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Cybersecurity in azienda, i 4 errori che aumentano il rischio



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Molte organizzazioni investono in strumenti di sicurezza informatica, ma continuano a commettere errori ricorrenti nella gestione della cybersecurity. Dal ruolo dell’IT al fattore umano, dagli aggiornamenti all’incident response, ecco le criticità più comuni che possono indebolire la protezione aziendale

Pubblicato il 29 lug 2026

Alberto Castagnetti

Team Leader Defensive Security Errevi System



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In un contesto in cui la trasformazione digitale accelera e le minacce informatiche diventano sempre più sofisticate, la cybersecurity diventa una vera e propria priorità strategica per le aziende. Eppure, nonostante la crescente consapevolezza, molte organizzazioni continuano a commettere errori ricorrenti che ne indeboliscono la capacità di prevenire, rilevare e rispondere agli attacchi.

Dal nostro punto di vista, questi sono i 4 più comuni:

Pensare che la cybersecurity sia solo un problema dell’IT

È una convinzione diffusa, e comprensibile: i firewall, gli antivirus, i backup — tutto sembra materia da reparto IT. Ma questa visione a compartimenti stagni è uno dei principali punti di vulnerabilità delle aziende moderne.

La realtà è che il sistema più protetto al mondo può essere compromesso da un singolo click sbagliato. Basta una password scritta su un post-it, un file condiviso via email per risparmiare tempo, o una credenziale digitata frettolosamente su una rete non sicura. Dietro ognuno di questi gesti c’è spesso la stessa giustificazione: “presto che è tardi”. La velocità e la comodità diventano nemici silenziosi della sicurezza.

L’approccio più efficace è quello ispirato al principio Zero Trust: non fidarsi mai per impostazione predefinita, verificare sempre. Ma applicarlo davvero significa portarlo fuori dal perimetro IT e farlo diventare un modo di pensare condiviso — dal management fino alle operations. Non si tratta di “ingessare” i processi aziendali, ma di aggiungere una domanda in più nel flusso quotidiano di lavoro: “Quello che sto facendo è corretto, ma è anche sicuro?”

Consigliamo sempre ai nostri clienti di integrare la cybersecurity nella governance aziendale, coinvolgendo HR, compliance e i responsabili di ogni business unit, evitando di delegare la sicurezza a chi “fa i miracoli in IT” e iniziare a costruire un’organizzazione davvero resiliente. Superare la logica dei compartimenti stagni e creare sinergie tra le business unit — condividendo idee, progetti e processi — permette di rafforzare concretamente la protezione delle informazioni.

Sottovalutare il fattore umano

La tecnologia protegge i perimetri, ma le persone rimangono il vettore d’attacco più sfruttato. Phishing, social engineering, impersonificazione: la maggior parte degli incidenti informatici ha origine da un errore umano, spesso involontario. Investire in strumenti di sicurezza senza investire nella formazione delle persone è come costruire un castello con porte blindate e lasciare le finestre aperte.

Oggi non è più sufficiente dire “mettete una password complessa”. Le minacce sono diventate più sottili e convincenti: un’email con un errore di battitura quasi impercettibile, un URL “simile” a quello ufficiale, una telefonata dal tono autorevole che chiede una conferma urgente, così come un post-it scarabocchiato. In un’epoca in cui riceviamo centinaia di messaggi al giorno, è facile giustificare una svista — e proprio da quella svista può nascere un incidente serio.

Le aziende che investono in campagne formative continue — simulazioni di phishing, sessioni di sensibilizzazione, aggiornamenti periodici sulle nuove tecniche di attacco — riducono significativamente la loro esposizione al rischio. E c’è un effetto collaterale positivo: le competenze acquisite aiutano le persone anche nella vita privata, non solo in quella professionale.

Non aggiornare infrastrutture e sistemi

“Se funziona non toccarlo.” È un vecchio adagio, e in certi contesti ha anche una sua saggezza. Ma in ambito di sicurezza informatica può diventare pericoloso.

