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Robotica in Italia, perché Torino può giocare da protagonista



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La robotica diventa una leva decisiva per la competitività industriale italiana, mentre il calo della popolazione attiva accelera il bisogno di automazione. Torino può valorizzare competenze automotive, meccatronica, aerospazio e formazione per rafforzare una filiera nazionale ed europea

Pubblicato il 1 set 2026

Eleonora Faina

Vice Direttrice dell’Unione Industriali Torino



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La robotica è ormai diventata una piattaforma abilitante capace di ridisegnare la competitività di interi sistemi economici, e l’Italia — con Torino in prima linea — si trova oggi davanti a un bivio: restare spettatrice della corsa globale all’automazione o ritagliarsi un ruolo da protagonista in un segmento specifico ma ad alto valore aggiunto.

C’è un ulteriore elemento che rende questa partita non rinviabile: il calo strutturale della popolazione attiva italiana. La robotica, in questo senso, non va letta come una minaccia all’occupazione ma come uno strumento per compensare la carenza di manodopera che già oggi frena molti settori.

Una competizione dominata da Stati Uniti e Cina

La frontiera più innovativa della robotica — dalla physical AI agli umanoidi — è oggi presidiata soprattutto da Stati Uniti e Cina, che attraggono la maggior parte degli investimenti e delle start-up del settore. La Cina controlla le fasi a monte della catena del valore e nel 2024 ha installato circa 295.000 robot industriali, più della metà del totale mondiale, riducendo al contempo le importazioni in nome dell’autosufficienza tecnologica. L’Europa resta il primo esportatore mondiale di robotica non di consumo, ma il baricentro produttivo si è ormai spostato verso l’Asia-Pacifico.

L’Italia: seconda in Europa, prima per capacità di adattamento

L’Italia parte da basi solide: secondo produttore europeo di robot industriali, secondo mercato del continente per installazioni (quasi 8.700 unità nel 2024), sesto esportatore mondiale, con un parco macchine record di oltre 106mila unità operative. Il vero punto di forza, però, non sta nei volumi — terreno dei colossi asiatici — ma nella system integration: la rete di piccole e medie imprese capaci di adattare tecnologie complesse alle esigenze dei clienti, sostenuta da una solida tradizione meccatronica.

Torino, da capitale dell’automotive a laboratorio dell’industria intelligente

Storicamente identificata con l’automotive, Torino sta vivendo una transizione profonda: nel 2025 gli ordini di robot da parte del settore automobilistico sono crollati di oltre il 50%, mentre crescono comparti alternativi come industria generale, food & beverage e logistica. In questo passaggio, la contaminazione con aerospazio, difesa e IT — storicamente forti sul territorio — diventa decisiva: le competenze maturate nell’automotive possono trasferirsi verso queste applicazioni, e viceversa. Torino può contare su asset già esistenti — Politecnico, Università degli Studi, ITS Aerospazio e Meccatronica, CIM con la sua Academy — da orientare verso i reali fabbisogni delle imprese, senza doverne creare di nuovi.

I segmenti su cui puntare

I cobot, con una crescita annua attesa tra il 28 e il 35% fino al 2030, e i robot umanoidi, il cui mercato potrebbe passare da 2 a 15 miliardi di dollari, indicano dove si sposterà la nuova domanda. Ma è la robotica di servizio — logistica, sanità, hospitality, spazi pubblici — il segmento su cui l’Italia e l’Europa hanno margini reali: oggi vale appena il 10% del mercato, ma è anche l’area meno presidiata dai grandi player asiatici.

Il nodo delle competenze

La robotica avanzata richiede profili ibridi — meccanici con competenze digitali, programmatori con sensibilità manifatturiera, ingegneri capaci di muoversi tra AI, visione artificiale, edge computing e cybersecurity — che oggi scarseggiano. È una sfida che riguarda sia la domanda sia l’offerta: da un lato le imprese utilizzatrici, che devono saper adottare e gestire queste tecnologie; dall’altro quelle produttrici e integratrici, che devono poterle progettare e sviluppare. Il Piano Industria 4.0 ha già dimostrato che un approccio sistemico — incentivi fiscali, voucher formativi, sostegno agli ITS — può funzionare. Resta però urgente l’aggiornamento delle competenze di chi già lavora.

Una partita europea, prima ancora che italiana

Se la domanda di automazione ha ampi margini di crescita, è sul fronte dell’offerta che si gioca la partita più delicata. Costruire filiere italiane ed europee capaci di competere richiede scala industriale, capitali pazienti e continuità di investimento: condizioni non scontate, che espongono le imprese più promettenti al rischio di essere acquisite da competitor extra-europei prima di raggiungere la scala industriale — un rischio reale, considerando che nella robotica il ciclo dell’innovazione dura dai 15 ai 20 anni dal laboratorio al mercato.

Il messaggio che emerge è che nessun attore può giocare questa partita da solo. Istituzioni, accademia, imprese e poli di innovazione devono lavorare insieme per trasformare un vantaggio ereditato dalla storia — la posizione di Torino e dell’Italia nella robotica — in un vantaggio costruito, sostenuto da politiche stabili, competenze adeguate e strumenti finanziari moderni. È una partita europea prima che italiana, e il territorio piemontese ha le carte in regola per giocarla da protagonista.

Disegnare una strategia: il ruolo dell’Unione Industriali Torino

Proprio per non lasciare che queste opportunità restino inespresse, l’Unione Industriali Torino ha avviato un percorso dedicato alla robotica, con l’obiettivo di dar vita a una piattaforma capace di mettere in relazione domanda e offerta di innovazione, facendo collaborare imprese, accademia, centri di competenza e innovation hub. Un percorso su un doppio binario: stimolare la crescita della domanda di investimenti innovativi da parte delle imprese, e insieme creare le condizioni perché l’offerta possa innovarsi, presidiare i mercati internazionali e conservare la leadership, facendo leva su un network di imprese consolidate e start up.

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