la guida

Identità digitale decentralizzata: cos’è e come funziona la SSI



Indirizzo copiato

L’identità digitale decentralizzata promette di restituire agli utenti maggiore controllo sui dati personali attraverso wallet, credenziali verificabili e condivisione selettiva delle informazioni. Il modello apre nuove opportunità per cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni, ma solleva questioni decisive

Pubblicato il 6 ago 2026

Federico Pecoraro

CEO Chainblock



video-recruiting
AI Questions Icon
Chiedi all'AI
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti


Ogni volta che una persona apre un conto corrente, accede a un portale della pubblica amministrazione, si iscrive a un’università, richiede un certificato, noleggia un’auto o dimostra la propria età online, lascia frammenti della propria identità in banche dati differenti. Nome, data di nascita, indirizzo, titoli di studio, credenziali di accesso, documenti, fotografie, storico delle transazioni e informazioni biometriche vengono raccolti e gestiti da soggetti diversi.

Il modello dominante è centralizzato: una piattaforma, un ente pubblico, una banca o un provider tecnologico conserva le informazioni e stabilisce come l’utente possa accedere ai servizi. Questo assetto ha semplificato molte procedure digitali, ma ha anche aumentato il numero di intermediari che raccolgono e trattano dati personali, moltiplicando i punti di rischio e riducendo il controllo effettivo dei cittadini sulle proprie informazioni. La Self Sovereign Identity, spesso abbreviata in SSI, propone un paradigma differente.

Come funziona la Self Sovereign Identity

L’idea è che l’identità digitale non debba essere posseduta o controllata esclusivamente dalle grandi piattaforme o dai singoli enti che erogano servizi, ma debba restare nella disponibilità della persona. L’utente dovrebbe poter conservare le proprie credenziali digitali in un wallet, scegliere quali dati condividere e dimostrare determinate caratteristiche senza dover consegnare ogni volta l’intero set di informazioni personali.

Non si tratta di un concetto puramente teorico. L’evoluzione normativa europea sull’identità digitale, il Regolamento eIDAS 2.0 e lo sviluppo dell’European Digital Identity Wallet stanno avvicinando il tema a cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni. Tuttavia, la promessa di un’identità più controllabile e decentralizzata porta con sé criticità tecniche, giuridiche e sociali che non possono essere ignorate.

Dal login alla gestione dell’identità digitale

Oggi gran parte dell’identità digitale è costruita attraverso account. Per accedere a un sito si crea un profilo, si sceglie una password e si accettano condizioni d’uso. In molti casi, per semplificare il processo, l’utente utilizza l’accesso tramite Google, Apple, Facebook o altri grandi provider.

Questo sistema è comodo, ma concentra potere e dati. Il provider di identità diventa il soggetto che certifica l’accesso, raccoglie informazioni sulle interazioni dell’utente e può, in alcuni casi, limitare, sospendere o condizionare l’uso di specifici servizi.

La SSI nasce come risposta a questa frammentazione. Il principio è che la persona dovrebbe poter disporre di credenziali digitali rilasciate da soggetti affidabili — pubbliche amministrazioni, università, banche, aziende sanitarie, ordini professionali, datori di lavoro — e conservarle in un ambiente sotto il proprio controllo.

Invece di creare decine di account separati, l’utente potrebbe ricevere e gestire attestazioni digitali verificabili: una patente, un diploma, un certificato di residenza, un titolo professionale, una prova dell’età, una certificazione medica o un attestato lavorativo.

Queste informazioni non devono necessariamente essere archiviate su blockchain. La blockchain può essere utilizzata per registrare chiavi pubbliche, identificativi decentralizzati o informazioni utili alla verifica, ma i dati personali non dovrebbero essere pubblicati in chiaro su registri immutabili. Il cuore della SSI non è infatti la blockchain in sé, ma il controllo esercitato dalla persona sul rilascio e sulla condivisione delle proprie credenziali.

I tre attori della Self Sovereign Identity

Il funzionamento della SSI può essere spiegato attraverso tre soggetti principali: issuer, holder e verifier.

