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Prestiti alle imprese Ue: come leggere davvero rendimento e rischio


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Il regolamento ECSPR amplia l’accesso degli investitori italiani alle piattaforme europee. Ma confrontare le offerte richiede di andare oltre il tasso nominale: insolvenze, recuperi, illiquidità, costi e fiscalità determinano il rendimento netto e il rischio effettivo

Pubblicato il 18 set 2026

Claudio Grimoldi

Founder Turbo Crowd



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Il lending crowdfunding permette di investire in prestiti alle imprese attraverso piattaforme online, ottenendo in cambio la restituzione del capitale e gli interessi previsti dal contratto. Con l’entrata a regime del Regolamento europeo sul crowdfunding, il perimetro entro cui cercare queste opportunità non coincide più necessariamente con il mercato italiano.

Il Regolamento (UE) 2020/1503, noto come ECSPR, ha introdotto regole uniformi nell’Unione Europea per i servizi di crowdfunding destinati al finanziamento delle imprese, compreso il lending. Uno degli obiettivi dichiarati della normativa è proprio favorire la prestazione transfrontaliera dei servizi di crowdfunding, superando la frammentazione delle precedenti discipline nazionali.

Per un investitore italiano significa poter ampliare il campo di osservazione e confrontare piattaforme e progetti provenienti da mercati europei differenti. È un’opportunità interessante sia per aumentare le possibilità di diversificazione sia per confrontare offerte con tassi, durate e profili di rischio diversi.

Avere accesso a più offerte, tuttavia, non rende conveniente cercare semplicemente quella con il tasso di interesse più alto. Nel lending crowdfunding il rendimento lordo pubblicizzato è soltanto il punto di partenza.

Occorre poi capire quale sarà il rendimento netto, ma anche conoscere i rischi, la durata dell’investimento, il livello di liquidità, la tassazione, il default rate.

In questo articolo proviamo a fornire una guida su tutto ciò che un investitore retail deve sapere per investire in lending crowdfunding europeo.

ECSPR e lending crowdfunding europeo: un mercato unico

Prima dell’ECSPR, il crowdfunding europeo era caratterizzato da normative nazionali differenti. Questa frammentazione rendeva più difficile per le piattaforme operare oltre il proprio mercato domestico e ostacolava di conseguenza anche gli investimenti transfrontalieri.

Oggi, invece, una piattaforma di crowdfunding situata in uno qualsiasi dei Paesi dell’UE può ottenere un “passaporto europeo” per prestare servizi di crowdfunding in un altro Stato membro, comunicando alla propria autorità competente, tra le altre informazioni, in quali Paesi intende operare e la data prevista di inizio dell’attività transfrontaliera.

Il registro dei fornitori di servizi di crowdfunding di ESMA elenca tutte le piattaforme autorizzate secondo ECSPR e specifica in quali Paesi possono operare.

Le piattaforme autorizzate sono sottoposte a requisiti comuni e devono rispettare obblighi specifici di trasparenza e tutela dell’investitore.

Opportunità per gli investitori italiani

Oggi un investitore italiano, per esempio, può investire nelle offerte di lending crowdfunding di una piattaforma spagnola o francese. La possibilità di accedere a piattaforme operative in più Paesi permette innanzitutto di allargare l’insieme delle offerte da confrontare.

Mercati diversi possono presentare combinazioni differenti di:

  • tassi di interesse;
  • durata dei prestiti;
  • tipologia e settore delle imprese finanziate;
  • modalità di rimborso;
  • garanzie;
  • profili di rischio.

Per questo motivo il cross-border può essere interessante non soltanto quando all’estero si trova un rendimento nominale superiore. Può servire, per esempio, a evitare di concentrare tutti gli investimenti su imprese italiane oppure su un unico settore particolarmente presente sulle piattaforme domestiche: è un elemento che facilita la diversificazione.

Tuttavia, è importante sottolineare che l’ECSPR non armonizza la fiscalità personale degli investitori. Per un residente italiano, quindi, poter investire attraverso una piattaforma europea non significa che il trattamento fiscale diventi automaticamente quello applicato nel Paese della piattaforma. Questo aspetto è particolarmente importante nel lending crowdfunding, perché proprio la fiscalità italiana ha inciso a lungo sulla convenienza effettiva dell’investimento.

