Alphabet Workers Union, il sindacato di Google: ma a che servirà davvero | Agenda Digitale

la riflessione

Alphabet Workers Union, il sindacato di Google: ma a che servirà davvero

È forse l’inizio di una nuova vita per tutta la Silicon Valley, che pure non ha mai amato la democrazia economica (e forse neppure quella politica) – di cui un sindacato è parte essenziale. Ma gli obiettivi di Alphabet Workers Unione, certo etici e nobili, lo rendono esperimento piuttosto debole. Ecco perché

08 Gen 2021
Lelio Demichelis

Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria

Google Walkout

La Silicon Valley sta cambiando pelle? È nato un sindacato in Google, il primo nella Silicon, e la cosa sembra ancora incredibile. Eppure, sembra una storia vera e la notizia ha conquistato vecchi e nuovi media. Ma che tipo di sindacato è nato nell’impresa forse più famosa tra le big tech, quella da cui miliardi di persone nel mondo dipendono, mentre lavorano per essa producendo gratuitamente dati e facendosi profilare?

È forse l’inizio di una nuova vita per tutta la Silicon Valley, che pure non ha mai amato la democrazia economica (e forse neppure quella politica) – di cui un sindacato è parte essenziale; Valley che vive di apparente coinvolgimento emotivo dei suoi dipendenti facendo credere loro che Google e Facebook eccetera siano la loro stessa vita, rendendo così superflua l’idea stessa di un sindacato, con imprese che per anni hanno saputo costruire su di sé e sussumere in sé le identità individuali e collettive dei suoi lavoratori (oltre che degli utenti), costruendone la way of life anche lavorativa; imprese che da sempre hanno appunto osteggiato la nascita di un sindacato ritenendolo incompatibile con quella che si auto-definisce economia della conoscenza, Intelligenza Artificiale e digitalizzazione e “il nuovo che avanza e che non si può fermare”?

Alphabet Workers Union, il sindacato di Google

L’America ci stupisce nuovamente. Pochi giorni prima del quasi-tentativo-di-golpe da parte di Trump (“The Guardian”) – nel paradosso di un paese che ha fomentato per decenni colpi di stato in mezzo mondo e che si ritrova infine a subirne (quasi) uno dentro di sé e contro le sue istituzioni (per di più da parte della sua massima istituzione, appunto il presidente Trump[i]) – era arrivata la notizia della nascita di un sindacato dei lavoratori di Google. Il suo nome è Alphabet Workers Union e al momento raggruppa poche centinaia (400 secondo alcuni, 200 secondo altri) di ingegneri e progettisti del codice che fa funzionare le piattaforme del colosso di Mountain View[ii]. Pochi, certo e per di più di qualifica alta, coinvolgendo appunto appena una frazione degli oltre 260.000 tra dipendenti e contractor della multinazionale specializzata nella estrazione prima e poi nella vendita dei dati di miliardi di persone; ma comunque è una breccia interessante prima che importante in quella Silicon Valley da sempre contro la presenza di sindacati di qualunque tipo (“Google, a novembre scorso, aveva licenziato quattro dipendenti che stavano lavorando a una organizzazione sindacale violando – secondo l’azienda – la privacy dei colleghi”). E invece, secondo l’Alphabet Workers Union: “Ogni lavoratore merita un sindacato, compresi i lavoratori tecnologici”, realizzando quello che sembra essere il primo sindacato sorto in una big company tecnologica.

Un sindacato che è nato quasi di nascosto dopo quasi un anno di gestazione – e questo la dice lunga sulle difficoltà incontrate per farlo nascere – e che è associato alla Confederazione americana dei lavoratori della comunicazione, Cwa. In un loro testo pubblicato lo scorso 4 gennaio sul “New York Times”, Paul Kohl e Chewy Shaw – presidente e vicepresidente del nuovo sindacato – hanno scritto: “Alphabet è una società potente, responsabile per vasti settori di internet. I suoi servizi sono usati da miliardi di persone in tutto il mondo. Ha la responsabilità di favorire il bene pubblico. La responsabilità nei confronti di migliaia di dipendenti e miliardi di utenti di rendere il mondo un posto migliore. Come lavoratori di Alphabet possiamo contribuire a costruire quel mondo”. E però, fin qui vengono di fatto usati gli stessi slogan di marketing di Google e si assumono le stesse tecniche motivazionali (“favorire il bene pubblico”; “rendere il mondo un posto migliore”): ovvero – da queste prime frasi – sembra più un sindacato aziendale che un sindacato vero e proprio, almeno nel senso europeo del termine. Per cui l’ipotesi del NYT – questo sindacato is likely to escalate tensions with top leadership – ci appare ancora del tutto prematura e forse troppo ottimistica.

