Se esiste un luogo dove oggi possiamo osservare davvero cosa significhi “diventare grandi”, quel luogo, o forse sarebbe meglio dire quell’insieme di luoghi immateriali, è lo spazio digitale.
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Lo spazio digitale come teatro della crescita adolescenziale
Gli adolescenti non vivono più il digitale come un passatempo, come una mera alternativa di occupazione del proprio free time: esso costituisce un’estensione naturale della loro vita sociale, affettiva e identitaria (Boyd, 2014). Le loro giornate si dividono tra scuola, casa, allenamenti, uscite, ma anche tra chat di gruppo, video su TikTok, meme condivisi, partite online, Instagram, WhatsApp, Discord, contenuti salvati, profili da “curare” e notifiche da gestire. Questo articolo nasce dall’esigenza di osservare con occhi sociologici, come la presenza del digitale abbia ridefinito il modo in cui i ragazzi costruiscono relazioni, cercano conferme, esplorano la propria identità e interagiscono con i pari.
La domanda di fondo è semplice, ma enormemente complessa: come cambia la socializzazione quando il digitale diventa il principale teatro della quotidianità relazionale? Per rispondere al quesito, si intrecciano dati empirici aggiornati, riferimenti teorici classici, contributi contemporanei e osservazioni derivanti da ricerche psicologiche, sociologiche e comunicative: lo scopo è restituire un quadro equilibrato, scevro sia dai moralismi più ciechi e apocalittici, sia dall’entusiasmo acritico, capace di descrivere l’esperienza concreta degli adolescenti nel loro ecosistema digitale.
Adolescenti e socializzazione: contesti in trasformazione
La sociologia radica le sue spiegazioni nel modo in cui gli individui apprendono i codici, le regole e i valori, del vivere comune. Berger e Luckmann (1966) descrivono la socializzazione come il processo attraverso cui impariamo modelli, regole, a interpretare i ruoli e a sentirci parte di una comunità. Durante l’adolescenza, tale processo diventa più complesso, perché nello stesso momento in cui si interiorizzano norme e valori, si mettono alla prova, si contestano e si tenta di trasformarli. Il gruppo dei pari rappresenta tradizionalmente il luogo dove questo accade con maggiore intensità (Coleman, 1961). È nel gruppo che si sperimentano nuovi ruoli, che si stabiliscono confini, che si imparano linguaggi ed emozioni sociali. Tuttavia, il gruppo non è più circoscritto allo spazio fisico della scuola, del quartiere o dell’oratorio. Gli adolescenti vivono un duplice “ambiente di relazione“:
- offline, fatto di gesti, corpi, incontri, sguardi;
- online, fatto di messaggi, immagini, contenuti, reazioni e algoritmi che definiscono visibilità e riconoscimento. Questi due mondi non sono separati: si intrecciano continuamente. Una battuta tra amici può trasformarsi in un meme condiviso; un conflitto nato online può intensificarsi offline; un contenuto virale può influenzare le dinamiche interne alla classe. Come nota David Smahel (2020), il digitale non sostituisce gli spazi tradizionali della socializzazione, ma li prolunga, li reinterpreta e talvolta li amplifica.
Le pratiche digitali degli adolescenti: smartphone e continuità relazionale
Per comprendere come il digitale modelli la socializzazione, occorre prima osservare come gli adolescenti usano quotidianamente i dispositivi. Lo smartphone, per molti, non è semplicemente un oggetto: è una sorta di “centro di comando“ della vita sociale. Un dispositivo che accompagna, organizza, protegge dall’imbarazzo, riduce il silenzio, facilita contatti, permette di appartarsi pur restando in gruppo e viceversa. Le pratiche digitali più diffuse includono:
- chat di gruppo, spesso decine contemporaneamente;
- condivisione di meme come forma di linguaggio relazionale;
- uso intensivo di Instagram per curare immagine, visibilità e riconoscimento;
- TikTok come luogo di creatività e osservazione del trend;
- gaming online come spazio di aggregazione, soprattutto maschile;
- vocali per esprimere emozioni;
- server Discord come “stanza digitale” dove si inscenano forme di amicizia continuativa;
- invio privato di contenuti (foto, screenshot, stati d’animo) come gesto di intimità. Se fino agli anni Novanta la socialità adolescenziale si interrompeva quando ognuno tornava a casa propria, oggi la continuità relazionale è pervasiva. La giornata non finisce, e anzi spesso si intensifica nel pomeriggio e in serata, quando il digitale diventa un amplificatore della vicinanza tra pari. Internet non è più concepibile come uno strumento: è un ambiente sociale, con sue regole, opportunità e rischi (Rheingold, 2013). Gli adolescenti non si limitano a usarlo: ci vivono dentro.