L’issuer è l’ente che rilascia una credenziale. Può essere, ad esempio, un’università che certifica una laurea, una pubblica amministrazione che attesta la residenza, una banca che verifica l’identità di un cliente o un ordine professionale che conferma l’iscrizione a un albo.

L’holder è il titolare della credenziale, cioè il cittadino, il professionista o l’impresa che riceve il documento digitale e lo conserva nel proprio wallet.

Il verifier è il soggetto che ha bisogno di verificare un’informazione. Può essere una compagnia assicurativa, una piattaforma online, un datore di lavoro, una pubblica amministrazione, un hotel, un operatore telefonico o un esercente.

Il modello W3C delle Verifiable Credentials descrive proprio questa relazione a tre soggetti. Una credenziale verificabile contiene una serie di dichiarazioni firmate digitalmente dall’emittente. Quando viene presentata, il verificatore può controllare che sia stata effettivamente emessa da un soggetto autorizzato, che non sia stata manomessa e che non sia scaduta o revocata.

L’elemento più interessante è che il verificatore non deve necessariamente contattare l’emittente ogni volta. Può verificare l’autenticità della credenziale attraverso meccanismi crittografici e registri di fiducia. Questo riduce la dipendenza da un’infrastruttura centralizzata e può limitare la circolazione non necessaria di informazioni personali.

Condividere solo ciò che serve

Uno dei vantaggi più rilevanti della SSI è la minimizzazione dei dati. Nella maggior parte dei servizi digitali oggi viene richiesto più di quanto sia strettamente necessario.

Per entrare in una piattaforma riservata ai maggiorenni, ad esempio, spesso viene chiesto di caricare un documento d’identità completo. Ma il servizio non ha realmente bisogno di conoscere nome, indirizzo, codice fiscale o numero del documento: gli basta sapere se l’utente ha almeno diciotto anni.

Con le credenziali verificabili, il wallet potrebbe generare una prova selettiva: “questa persona è maggiorenne”, senza rivelare altri dati. Lo stesso principio può valere per la residenza in un determinato Comune, l’iscrizione a un’università, il possesso di una patente o l’appartenenza a una categoria professionale.

Questo approccio viene spesso collegato alle selective disclosures, cioè alla capacità di condividere solo gli attributi necessari per una determinata operazione. In alcuni casi possono essere utilizzate anche prove crittografiche avanzate, come le zero-knowledge proofs, che consentono di dimostrare un requisito senza rivelare il dato sottostante.

L’obiettivo non è rendere l’utente invisibile, ma ridurre la quantità di dati che ogni soggetto raccoglie. È una differenza sostanziale: non si tratta di eliminare l’identificazione quando è necessaria, ma di renderla proporzionata allo scopo.

Identità digitale decentralizzata per cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni

Per i cittadini, un’identità digitale decentralizzata potrebbe rendere più semplice gestire documenti e certificazioni. Una persona potrebbe ricevere nel wallet la propria patente, il diploma, certificati professionali, attestazioni di formazione, documenti sanitari o autorizzazioni amministrative e condividerli in modo controllato.

Per le aziende, il vantaggio principale riguarda la riduzione dei costi di verifica. Nei processi di onboarding, antiriciclaggio, verifica dell’età, gestione delle credenziali dei dipendenti o accesso a servizi riservati, le imprese potrebbero ricevere attestazioni già firmate e verificabili.

Questo non eliminerebbe gli obblighi di controllo. Una banca, ad esempio, continuerebbe ad avere responsabilità in materia di antiriciclaggio e adeguata verifica della clientela. Tuttavia, potrebbe utilizzare dati più affidabili, aggiornabili e interoperabili, riducendo duplicazioni documentali e tempi di gestione.

Per la pubblica amministrazione, l’identità digitale decentralizzata può favorire servizi transfrontalieri. Un cittadino italiano potrebbe dimostrare il possesso di una qualifica professionale in un altro Stato membro, utilizzare una credenziale universitaria per iscriversi a un programma europeo o accedere a servizi pubblici in un Paese differente senza dover ripetere ogni volta l’intero processo di identificazione.

È questa una delle ragioni per cui l’Unione europea ha scelto di intervenire sul tema. Il Regolamento UE 2024/1183, che aggiorna il quadro eIDAS, introduce il framework europeo per l’identità digitale e prevede che tutti gli Stati membri rendano disponibile almeno un European Digital Identity Wallet entro la fine del 2026.

