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il manager eretico

Adriano Olivetti, seguirne l’esempio per cambiare l’Italia: ecco come

Saper accompagnare le persone verso nuovi processi senza stravolgere il senso che esse danno al proprio lavoro o alla propria vita: era questo il senso della tecnologia per Adriano Olivetti. Ecco perché recuperarne il pensiero potrebbe permettere all’Italia di uscire dall’impasse e a affrontare le sfide future

03 Set 2019

Paolino Madotto

manager esperto di innovazione, blogger e autore del podcast Radio Innovazione


Sempre più spesso si sente citare Olivetti come esempio da seguire per chi fa innovazione. Questo è importante, finalmente dopo anni di oblio da qualche tempo è stato riscoperto un personaggio come Adriano Olivetti che ha posto in essere un pensiero e un’opera che diventano sempre più attuali.

Tuttavia troppo spesso si fa riferimento ad Olivetti come colui che ha contribuito alla nascita della P101, il primo PC personale, o come un industriale devoto allo sviluppo di ricerca e innovazione sull’informatica ma questo è vero in parte (la “perottina come veniva chiamata la “Programma 101” dal nome dell’Ing. Perotto responsabile della sua ideazione e produzione nasce tra il ’62 e il ’64 dopo la sua morte prematura e per merito di suo figlio Roberto Olivetti ad esempio).

Adriano Olivetti è profondamente attuale, non solo per la straordinaria figura di imprenditore e manager di azienda ma per aver messo insieme questa sua capacità manageriale con una visione unitaria, un disegno di insieme di società che già nel dopoguerra del secolo scorso si proponeva come sostenibile e sociale. Adriano Olivetti non è un “imprenditore illuminato” e non va nemmeno messo alla stregua di un Jobs o Bezos qualunque, è un uomo che ha una visione della società in cui vive e del ruolo che può avere una azienda privata per migliorarla.

Ha dimostrato che i profitti aziendali sono compatibili con il lavoro e con il territorio, una attenzione all’ambiente e alla vivibilità, una capacità di rendere concreto l’equilibrio tra lavoro e vita. Tutti argomenti che ora sempre di più fanno parte di libri e articoli manageriali e discorsi politici nei principali paesi industrializzati.

Recuperare il pensiero di Adriano Olivetti è il modo per aver una chiave di interpretazione della tecnologia e del suo uso, del modello di industriale che sarebbe necessario per uscire dall’impasse nella quale si trova l’Italia e delle sfide che ci pone il futuro, dall’intelligenza artificiale alla scienza dei dati, dal divario sempre più forte tra “nord” e “sud” alla polarizzazione tra lavoratori ricchi e qualificati e poveri e dequalificati che ci pone di fronte la “nuova” trasformazione digitale in atto.

Società e tecnologia sono due cose molto legate, la tecnologia può essere dannosa se perde il ruolo di strumento volto al miglioramento della società. Ad esempio, l’Intelligenza artificiale può essere strumento per curare meglio le malattie o un sistema securitario e di controllo come nel caso cinese.

Tecnologia con la Persona al centro

Per Adriano Olivetti al centro c’è la Persona intesa come individuo che è presente nella società in modo positivo mantenendo le sue specificità operando in relazione con gli altri, contribuendo al miglioramento generale. Una persona che coopera con gli altri e non li vede in concorrenza o in competizione. Quando parliamo di tecnologia e innovazione dovremmo partire da questa funzione strumentale del progresso tecnologico, lavorare affinché esso non ci sopraffaccia e che non venga utilizzato in modo improprio.

Quella tra persona e tecnologia è una relazione ancora più evidente nella vita quotidiana e nei processi di “digital transformation” dove le tecnologie per produrre risultati debbono essere costruite intorno alla cultura aziendale e sociale, saper accompagnare le persone verso nuovi processi senza stravolgere il senso che le persone danno al proprio lavoro o alla propria vita quotidiana.

