Le note a disposizione sulla tastiera sono dodici. I giri armonici su cui poggia l’intera storia della musica moderna, dal blues maggiore e minore al rock’n’roll, dalle strutture modali del jazz alle progressioni pop più abusate, si contano sulle dita di poche mani. Da decenni la musica non inventa più, in senso stretto, nuovi mattoni primari. Tutto, sul piano puramente strutturale e formale, è già stato scritto, codificato, combinato e ricombinato un numero incalcolabile di volte.
Eppure, una canzone del 1930 non suona come una del 1970 e un assolo di Miles Davis sul medesimo giro di accordi suonato da un principiante acquista una dimensione metafisica completamente diversa.
Se la struttura formale è un perimetro rigido e limitato, qual è l’elemento che trasfigura la ripetizione in rivelazione? La risposta risiede nell’atto dell’espressione. È l’anima di chi interpreta, è la tensione interiore di chi avverte la necessità di comunicare a trasformare una sequenza geometrica di frequenze in un’esperienza artistica. In un’epoca in cui l’Intelligenza Artificiale generativa promette di produrre brani musicali perfetti in pochi secondi, sorge spontanea la domanda di quale posto possa occupare una musica concepita e realizzata da un algoritmo all’interno della storia dell’arte. Se l’essenza della musica risiede nella spinta soggettiva dell’espressività, la musica artificiale non può che rimanere irrimediabilmente un guscio vuoto.
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La musica generata dall’IA e il mito della novità formale
Per comprendere l’equivoco fondamentale che circonda la musica generata dall’IA, occorre innanzitutto smantellare il mito della novità formale ad ogni costo. La musica occidentale ha dimostrato che la grandezza non deriva quasi mai dalla creazione di un linguaggio matematicamente mai sentito prima, bensì dalla carica emotiva ed esistenziale immessa in forme già note.
Il blues, ad esempio, si fonda su una struttura rigida di dodici misure e su tre accordi principali. È un perimetro quasi claustrofobico nella sua semplicità. Tuttavia, dentro quel confine apparentemente immutabile abita un universo infinito di varianti. Ciò che rende immortale un brano blues non è l’originalità del giro armonico, ma la piegatura del suono, il micro-ritardo ritmico, l’imperfezione della voce, la sofferenza o l’urgenza di chi sta cantando. La forma è un mero veicolo. Il contenuto reale è la vita vissuta dell’esecutore. Lo stesso principio vale per il rock’n’roll, per il jazz e pure per la musica classica. La tecnica e la teoria musicale forniscono le coordinate ma la traiettoria del viaggio è dettata esclusivamente dall’intenzione di chi suona. Quando l’arte diventa pura esecuzione tecnica o combinazione di modelli preesistenti, scivola nel virtuosismo sterile. Quando invece diventa l’unica via possibile per esternare anche inconsapevolmente uno stato d’animo, un trauma, una gioia o un’ossessione, ecco che il solito giro di accordi si carica di un peso morale ed estetico nuovo. L’arte non è la regola, ma lo strappo o l’intensità con cui la regola viene abitata.
Quando Roland Barthes definisce lo stile come la somma verticale delle esperienze depositate dal tempo, pure a livello cromosomico, nella vita di un autore, parlava proprio di questa insostituibile, unica essenza. Dal nonno al lontano cugino, dai fumetti divorati alle canzoni ascoltate controvoglia discende quell’ammasso di sedimenti, quella necessità chiamata stile, una gabbia in verità, priva di intenzioni nella misura in cui è radicata nell’individuo dal semplice fatto di vivere. La vita è l’essenza della creazione artistica e dei suoi modi, il resto è un vano orpello.
Espressione artistica, sublimazione e condizione umana
Se l’atto artistico coincide con questa idea di espressione, come dobbiamo intendere il processo creativo? La tentazione di ridurlo a un semplice meccanismo psicologico o fisiologico è sempre stata forte. Sigmund Freud vedeva nell’arte principalmente una forma di sublimazione. La pulsione sessuale o l’impulso primordiale, trovando un ostacolo nell’adattamento alla realtà e alle convenzioni sociali, verrebbe deviato verso mete non sessuali e socialmente valorizzate, tra cui la creazione estetica. In quest’ottica, l’opera d’arte sarebbe quasi un sintomo, un surrogato elaborato per compensare un desiderio inappagato e tutti i grandi artisti sarebbero dei repressi o dei maniaci sessuali mancati.