L’European Digital Identity Wallet non è una blockchain pubblica

L’European Digital Identity Wallet viene spesso presentato come una forma di SSI europea. Il paragone è utile, ma non perfetto.

Il wallet europeo nasce all’interno di un quadro regolamentato. Gli Stati membri, le autorità pubbliche e gli organismi certificati mantengono un ruolo centrale nell’emissione, nel controllo e nella supervisione delle credenziali. Non si tratta quindi di un sistema completamente autonomo, nel quale ogni persona crea e certifica liberamente la propria identità.

Il modello europeo punta piuttosto a conciliare due esigenze: maggiore controllo dell’utente sui dati e affidabilità giuridica delle credenziali. Il cittadino dovrebbe poter usare il wallet per identificarsi online e offline, conservare documenti, condividere attestazioni e firmare digitalmente. Al tempo stesso, le credenziali dovrebbero essere riconosciute attraverso standard comuni e controlli di sicurezza validi nell’intera Unione.

La Commissione europea evidenzia che il wallet potrà essere utilizzato per accedere a servizi pubblici e privati, conservare documenti come patente, titoli di studio e certificati, dimostrare attributi personali e sottoscrivere documenti elettronici.

Questa impostazione rappresenta un passaggio significativo: l’identità digitale non viene più considerata soltanto come una credenziale per accedere a un sito, ma come un’infrastruttura comune per servizi amministrativi, economici e professionali.

Privacy, sicurezza e rischio di sorveglianza

L’identità digitale decentralizzata può rafforzare la privacy, ma non la garantisce automaticamente. Molto dipende dall’architettura tecnica e dalle regole di utilizzo.

Un wallet che conserva credenziali sul dispositivo dell’utente può ridurre la dipendenza da banche dati centralizzate. Tuttavia, se ogni utilizzo viene registrato da un’autorità centrale o se il verificatore può collegare facilmente tutte le presentazioni di credenziali alla stessa persona, il sistema può generare nuove forme di tracciamento.

Il rischio è la correlazione. Anche quando ogni singola transazione rivela pochi dati, la ripetizione di verifiche in contesti diversi può costruire un profilo dettagliato degli spostamenti, delle abitudini, dei servizi utilizzati e delle relazioni di una persona.

Per evitare questo scenario servono misure tecniche precise: minimizzazione dei dati, uso di identificativi diversi per servizi differenti, limitazione dei log, criteri rigorosi di accesso alle informazioni e divieto di utilizzare le credenziali per finalità ulteriori rispetto a quelle dichiarate.

Anche la sicurezza è un tema cruciale. Se l’identità digitale diventa il punto di accesso a servizi bancari, sanitari, amministrativi e professionali, un attacco al wallet può avere conseguenze molto più gravi del furto di una password.

Servono quindi meccanismi di protezione robusti: autenticazione a più fattori, cifratura, gestione sicura delle chiavi crittografiche, procedure di recupero in caso di smarrimento del dispositivo, revoca delle credenziali compromesse e supporto accessibile per gli utenti.

L’ENISA, l’Agenzia europea per la cybersicurezza, ha più volte sottolineato che i modelli SSI possono rafforzare il controllo degli utenti sui dati, ma richiedono una progettazione attenta delle garanzie di sicurezza, dell’interoperabilità e dei processi di identificazione iniziale.

Il problema della perdita delle chiavi

La decentralizzazione trasferisce potere verso l’utente, ma trasferisce anche responsabilità. In un sistema tradizionale, se una persona dimentica una password, può richiedere il recupero dell’account al provider. In un modello pienamente decentralizzato, perdere le chiavi crittografiche può significare perdere l’accesso alle proprie credenziali.

Questo problema è particolarmente rilevante per servizi pubblici e diritti fondamentali. Non è accettabile che la perdita di uno smartphone renda impossibile accedere a documenti sanitari, certificati professionali o servizi amministrativi essenziali.