Siamo pieni di fallimenti di progetti di informatizzazione e digitalizzazione dove a fallire non è tanto la realizzazione tecnica ma la concretizzazione sociale, la trasformazione di una tecnologia in uno strumento utilizzato e fatto proprio dalle persone. Dai primi anni ’90 nelle riviste di management internazionali si è via via andato ad affermare lo slogan “People, Process, Technology and Culture”, elementi che visti insieme sono lo strumento per realizzare i cambiamenti organizzativi, trasformare le organizzazioni. Adriano Olivetti negli anni intorno alla metà del secolo scorso disegna prima di altri questo modello e lo concretizza nella sua vita di impresa e di cittadino a tutti i livelli. Olivetti concretizza lo slogan in modo non formale, “People” significa investire non solo nella formazione aziendale ma nello sviluppo della Persona, nella sua formazione culturale attraverso biblioteche e cinema nelle fabbriche, circondandosi di manager che sono diventati intellettuali di primo piano e che non erano assunti per la loro propensione ad assecondare il capo ma per la loro capacità critica e di analisi, Adriano si circondava di persone intelligenti, le motivava, ne stimolava le riflessioni e il confronto continuo, premiava il merito senza essere meritocratico (“Edizione Comunità”, la sua casa editrice oggi riportata in vita e guidata brillantemente da suo nipote Beniamino de’ Liguori Carino, ha recentemente ripubblicato “L’Avvento della Meritocrazia” di Michael Young che è una acuta riflessione sul senso della meritocrazia e sui suoi pericoli). Questo approccio si è rivelato la sua “arma segreta” per trasformare la Olivetti in una multinazionale in grado di far concorrenza all’IBM, acquisire colossi USA, essere presente in tutto il mondo con i suoi prodotti.

Tecnologia per rendere “bello” il luogo di lavoro

Adriano Olivetti nasce nel mondo della meccanica delle macchine da scrivere, che al tempo erano la frontiera dell’innovazione nel lavoro d’ufficio, e il suo modello di impresa travalica l’oggetto in sé per proporre un intero modello di lavoro ai propri clienti (ci ricorda la Apple). Lo strumento tecnologico, che sia una macchina da scrivere o il primo computer a transistor al mondo (ELEA) progettato da Mario Tchou, Ingegnere italo-cinese leader del gruppo costituito da Adriano Olivetti a Pisa e scomparso prematuramente, erano per Olivetti qualcosa che rappresentava uno stile di vita. Adriano Olivetti non vendeva solo strumenti tecnologici ma un modello che comprendeva qualsiasi cosa fosse intorno all’ufficio e gli oggetti avevano un design e un’estetica che, nella sua idea, erano necessari a migliorare il modo di vivere il lavoro rendendo “bello” il luogo di lavoro per aiutare le persone a stare meglio. Il suo marketing era rivolto a proporre un modello e per questo vendeva, oggi è rivolto solo a vendere e non sempre ci riesce. Così per le sue fabbriche, così diverse da quelle diffuse in quel periodo.

Al modello FIAT del dopoguerra, fatto di capannoni e ambienti angusti, Adriano Olivetti contrapponeva ambienti disegnati dai migliori architetti, piacevoli da vivere con dentro biblioteche e cinema. Questo non solo non penalizzava la produttività ma la faceva esplodere, si narra che in una visita di burocrati sovietici essi fossero meravigliati che il loro modello basato su stackanovismo e coercizione non arrivasse minimamente al livello di produttività dei lavoratori di Ivrea. Se pensiamo ai moderni Head Quarter delle big tech e ai loro campus vediamo come oggi si è capito che si lavora meglio e di più in ambienti belli e funzionali, anche se questo è destinato ad una piccola parte della forza lavoro come nel caso di Amazon.

Un manager “eretico” che vedeva oltre il profitto

Adriano era arrivato a questo dopo aver passato molto tempo negli Stati Uniti, profondo conoscitore degli insegnamenti di management e organizzazione insegnati dalle principali università ma anche aveva visto da vicino il modo di produrre delle imprese statunitensi. Il suo modo di guidare l’azienda era così diverso dallo stile che andava per la maggiore e che poteva essere riassunto da ciò che succedeva nella FIAT. Al suo stile rivolto a trasformare il benessere delle persone in benessere dell’impresa e della comunità si contrapponeva lo stile rigido di quel tempo volto a sottomettere l’uomo per la produzione e per il profitto senza eguagliare la Olivetti né nell’una e né nell’altro. Adriano Olivetti era un po’ il “nemico” degli imprenditori che avevano uno stile di management differente che arrivavano a definirlo “comunista” ma era anche il “nemico” del sindacato che lo vedeva come il “padrone buono” che illudeva i suoi lavoratori ma in fondo non poteva che essere cattivo.

Adriano Olivetti, in questo senso, era profondamente “eretico” e non era catalogabile nelle categorie di quel tempo, questo lo sapeva ma se ne faceva una ragione continuando la sua opera. Adriano rincorreva l’idea che la fabbrica, l’azienda doveva avere un senso, che chi vi lavorava doveva poter avere un senso che andasse oltre il semplice fatturato e profitto. Fatturato e profitto erano importanti ma erano il prodotto del senso del lavoro di chi ci lavorava non erano l’unico scopo a cui immolarsi. Questa costruzione di senso oggi è oggetto delle moderne teorie di management, sempre più valida e utile per motivare lavoratori ad alta formazione, talenti, creatività. Forse anche per questo molti giovani laureati preparati preferiscono andare all’estero dove trovano aziende più preparate a costruire ambienti aziendali accoglienti, motivanti ed economicamente appaganti. Se non cambiamo il nostro modo di gestire le imprese non riusciremo a riconquistare un ruolo nell’era del lavoro intellettuale e creativo che oggi e sempre più in futuro genera maggior valore aggiunto.