Prima di affrontarla, però, vogliamo chiarire il criterio corretto per confrontare le opportunità disponibili sui diversi mercati: non il tasso più alto, ma il rendimento che può realisticamente rimanere in tasca all’investitore.

Investire in lending crowdfunding europeo: dal lordo al netto

Le piattaforme di lending e real estate lending comunicano normalmente rendimenti lordi che, a seconda del progetto e del profilo di rischio, si muovono spesso nell’ordine del 5%-10% annuo.

Per imparare a confrontare in modo sensato offerte diverse, bisogna innanzitutto capire che non si possono paragonare semplicemente i rendimenti medi dichiarati da piattaforme diverse e nemmeno i tassi di interesse di due specifiche offerte diverse, senza leggere il contesto. Un tasso più elevato, infatti, può riflettere caratteristiche differenti del mercato o un livello di rischio maggiore del singolo progetto.

Il tasso applicato a un prestito in lending crowdfunding è il risultato di diversi fattori, tra cui principalmente:

  • il merito creditizio dell’impresa finanziata;
  • la durata del prestito;
  • la presenza e la qualità delle garanzie;
  • il settore economico;
  • la struttura del rimborso;
  • il costo a cui le imprese possono ottenere capitale attraverso canali alternativi;
  • la domanda degli investitori per quel tipo di offerta.

Per confrontare due offerte o due mercati, quindi, bisogna prima vagliare tutti questi fattori.

Ma questo non basta, perché il rendimento lordo da solo conta poco come informazione. Tra il tasso di interesse nominale e il profitto finale intervengono infatti diversi elementi:

  • tassazione degli interessi;
  • eventuali commissioni o costi;
  • ritardi nei pagamenti;
  • default di uno o più debitori;
  • recupero soltanto parziale del capitale;
  • tempi necessari per ottenere un eventuale recupero.

La distinzione diventa ancora più importante quando si costruisce un portafoglio composto da numerosi prestiti. In quel caso non interessa tanto sapere quanto avrebbe reso il progetto migliore, ma quanto ha reso nel complesso il capitale investito.

Ecco allora gli elementi da applicare al rendimento lordo per stimare un rendimento netto credibile.

Tassazione degli interessi

Il trattamento fiscale del lending crowdfunding non è uniforme in Europa e, anche per un residente italiano, dipende dalla struttura attraverso cui viene effettuato l’investimento. Dedicheremo più avanti una sezione specifica al caso italiano, che presenta alcune peculiarità importanti che complicano il gioco.

Ma il principio è lo stesso ovunque: dal rendimento lordo vanno tolte obbligatoriamente le tasse sugli interessi.

Perdite, recuperi e rischio di credito

Il secondo elemento è il rischio di credito. Se l’impresa va in default, non riesce a restituire il prestito o a pagare tutti gli interessi, il rendimento finale si discosta da quanto indicato inizialmente. Le operazioni di recupero crediti variano da una piattaforma all’altra e possono aiutare a recuperare almeno una parte dell’investimento.

Questo elemento è difficile da stimare in partenza, ma si può partire da un indicatore detto default rate, di cui parleremo nella prossima sezione.

Commissioni delle piattaforme

Il terzo strato sono le commissioni, esplicite o implicite. La maggior parte delle piattaforme di lending crowdfunding applica le commissioni solo alle società offerenti, non agli investitori, ma è importante verificare la policy nelle condizioni contrattuali.

Diversificazione del portafoglio

Il quarto strato è il comportamento dell’investitore, che influenza il risultato di portafoglio, più che il rendimento del singolo investimento. Ma il portafoglio conta molto di più del singolo investimento. Un portafoglio concentrato su pochi progetti tutti simili rende molto più volatile il risultato finale.

Default rate nel lending crowdfunding europeo: leggere il rischio

Nel lending crowdfunding il rischio principale è che il debitore non riesca a rispettare il piano di rimborso. Per questo il default rate è uno dei primi dati da osservare quando si valuta una piattaforma. Ma è anche uno dei più facili da interpretare male.