Per questo, i wallet destinati a un utilizzo di massa non possono limitarsi alla logica delle criptovalute, basata sulla totale responsabilità individuale dell’utente. Devono prevedere procedure di recupero sicure, controlli di identità alternativi, possibilità di revoca e riemissione delle credenziali, nonché supporto umano per le persone meno digitalmente esperte.

Il punto è delicato: un recupero troppo semplice può diventare una vulnerabilità; un recupero troppo rigido può escludere proprio gli utenti che dovrebbero beneficiare di un servizio pubblico universale.

Inclusione digitale e accessibilità

Ogni progetto di identità digitale rischia di creare nuove disuguaglianze se non considera le persone che hanno minore accesso alle tecnologie, minori competenze digitali o condizioni di fragilità.

Anziani, persone con disabilità, cittadini privi di smartphone aggiornati, persone senza dimora, minori, migranti e utenti con bassa alfabetizzazione digitale potrebbero incontrare difficoltà nell’utilizzo di wallet, QR code, PIN, biometria e procedure di recupero.

La digitalizzazione non deve trasformarsi in obbligo esclusivo. L’identità digitale può semplificare l’accesso ai servizi, ma non deve eliminare canali alternativi fisici e assistiti. Una pubblica amministrazione realmente inclusiva deve garantire che nessuno perda diritti o possibilità di accesso perché non possiede uno smartphone o non riesce a utilizzare una nuova applicazione.

L’accessibilità non è un elemento secondario: è una condizione per la legittimità sociale dell’intero sistema.

Interoperabilità: il vero banco di prova

Un wallet utile deve funzionare in contesti diversi. Non basta che un documento digitale sia leggibile all’interno di un’unica app o riconosciuto da un solo ente. La credenziale deve poter essere verificata da soggetti diversi, anche in altri Paesi, senza costringere utenti e organizzazioni a utilizzare piattaforme proprietarie incompatibili.

L’interoperabilità è il vero banco di prova dell’identità digitale decentralizzata. Senza standard comuni, ogni wallet rischia di diventare un ecosistema chiuso, replicando nel mondo dell’identità gli stessi silos che oggi caratterizzano molte piattaforme digitali.

Il lavoro del W3C sulle Verifiable Credentials, gli standard tecnici europei e l’Architecture and Reference Framework dell’EUDI Wallet hanno proprio lo scopo di evitare questa frammentazione. Il successo dipenderà dalla capacità di coordinare Stati membri, aziende, enti certificatori, sviluppatori e fornitori di servizi.

Un nuovo equilibrio tra autonomia e fiducia

La Self Sovereign Identity non deve essere interpretata come la scomparsa delle istituzioni. Nessun sistema digitale può sostituire completamente il ruolo di chi emette documenti affidabili, garantisce diritti, accerta responsabilità e interviene in caso di frode.

La trasformazione riguarda piuttosto l’equilibrio tra cittadino e intermediari. Oggi il cittadino spesso consegna i propri dati più volte, senza sapere come verranno utilizzati, conservati o condivisi. Domani potrebbe avere la possibilità di ricevere credenziali affidabili, conservarle in un wallet e decidere di volta in volta quali informazioni rendere disponibili.

Il valore della SSI non sta nella promessa di un’identità senza regole, ma nella possibilità di creare un’identità più portabile, selettiva e verificabile. Una persona dovrebbe poter dimostrare ciò che serve, senza essere costretta a esporre tutto ciò che sa di sé.

L’Europa sta cercando di costruire questo equilibrio attraverso l’EUDI Wallet: maggiore autonomia dell’utente, ma all’interno di un quadro di standard, certificazioni, sicurezza e responsabilità pubblica.

La sfida sarà evitare due rischi opposti: da un lato un sistema così centralizzato da trasformarsi in uno strumento di sorveglianza; dall’altro un sistema così complesso e decentralizzato da risultare inaccessibile o insicuro per la maggioranza dei cittadini.

L’identità digitale decentralizzata può cambiare il rapporto tra persone, aziende e amministrazioni. Ma il cambiamento non dipenderà soltanto dalla tecnologia. Dipenderà dalla qualità delle regole, dalla tutela dei diritti, dall’interoperabilità e dalla capacità di progettare sistemi che restituiscano davvero controllo agli utenti, senza scaricare su di loro ogni responsabilità.

Partecipa alla community

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x