Pubblico collassato e caratteristiche della socializzazione digitale
Le ricerche di Marwick e Boyd (2011) hanno mostrato come il digitale produca una forma di “pubblico collassato“: gli adolescenti comunicano sapendo che i diversi gruppi sociali (compagni di classe, genitori, insegnanti, conoscenti) potrebbero potenzialmente vedere gli stessi contenuti. Da qui nasce la necessità di gestire attentamente la propria immagine. La socializzazione digitale presenta tre caratteristiche fondamentali:
- Continuità: la relazione non si interrompe mai del tutto.
- Velocità: informazioni, emozioni e conflitti si muovono rapidamente.
- Visibilità: ciò che accade ha spesso un pubblico implicito o esplicito. Queste condizioni modificano profondamente l’apprendimento dei codici sociali. Il “non rispondere” a un messaggio può essere interpretato come un segnale di rifiuto; la scelta di un contenuto da condividere può trasmettere affiliazione a uno specifico gruppo; una foto può definire lo status.
Il gruppo dei pari nell’era digitale: dinamiche di status e appartenenza
Le dinamiche interne ai gruppi di adolescenti oggi sono un mix di regole antiche e nuove pressioni digitali. La reputazione si costruisce attraverso elementi visibili:
- foto pubblicate,
- qualità estetica del profilo,
- numero di follower,
- presenza nei contenuti altrui,
- capacità di creare trend o contenuti divertenti. Il riconoscimento è spesso immediato, ma fragile. Una storia pubblicata o un messaggio inviato al gruppo in un momento sbagliato può cambiare l’umore del resto della giornata. L’esclusione non avviene più solo fisicamente:
- essere fuori da un gruppo WhatsApp,
- non ricevere un tag,
- non essere incluso nella foto del gruppo,
- essere lasciati “in visualizzata”. Questi gesti digitali diventano segnali potenti, talvolta più visibili di quelli offline.
Creatività digitale, salute mentale e qualità delle interazioni
Nonostante le tensioni, il digitale è anche un luogo di enorme creatività: i ragazzi producono meme, remixano contenuti, ironizzano sulla quotidianità, inventano linguaggi interni al gruppo. Il digitale diventa così un laboratorio culturale, non solo un luogo di conflitto, ma, quando catalizza quest’ultimo, esso può condurre anche a criticità mentali che necessitano un assistenza clinica dedicata. La relazione tra digitale e salute mentale non è lineare. Ricerche della WHO (world health organization 2024) mostrano che non esiste una correlazione semplice tra “tempo online” e malessere. Ciò che fa la differenza sono:
- la qualità delle interazioni,
- la natura del gruppo di riferimento,
- le vulnerabilità personali,
- le aspettative di riconoscimento. Twenge (2023) suggerisce che le generazioni nate dopo il 2010 affrontino una maggiore pressione dovuta alla centralità dello smartphone, ma sottolinea anche che esso rappresenti per molti un rifugio, uno spazio di espressione o persino un supporto emotivo.