Se l’arte fosse soltanto questo, un’equazione idraulica di energie psichiche canalizzate, si potrebbe persino ipotizzare che un sistema artificiale, qualora fosse in grado di simulare vettori di pressione e parametri di sfogo, potesse emularne le dinamiche. Ma questa visione riduzionista dimentica la portata filosofica e sociale della creazione.
È con Theodor W. Adorno che l’arte recupera la sua dimensione autenticamente critica ed espressiva. Per Adorno, l’arte non è una semplice valvolina di sfogo neurotico o una compensazione individuale. È espressione della verità della condizione umana, della sua sofferenza e del suo scontro con la reificazione del mondo. L’opera d’arte autentica porta in sé le ferite della storia, la spaccatura tra soggetto e realtà, la protesta silenziosa contro ciò che esiste. L’espressione adorniana non è la traduzione di un codice, ma la manifestazione di una soggettività che soffre, resiste e cerca di dare forma all’irreparabile.
Una macchina non ha una posizione nel mondo, non conosce il dolore dell’esistenza, non vive la temporalità finita della morte, né avverte la tensione dialettica tra sé e la società. Un algoritmo non esprime nulla perché non ha nulla da cui emanciparsi o da riscattare. Genera output coordinati basandosi su dati statistici. Ridurre l’arte a un calcolo probabilistico di note significa sposare l’illusione che la forma coincida con il senso, ignorando che la forma senza la spinta espressiva del soggetto è soltanto un simulacro.
Dalla musica elettronica all’intelligenza artificiale generativa
Di fronte all’avvento dell’IA si tende spesso a citare la rivoluzione della musica elettronica e, in particolare, della techno degli anni ‘80 e ‘90 come un precedente storico. Allora si diceva: «È musica fatta dalle macchine, non c’è più il gesto umano sul violino o sulla chitarra, è la fine dell’anima musicale».
L’obiezione si basava su un malinteso profondo. La musica elettronica non ha mai eliminato l’uomo, ne ha semplicemente cambiato il medium espressivo. Un brano techno nato tra Detroit e Berlino usava sintesi sottrattiva, drum machine e sequencer, ma la macchina era uno strumento ostinato guidato da una visione umana chiarissima. L’uomo alienato della metropoli post-industriale usava la freddezza della macchina per mettere in scena la propria alienazione.
C’era una sottile, meravigliosa finzione. Si giocava a fare i robot, si fingeva che la musica fosse prodotta da un circuito inanimato, ma quell’estetica straniata era concepita, programmata, assemblata e dosata da una mente e da un cuore umani. Dietro la ripetizione ossessiva di una Roland TR-909 c’era la scelta artistica di un compositore che decideva quando far salire la tensione, come filtrare le frequenze per suscitare claustrofobia o catarsi, quanto far durare l’ipnosi ritmica. La macchina era il pennello, non il pittore.
L’arrangiatore povero che si permetteva un’orchestra surrogata per rivestire le canzoni in economia era più vicino al concetto odierno di democratizzazione della composizione di canzoni grazie all’IA a un prezzo accessibile, certo, ma era pur sempre lui a stabilire dove e come gli archi sarebbero entrati sul brano, come la ritmica si sarebbe snodata da inizio a fine canzone. Era l’arrangiatore tastierista a esprimere la sua arte con uno strumento potenziato. L’organo di Bach cos’altro era se non un attrezzo sostitutivo di un’orchestra per creare in una cappella la suggestione di un complesso di strumenti musicali molto più ampio? Ma vivaddio c’era Johann Sebastian Bach a scrivere e suonare quella diavoleria moderna. La musica che ne usciva era espressione umana di un vivente.
Il salto radicale della musica generata dall’IA
Il salto che si compie oggi con l’Intelligenza Artificiale generativa è ontologicamente diverso e radicale. Non si tratta più di usare una macchina come strumento per esprimere una visione dell’uomo, anche quando questa visione passa per la simulazione dell’automa, ma di delegare alla macchina l’intero processo. L’ideazione, la struttura, la combinazione armonica e il timbro. Se nella techno l’uomo usava l’artificio per esprimere un’esperienza umana reale, con l’IA l’artificio genera sé stesso in un circuito chiuso dove l’esperienza umana è del tutto assente.
