Quando si parla del possibile ritorno del nucleare in Italia, la discussione si concentra quasi sempre su tre domande: quale tecnologia scegliere, quanto costa costruire un impianto nucleare e in quanti anni si può realizzare. Sono domande importanti, ma ne manca una, forse ancora più decisiva: come finanziare un programma nucleare?
È una domanda fondamentale perché, una volta entrata in esercizio, una centrale nucleare produce per molti decenni grandi quantità di elettricità programmabile e a basse emissioni, con costi marginali relativamente contenuti e senza essere esposta alla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili. Tuttavia, durante lo sviluppo e la costruzione di un impianto nucleare si spendono miliardi, maturano interessi sul debito e gli investitori devono essere remunerati per i rischi assunti. Nel nucleare, quindi, non conta soltanto quanto costa costruire un impianto: conta moltissimo quanto costa il denaro impiegato per costruirlo.
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Finanziare il nucleare: come distribuire i rischi
Investire in un impianto nucleare implica considerare il rischio di ritardi nella costruzione, aumenti dei costi, autorizzazioni, cambiamenti della normativa, volatilità futura del prezzo dell’elettricità, immaturità della filiera e, soprattutto nelle prime unità, il rischio tecnologico e organizzativo. Se a un investitore si chiede di assumere contemporaneamente tutti questi rischi, il capitale diventa molto costoso oppure, più semplicemente, l’investimento non parte.
Occorre quindi capire chi (stato, soggetti privati, organismi sovranazionali etc.) sia nella posizione migliore per gestire ciascun rischio. Il rischio di costruire “male”, accumulare ritardi evitabili o controllare “male” i fornitori potrebbe rimanere, il più possibile, in capo a chi costruisce l’impianto perché è il soggetto che può effettivamente gestirlo. Il rischio di un cambiamento della politica energetica tra dieci anni, invece, difficilmente può essere controllato da un costruttore. Lo stesso vale, almeno in parte, per il rischio regolatorio e per quello legato all’avvio di un nuovo mercato quando si avvia una filiera nazionale. Il punto è quindi costruire un’allocazione dei rischi che consenta l’investimento al costo più basso per il sistema, con benefici a medio e lungo termine per i cittadini e le imprese.
Financing e funding del nucleare
Quando si parla di finanziare un impianto nucleare è utile distinguere usando due termini inglesi:
- Il financing riguarda i fondi necessari per costruire: in questo contesto si parla di capitale proprio degli azionisti, prestiti bancari, obbligazioni, prestiti pubblici ed export credit, garanzie su debiti durante la costruzione etc.
- Il funding riguarda invece i flussi di cassa con cui quel capitale verrà ripagato: in questo contesto si vendita dell’elettricità, tariffe regolate, Power Purchase Agreement, Contract for Difference e così via.
Contract for Difference e modello RAB
Un Contract for Difference, ad esempio, stabilizza il prezzo dell’energia. Se il prezzo di mercato scende sotto il prezzo concordato, il produttore riceve la differenza; se il mercato supera quel livello, restituisce la differenza. Hinkley Point C (nel Regno Unito) ne è un esempio: questo progetto dispone di un CfD a lungo termine, ma gli aumenti dei costi di costruzione restano a carico del produttore.
Con Sizewell C, sempre nel Regno Unito, si è scelta un’altra opzione: il modello RAB (Regulated Asset Base). Con una RAB, una quota della remunerazione può iniziare già durante la costruzione attraverso una componente, inserita nelle bollette dei consumatori, regolata della tariffa. Per il consumatore una parte del costo viene quindi sostenuta prima che la centrale produca elettricità. Ma dal punto di vista finanziario questa soluzione affronta direttamente una delle principali debolezze dei grandi investimenti nucleari: anni di costruzione durante i quali il capitale impiegato accumula interessi senza generare ricavi. Riducendo il rischio percepito, diminuiscono il rendimento richiesto dagli investitori e il costo complessivo del progetto, che può ridursi in modo significativo. La quota finanziata col RAB sarà poi immessa sul mercato elettrico a un prezzo vantaggioso per il consumatore.