Un modello di welfare aziendale che trascende l’azienda

L’ultimo rapporto SVIMEZ indica tra le priorità l’investimento in “infrastrutture sociali” (sanità, scuola, welfare) e nella necessità di contrastare l’emigrazione dei giovani, Adriano Olivetti combatte contro gli stessi mali quando nel territorio povero del dopoguerra intorno a Ivrea si rende conto che solo aiutando la comunità intorno alla fabbrica può svilupparsi la Olivetti. Erano gli anni nei quali non esisteva lo Stato e interviene direttamente costruendo un modello di welfare aziendale che trascendeva l’azienda, eppure avrebbe potuto fare la scelta facile di trasferire la fabbrica a Milano, dinamica, conveniente, piena di infrastrutture, dove i lavoratori arrivavano da tutta Italia per cercare lavoro.

E invece Adriano dà luogo ai primi trasporti pubblici, borse di studio per sostenere i ragazzi del territorio, asili e scuole, presidi sanitari e politiche per migliorare la condizione sociale del suo territorio. La stessa impostazione che ebbe intorno a tutti gli stabilimenti costruiti in Italia e che gli dava un vantaggio competitivo in azienda con lavoratori molto motivati e produttivi ma anche cittadini consapevoli (molto di più del welfare aziendale odierno).

Oggi lo SVIMEZ ribadisce che la “priorità di un nuovo “Stato strategico e innovatore”, dev’essere orientata all’incremento della dotazione di infrastrutture economiche, ambientali e sociali, all’investimento nel capitale umano e nelle politiche di innovazione per le imprese”, ancora l’attualità del pensiero di Adriano. Ovviamente oggi difficilmente potremmo avere una azienda privata in grado di assumersi l’onere di costruire “infrastrutture sociali” nel suo territorio (e non sarebbe nemmeno giusto chiederglielo) ma è sempre più necessario e utile che le aziende contribuiscano a rendere migliore la propria comunità, così come credo debbano farlo gli stessi lavoratori.

Cambiare approccio all’innovazione

Le sfide di fronte alle quali ci troviamo devono spingerci a cambiare il nostro approccio all’innovazione, l’esempio e il pensiero di Adriano Olivetti sono sempre più attuali. È necessario superare il richiamo “nostalgico” ad Adriano Olivetti come pioniere dell’informatica, anche se sicuramente lo è, per riscoprire il suo approccio alle sfide del futuro della tecnologia sia nell’impresa che nella società. Questo significa approcciare in modo diverso la progettazione, la realizzazione e gli aspetti organizzativi del nostro produrre innovazione.

Concentrarci sull’investimento sulle persone, sulla formazione, sulla costruzione di ambienti di lavoro migliori e sulla costruzione di senso del nostro essere professionisti e cittadini. Questo vale in tutti i paesi industrializzati anche se noi in Italia abbiamo la necessità di uno sforzo maggiore per liberarci da una produzione industriale concentrata su settori a bassa specializzazione produttiva e da una carente cultura manageriale e organizzativa che scarica spesso sui singoli la responsabilità di trovare le soluzioni, risolvere i problemi, costruire efficacia dell’agire. Abbiamo bisogno di un nuovo modo di gestire la cosa pubblica e le imprese e di un nuovo impegno da parte di ciascuno per ciò che svolge quotidianamente, abbiamo bisogno del senso di comunitarismo concreto che Adriano andava proponendo.

Serve al PIL per rivederne la crescita e serve a noi per riprendere la speranza di un futuro migliore per il nostro paese.

Una decina di anni fa nel corso di una cena con Pekka Himanen, allora professore nell’università di Helsinki e Visit Professor all’università di Oxford, a seguito della presentazione a Roma del suo libro “L’etica haker e lo spirito dell’età dell’informazione” e dopo aver parlato tutta la sera delle magnifiche eccellenze italiane da Leonardo a Galileo, da Fermi a Marconi e via dicendo, fece una domanda alla quale ancora non trovo risposta: “Dopo aver fatto tutte queste cose e aver avuto punte così alte nella cultura, nella scienza e nell’industria cosa avete intenzione di fare nel futuro?”.

Ecco a questa domanda non trovo ancora risposta e penso che l’approccio di Adriano Olivetti possa essere il grimaldello per aiutarci a scoprirla.

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