Cosa rimane, dunque, quando una piattaforma software crea un pezzo musicale perfetto a livello formale, eseguito senza sbavature, perfettamente mixato e conforme alle regole del genere richiesto? Rimane una musica inevitabilmente artificiale, nell’accezione più deteriore del termine.
Un algoritmo di apprendimento profondo opera attraverso l’analisi di enormi database di musica preesistente. Individua pattern, calcola probabilità di successione tra note e accordi, ricava le frequenze caratteristiche di determinati generi e sintetizza un nuovo brano che corrisponde al profilo statistico desiderato. L’IA non crea nel senso filosofico del termine. Assembla frammenti di ciò che è già stato espresso da altri, ne fa una media matematica e la restituisce sotto forma di prodotto finito.
Il risultato è un’opera che può sembrare piacevole, persino indistinguibile a un primo ascolto superficiale da un brano commerciale prodotto in serie. Ma è un’opera priva di vertigine. L’arte vive dell’atto rischioso con cui l’artista si sporge sull’abisso del proprio vissuto per estrarne, pure incidentalmente, qualcosa di personale. Nella musica generata dall’IA non c’è alcun rischio, non c’è scelta morale, non c’è alcuna intenzione. Soltanto la risoluzione di un problema di calcolo.
L’ascoltatore davanti a una musica senza autore
Eliminare la figura dell’interprete e dell’autore in favore dell’automazione integrale significa recidere il filo invisibile che lega l’ascoltatore all’opera. Quando ascoltiamo un grande brano, non stiamo solo fruendo di una sequenza di suoni piacevoli, stiamo entrando in risonanza con un’altra coscienza umana. C’è un patto di partecipazione e simpatia implicito. Sappiamo che chi ha creato quel suono ha vissuto, ha sofferto, ha cercato, ha teso i propri muscoli e la propria mente per raggiungere quella determinata nota. L’emozione estetica nasce dal riconoscimento dell’umano nell’umano.
In un mondo saturo di contenuti sonori generati ad arte per sottofondi commerciali, playlist da concentrazione o sonorizzazioni d’ambiente a basso costo, ambiti in cui l’IA prenderà inevitabilmente il sopravvento grazie alla sua efficienza ed economicità, la vera musica non scomparirà, ma vedrà ridefinito e purificato il proprio valore.
L’avvento della fotografia non ha ucciso la pittura, ma l’ha liberata dal compito di riprodurre fedelmente la realtà figurativa, spingendola verso l’impressionismo, l’espressionismo e l’astrazione. Allo stesso modo, l’avvento della musica sintetica e generativa libererà la musica umana dalla tentazione della pura esecuzione standardizzata. I brani scritti a tavolino seguendo formule matematiche per scalare le classifiche erano già, di fatto, prodotti algoritmici prima ancora che l’IA esistesse. L’automazione si limiterà a sostituire i compositori burocrati.
L’irripetibilità della creatività musicale umana
Ciò che l’intelligenza artificiale non potrà mai replicare è l’irripetibilità del momento espressivo. L’esitazione imperfetta di un pianista che trattiene il respiro prima di toccare un tasto (rubato). La grana sgranata di una voce incrinata da un’esperienza reale durante una sessione di registrazione. La scelta politica ed estetica di rompere una regola armonica non per un errore di calcolo, ma per un atto di ribellione concettuale.
L’anima di chi interpreta e di chi vuole esprimersi rimane l’unica variabile in grado di cambiare davvero le cose. I giri musicali potranno pure rimanere gli stessi per i prossimi mille anni, sempre gli stessi dodici toni, sempre il solito blues, sempre le solite cadenze dominanti, ma finché ci sarà un essere umano con la necessità irrinunciabile di raccontare la propria storia attraverso quei suoni, la musica continuerà ad accadere come miracolo espressivo. Tutto il resto sarà soltanto rumore di fondo, un’infinita e perfetta decorazione automatica per stanze deserte.

















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