Il modello della Polonia e le garanzie pubbliche
La Polonia sta seguendo una strada ancora diversa per il proprio primo programma nucleare. La società di progetto PEJ è controllata dallo Stato. Il modello prevede circa il 30% di capitale pubblico, debito garantito da garanzie statali e un CfD bidirezionale a lungo termine. Allo stesso tempo, il rischio di realizzazione rimane a carico delle aziende coinvolte nella costruzione (in base al sistema di contratti che si sono dati).
Notiamo quindi come lo Stato possa mobilitare molti più capitali di quelli che investe direttamente, se utilizza bene la propria capacità di ridurre alcuni rischi. Una garanzia pubblica su una parte del debito, ad esempio, non implica necessariamente che lo Stato debba spendere quell’importo. Se il progetto viene completato e il finanziamento ripagato, la garanzia non viene “utilizzata”. Eppure la sua presenza può ridurre significativamente il tasso applicato al debito e, di conseguenza, il costo dell’elettricità prodotta per decenni. Un intervento pubblico mirato può quindi produrre un risultato solo apparentemente controintuitivo: mobilitare oggi la capacità finanziaria dello Stato per rendere possibile, nel tempo, una maggiore partecipazione del capitale privato.
Finanziare il nucleare in Italia
L’Italia dispone già di competenze industriali rilevanti nella filiera nucleare europea e non partirebbe da zero. Per valorizzarle, però, serve una prospettiva di lungo periodo che consenta a imprese, investitori e istituzioni di programmare gli investimenti. Per l’Italia e per la maggior parte dei paesi, la prima centrale non dovrebbe essere considerata un progetto isolato, poiché deve assorbire costi non ricorrenti: sviluppo progettuale, autorizzazioni, qualificazione dei fornitori, formazione del personale, organizzazione della filiera. Molti di questi costi, quando la stessa infrastruttura viene replicata, si riducono grazie al fenomeno dell’“apprendimento industriale”. Teoricamente, i costi (e i rischi) possono essere sostenuti da investitori privati, con una remunerazione sufficiente, oppure lo Stato può intervenire in uno dei modi che abbiamo visto prima. Notiamo anche che il sostegno pubblico potrebbe essere più utile e importante per le prime unità e poi diminuire progressivamente. Trovano quindi giustificazione, sulle prime unità, garanzie maggiori, contratti più lunghi, una quota superiore di capitale pubblico o condizioni di rendimento più favorevoli. Quando la tecnologia, la regolamentazione e la supply chain diventano mature, queste protezioni devono diminuire. In questa prospettiva, il costo del capitale e il costo di costruzione sono due leve decisive: il primo si riduce con una buona architettura finanziaria, il secondo con la standardizzazione, la ripetizione, le filiere mature e i cantieri capaci di rispettare tempi e budget. Il primo reattore è quindi anche un investimento nella capacità di costruire i successivi in modo più rapido ed economico.
Il ruolo di aziende, banche, fondi e Data Centre
Lo stato, le aziende elettriche, costruttori, fornitori, banche, fondi infrastrutturali e grandi consumatori possono assumere ruoli diversi nelle varie fasi del programma. Anche i grandi Data Centre rappresentano un esempio interessante. Un’impresa con elevato merito creditizio che sottoscrive un PPA di venti o trent’anni rende i ricavi dell’impianto molto più prevedibili e, di conseguenza, facilita l’accesso al debito. Alcuni casi internazionali mostrano persino grandi aziende digitali disposte a investire capitale nelle fasi iniziali dello sviluppo o a effettuare pagamenti anticipati legati a contratti di fornitura futuri.
Financing e funding nel programma nucleare italiano
Per l’Italia, quindi, il financing e il funding non sono un tema da affrontare dopo la scelta della tecnologia, ma una parte integrante del progetto industriale. La domanda è quindi quale combinazione di Stato, industria, finanza e grandi consumatori possa accompagnare le prime unità nella fase più rischiosa e rendere le successive progressivamente più finanziabili dal mercato.





















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