L’art. 20 del Regolamento UE 2020/1503 e il Regolamento delegato 2022/2115 hanno introdotto un obbligo importantissimo per le piattaforme loan-based: pubblicare il default rate con una metodologia standardizzata.

È un progresso enorme, perché finalmente il mercato deve esporre un dato di rischio comparabile almeno nella forma. I fornitori di servizi di crowdfunding che facilitano la concessione di prestiti devono pubblicare ogni anno i tassi di default dei progetti proposti sulla piattaforma relativi ad almeno i 36 mesi precedenti. Devono inoltre pubblicare, entro 4 mesi dalla fine di ogni esercizio, i tassi di default attesi ed effettivi dei prestiti, suddivisi per categoria di rischio.

La metodologia comune per calcolare questo indicatore stabilisce che il default rate annuale considera i prestiti che, partendo da una situazione non di default all’inizio della finestra di osservazione di 12 mesi, entrano almeno una volta in default durante quel periodo.

Ma qui bisogna stare attenti: il default rate così definito non coincide con la perdita netta subita dall’investitore. Per esempio, un default rate del 5% non significa che gli investitori abbiano necessariamente perso il 5% del capitale investito.

Un prestito, infatti, può entrare in default e successivamente essere recuperato in tutto o in parte. Viceversa, un credito formalmente ancora in fase di recupero può rimanere bloccato per molto tempo.

Quindi:

  • se il default rate è alto, non significa automaticamente che la perdita finale sia della stessa entità;
  • se il default rate è basso, non significa automaticamente che il rischio effettivo del portafoglio sia trascurabile.

Non solo: il calcolo del default rate secondo questa metodologia avviene sul numero dei prestiti, non sulla quantità di capitale finanziata.

Questo dettaglio è importante.

Immaginiamo una piattaforma che abbia dieci prestiti: nove da 10.000 euro e uno da 1 milione di euro. Se va in default uno dei prestiti più piccoli, il peso economico dell’insolvenza per il portafoglio complessivo è molto diverso rispetto al caso in cui fallisca quello da 1 milione, anche se in entrambi i casi il numero dei prestiti entrati in default è uno su dieci.

Il default rate standardizzato serve quindi soprattutto a osservare la frequenza delle insolvenze e a confrontare l’andamento della piattaforma nel tempo. Non sostituisce l’analisi delle perdite monetarie effettive.

Per valutare le performance storiche di una piattaforma servono quindi informazioni ulteriori rispetto al semplice numero dei default:

  • quota di capitale effettivamente recuperata;
  • quota definitivamente persa;
  • tempi medi di recupero;
  • prestiti ristrutturati;
  • ritardi che non hanno ancora determinato un default.

Sono questi dati, quando disponibili, a permettere di capire quale sia stato l’impatto economico reale delle insolvenze sugli investitori.

Un altro elemento utile è il confronto fra default attesi e default effettivi, che l’ECSPR impone di pubblicare per categoria di rischio. Se una piattaforma attribuisce ai prestiti una determinata classe di rischio, osservare nel tempo quanto le insolvenze effettive si discostino da quelle previste aiuta a valutare anche la capacità del provider di stimare correttamente il merito creditizio.

I rischi del lending crowdfunding europeo

RischioCosa significaPerché conta
Rischio di credito/defaultIl debitore non rimborsa capitale o interessi nei tempi attesiÈ il rischio economico principale
Rischio di illiquiditàNon puoi uscire facilmente prima della scadenzaTiene bloccato il capitale
Rischio piattaformaLa piattaforma si ferma o cambia assetto operativoComplica servicing, incassi, recuperi
Rischio informativoI dati ci sono ma non sono leggibili o confrontabiliRende l’investimento poco consapevole

Il rischio più sottovalutato dai neofiti è l’illiquidità. L’investitore retail tipicamente si concentra sul tasso di interesse, ma spesso non interiorizza che quel capitale resta vincolato. Per questo la valutazione di un investimento in lending crowdfunding dovrebbe partire anche da una domanda molto concreta: per quanto tempo posso permettermi di non disporre di questo denaro?