Sistemi operativi vetusti, software non aggiornati, server dimenticati in un angolo del datacenter: ognuno di questi elementi è un potenziale punto d’ingresso per un attacco. Gli aggiornamenti esistono proprio per questo — non sono un optional, ma una risposta a falle di sicurezza reali, identificate e documentate. La metafora è quasi letterale: Achille era invincibile, ma gli costò caro andare in guerra con i sandali — una calzatura apparentemente senza difetti, finché qualcuno non trova il punto giusto dove colpire. Un sistema ben progettato e mai aggiornato è esattamente così — robusto in apparenza, vulnerabile in un punto preciso che qualcuno, prima o poi, troverà.

Pianificare un ciclo di aggiornamenti regolare non è un’operazione banale, soprattutto quando si tratta di garantire la continuità operativa. Ma è un investimento necessario per ridurre la superficie d’attacco e proteggere le informazioni aziendali nel tempo. La resilienza di un’infrastruttura non si misura solo dalla sua solidità iniziale, ma dalla capacità di mantenersi aggiornata rispetto alle minacce che evolvono.

Adottare un approccio reattivo invece che preventivo

È corretto e sacrosanto che molte aziende investano nella prevenzione — firewall, backup, antivirus, sistemi di monitoraggio — segno di una maturità di sicurezza informatica tutt’altro che scontata. Eppure spesso trascurano una domanda fondamentale: cosa facciamo quando, nonostante tutto, qualcosa va storto?

Nessun sistema è sicuro al 100%. Le minacce evolvono, le vulnerabilità emergono, e prima o poi ogni organizzazione si troverà a gestire un incidente. La differenza tra chi ne esce velocemente e chi subisce danni prolungati non sta solo negli strumenti di difesa, ma nella capacità di risposta.

Avere un piano di incident response non significa ammettere la sconfitta in anticipo: significa essere strutturati, professionali e lucidi nella gestione del rischio. Un buon piano risponde a domande concrete — chi viene coinvolto? Quali decisioni vanno prese, e da chi? Come si garantisce la continuità operativa? Come si ripristinano dati affidabili nel minor tempo possibile?

La tecnologia può fare molto: integrare i sistemi di sicurezza tra loro, farli comunicare per innescare meccanismi automatici di “azione-reazione”, segnalare anomalie in tempo reale, aumenta notevolmente la protezione delle informazioni ed è un tema su cui vale la pena investire con continuità, anche per massimizzare il valore degli strumenti già adottati. Ma da sola non basta. Un piano di risposta efficace è fatto di tre elementi inscindibili:

a. Tecnologia — gli strumenti integrati che permettono di rilevare, contenere e analizzare un attacco.

b. Processi — i passaggi chiari e documentati da seguire in una situazione di crisi, quando il momento può offuscare anche il pensiero più lucido.

c. Persone — un team multidisciplinare, identificato preventivamente, che copra tutti gli ambiti aziendali coinvolti e possa prendere decisioni rapide e coordinate.

E tutto questo va costruito prima — quando l’azienda vive la quotidianità produttiva, non nel mezzo di un’emergenza. Studiare un piano di reazione non significa concentrarsi sull’impedire un attacco a tutti i costi, ma sapere sempre come tornare operativi, con dati affidabili, nel minor tempo possibile.

La cybersecurity è un tema che attraversa ogni livello aziendale. Non è una questione da delegare, né un problema che si risolve con un solo acquisto tecnologico. È un percorso continuo, fatto di cultura, formazione, processi e strumenti — tutti allineati verso lo stesso obiettivo: un’organizzazione capace di operare in sicurezza, anche quando qualcosa va storto. Riconoscere questi quattro errori è il primo passo. Il secondo è decidere di fare qualcosa, adesso, prima che sia necessario farlo in emergenza.

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