Iper-visibilità, disuguaglianze digitali e ruolo educativo
Il rischio maggiore è l’iper-visibilità: vivere costantemente sotto lo sguardo altrui richiede un lavoro emotivo intenso. Questo può alimentare ansia sociale, paura del giudizio, perfezionismo e senso di inadeguatezza. Inoltre, il digitale catalizza condivisione, partecipazione, ma anche la loro nemesi: la disuguaglianza. Essa non riguarda più solo l’accesso (prima dimensione), ma soprattutto:
- le competenze (seconda dimensione),
- le opportunità ottenute grazie al digitale (terza dimensione) (OECD, 2025). Chi ha dispositivi migliori, maggiore supporto familiare e scuole più attrezzate impara a utilizzare il digitale in modo produttivo; altri ragazzi lo vivono quasi esclusivamente come intrattenimento. Ciò crea differenze significative nelle traiettorie di vita. Inoltre le scuole sopracitate non possono limitarsi a vietare l’uso degli smartphone: devono educare alla cittadinanza digitale, promuovendo:
- alfabetizzazione informativa,
- pensiero critico,
- competenze relazionali online,
- consapevolezza dei rischi e dei bias. Molti genitori non conoscono davvero i contesti digitali dei figli. Ma la paura non è una strategia efficace: serve dialogo, comprensione dei linguaggi e disponibilità ad accompagnare senza giudizio. Le grandi piattaforme svolgono un ruolo chiave: dovrebbero progettare ambienti più sicuri, trasparenti, privi di meccanismi di dipendenza artificiale e più attenti ai minori.
Conclusioni: comprendere senza demonizzare
Gli adolescenti non vivono “troppo” nel digitale: vivono nel loro mondo, un mondo ibrido dove identità, emozioni e relazioni scorrono tra offline e online in un continuo fluire. Internet non distrugge il gruppo dei pari: lo trasforma, lo prolunga, lo rende più articolato e talvolta lo complica. Il compito degli adulti non è demonizzare i dispositivi o idealizzare il passato, ma:
costruire ambienti — familiari, scolastici, digitali — che sostengano una socializzazione ricca, positiva e consapevole. L’adolescenza non è mai stata una stagione esistenziale semplice, e forse oggi ancora più complessa, un frangente temporale antropico di transizione e profondo cambiamento, fisico, psicologico e sociale, ma è proprio nell’incontro tra reale e digitale che si generano nuove forme di creatività, relazioni, competenze e identità che meritano di essere comprese con attenzione e rispetto, evitando cieche demonizzazioni banalizzanti che pongono come ostacolo un anacronistico puritanesimo di ritorno all’ineluttabilità del cambiamento.
- capire come i ragazzi utilizzano davvero il digitale;
- riconoscere le nuove forme di appartenenza e vulnerabilità;
- accompagnarli nella costruzione di un equilibrio sano;
- costruire ambienti — familiari, scolastici, digitali — che sostengano una socializzazione ricca, positiva e consapevole.
L’adolescenza non è mai stata una stagione esistenziale semplice, e forse oggi ancora più complessa, un frangente temporale antropico di transizione e profondo cambiamento, fisico, psicologico e sociale, ma è proprio nell’incontro tra reale e digitale che si generano nuove forme di creatività, relazioni, competenze e identità che meritano di essere comprese con attenzione e rispetto, evitando cieche demonizzazioni banalizzanti che pongono come ostacolo un anacronistico puritanesimo di ritorno all’ineluttabilità del cambiamento.
Bibliografia
- Berger, P., Luckmann, T. (1966). The social construction of reality. Penguin Books, London.
- Boyd, D. (2014). It’s complicated: the social lives of networked teens. Yale University Press, New Haven.
- Coleman, J. (1961). The adolescent society. Free Press, New York.
- Smahel, D., et al. (2020). EU kids online 2020. London School of Economics, London.
- Marwick, A., Boyd, D. (2011). The drama! Teen conflict, gossip, and bullying in networked publics. Oxford University Press, Oxford.
- OECD. (2025). How’s Life for Children in the Digital Age? OECD Publishing, Paris.
- Pew Research Center. (2023). Teens, social media and technology. Washington, DC.
- Rheingold H., (2013), Perché la rete ci rende intelligenti, Cortina Raffaello, Milano.
- Turkle, S. (2011). Alone together. Why we expect more from technology and less from each other. Basic Books, New York.
- Twenge, J. M. (2023. Generations: the real differences between Gen Z, Millennials, Gen X, Boomers, and Silents and what they mean for America’s future. Atria Books, New York.
- WHO Europe. (2024). Teens and screens and mental health report. Copenhagen.