L’ECSPR permette alle piattaforme di mettere a disposizione una bacheca elettronica sulla quale i clienti possono manifestare interesse ad acquistare o vendere prestiti già originati sulla piattaforma. Ma l’articolo 25 del Regolamento precisa che la bacheca non può funzionare come un sistema interno che incrocia automaticamente domanda e offerta e conclude le transazioni. Questo significa che una bacheca non equivale a un vero mercato secondario liquido.

Il fatto che sia possibile pubblicare l’intenzione di cedere un prestito non garantisce:

  • che esista un compratore;
  • che il compratore arrivi rapidamente;
  • che sia disposto a pagare il valore nominale del credito;
  • che sia possibile uscire dall’investimento nel momento desiderato.

Per limitare il più possibile il rischio piattaforma, invece, il regolamento europeo ha stabilito che per ottenere l’autorizzazione ECSPR i provider devono predisporre un piano di continuità operativa che contempli anche le misure necessarie, in caso di cessazione dell’attività, per garantire la continuità dei servizi critici relativi agli investimenti già esistenti e, quando necessario, la prosecuzione della gestione dei prestiti ancora in essere.

Fiscalità italiana e lending crowdfunding: il nodo storico

In Italia il lending crowdfunding non è cresciuto lentamente solo per questioni culturali o informative. È stato penalizzato fiscalmente rispetto ad altri strumenti.

Il disallineamento fiscale

I proventi del lending crowdfunding non beneficiano automaticamente della tassazione secca al 26% tipica dei redditi di capitale. Se la piattaforma non è gestita da un intermediario finanziario autorizzato o da un istituto di pagamento, infatti, gli interessi vengono attratti nel regime ordinario, con le relative aliquote IRPEF marginali (quindi fino al 43%). E questo vale anche per gli investimenti fatti su piattaforme estere.

L’investitore italiano che confronta diversi strumenti finanziari, quindi, vede inevitabilmente nel lending una proposta spesso più complicata e meno conveniente dal punto di vista fiscale: azioni, fondi e obbligazioni restano normalmente nell’orbita del 26% e i BTP godono del 12,5%.

Questo ha significato che il lending italiano si è presentato al retail con tre handicap contemporanei:

  • prodotto nuovo;
  • informazione limitata;
  • tassazione potenzialmente più pesante.

Nel frattempo, in altri Paesi europei il mercato del lending ha corso molto di più.

Investire su piattaforme europee: cosa cambia per il residente italiano

  1. Fiscalità e reporting: una piattaforma estera potrebbe non fare da sostituto per il fisco italiano. Questo sposta oneri e responsabilità sul contribuente.
  2. Documentazione: termini contrattuali, informative, aggiornamenti e rendiconti possono essere più difficili da leggere o meno allineati alle abitudini del retail italiano, a partire dalla lingua in cui sono scritti fino alla struttura.
  3. Recupero crediti e contenzioso: in caso di problemi, la dimensione cross-border rende tutto più complesso, anche restando nell’UE. Bisogna capire quali sono gli interlocutori e i gestori delle procedure.

Checklist per valutare una piattaforma europea

  • Autorizzazione: la piattaforma è autorizzata ai sensi dell’ECSPR?
  • Mercato: la piattaforma è autorizzata a prestare servizi nel mercato interessato?
  • Default rate: è pubblicato con metodologia ECSPR? Il calcolo distingue tra default, recuperi e perdite finali?
  • Piano di continuità operativa: la piattaforma ha procedure di continuità operativa in caso di cessazione dell’attività?
  • Rendimento: i tassi mostrati sono lordi o netti?
  • Fiscalità: la piattaforma può fare da sostituto d’imposta per un cittadino italiano? Opera in regime amministrato o dichiarativo?
  • Garanzie: la piattaforma incentiva garanzie reali o personali da parte delle società offerenti?
  • Commissioni: sono previste commissioni o altri costi nascosti?
  • Track record: la piattaforma pubblica storici leggibili e completi o solo singole operazioni di successo?

Lending crowdfunding europeo: capire il meccanismo prima del rendimento

Il lending crowdfunding europeo è una forma di investimento nel credito che può avere senso solo se viene letta per quello che è: capitale a rischio, illiquido, fiscalmente non banale, ma potenzialmente adatto a un retail che cerca flussi più comprensibili dell’equity puro con rendimenti interessanti.

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