alto livello nella costruzione e gestione dei data center. La crescita della domanda sta attirando l’interesse di operatori internazionali, hyperscaler e grandi investitori. La partita, però, non si gioca sulla qualità delle tecnologie disponibili: si gioca sulla capacità del sistema Paese di creare le condizioni necessarie per attrarre e trattenere questi investimenti: disponibilità energetica, velocità autorizzativa, certezza dei tempi.
“Oggi i nostri vicini, in particolare la Spagna, sono molto più competitivi di noi – osserva il manager -: quando noi attraiamo 10 milioni di euro da un grande investitore, loro ne attraggono otto o dieci volte tanto. Non è una questione di tecnologie migliori, ma di scelte di sistema sulla disponibilità energetica, sulla velocità autorizzativa e sulla certezza dei tempi. A noi manca ancora una politica industriale capace di creare le condizioni necessarie per attrarre e realizzare nuovi investimenti infrastrutturali”.
Articolo realizzato in partnership con ABB Electrification Italia













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