Obiettivi del sindacato di Google

Perplessità che trovano conferma negli obiettivi che il nuovo sindacato afferma di essersi dato: meno attenzione alle vertenze economiche e maggiore impegno su questioni di qualità del lavoro e di eticità, come quelle di garantire minimi sindacali a impiegati di società appaltatrici esterne, anche internazionali e ai contractor. Si è autodefinita come una “piattaforma per l’attivismo” all’interno di Google e secondo i suoi fondatori vorrebbe essere espressione di una militanza già ricorrente a Google e nella Silicon Valley, anche se (va ricordato) prevalentemente orientata ad agire su questioni di diversità di genere, discriminazioni salariali e molestie sessuali.

Vertenze importantissime certo, ma forse non sufficienti ancora per definire – già adesso – Alphabet Workers Union appunto come un sindacato, anche se ne ha la forma associativa.

  • Di più: come ricorda Luca Celada, “Nel 2018, 20.000 lavoratori di Google sono stati protagonisti di uno sciopero in seguito ad alcuni episodi di molestie risolte senza conseguenze penali ed anzi con ricche buonuscite per gli accusati.
  • Altre proteste si sono registrate contro la fornitura di tecnologie a dipartimenti statali come il Pentagono e il Border patrol incaricato delle politiche anti-immigrati di Trump (due impiegati che avevano contestato gli appalti sono stati licenziati nel 2019).
  • Oggetto di ripetute critiche interne è stata anche la disponibilità dell’azienda ad adattare i motori di ricerca alle richieste di censura, ad esempio da parte della Cina.
  • Una serie di istanze etiche tornate recentemente alla ribalta della cronaca in seguito al licenziamento dell’esperta di intelligenza artificiale Timnit Gebru che aveva pubblicato uno studio che rilevava una parzialità dei sistemi di AI di Google nei confronti delle minoranze etniche. Un allontanamento che ha solo accentuato le accuse di parzialità e di discriminazione nei confronti di una studiosa di colore”[iii].

Ovvero – ancora il NYT – è un sindacato non solo di forte minoranza (quindi la coscienza della sua necessità è ancora molto debole), ma i suoi stessi componenti affermano che “it was primarily an affort to give structure and longevity to activism at Google,  rather than to negotiate for a contract”. Ma un contratto collettivo di lavoro è solitamente uno degli obiettivi prioritari di un sindacato, anche aziendale. Accantonando questo strumento, il nuovo sindacato rischia di auto-limitarsi appunto a questioni etiche – sempre importantissime, lo ribadiamo – più che di vera democrazia economica. Anche se i suoi dirigenti affermano che è “a necessary tool to sustain pressure on management so that workers could force changes on workplace issues”.

Che il mondo dei lavoratori della tecnologia – a vario grado e livello e mansione – sia in fase di embrionale organizzazione sindacale lo hanno dimostrato diversi fatti, più fuori dagli Usa che dentro: pensiamo solo agli scioperi e alle vertenze soprattutto legali, in Italia, dei riders per vedersi riconosciuti anche de iure come lavoratori dipendenti, subordinati e organizzati dalle piattaforme, quali sono di fatto. Nel caso di Google abbiamo invece un sindacato di qualifiche appunto alte o medio alte, molto identificate comunque con l’impresa – cosa che li differenzia fortemente dal proletariato delle piattaforme e dai loro sindacati.

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Senza dimenticare poi, come ricorda ancora Luca Celada, che accanto alla nascita del sindacato di Google “allo stesso tempo si registra una nuova spinta politica per regolare un’industria che in pratica ha finora fatto il bello e cattivo d tempo. A novembre scorso un referendum (lautamente finanziato dalla Silicon Valley) ha abrogato la legge varata l’anno scorso in California per imporre a Uber e Lyft e agli altri giganti del delivery e del ridesharing di assumere autisti e rider con contratti a tempo indeterminato. Una vittoria che le piattaforme hanno potuto celebrare solo per un paio di settimane dato che un mese dopo è arrivata la doccia fredda del caso antitrust del Dipartimento di giustizia, che il 9 dicembre ha annunciato una causa contro la sistematica strategia di Facebook per acquisire rivali con lo scopo di inibire la concorrenza e monopolizzare i social media. Quando non è stato possibile il takeover, ha sostenuto il Dipartimento di giustizia, Facebook avrebbe intenzionalmente rovinato potenziali concorrenti negando loro accesso alla propria piattaforma e agli strumenti di promozione e marketing che controlla. Quella causa, in cui si sono costituiti parte civile anche 50 Stati degli Usa, è diretta, seppur in minore misura, anche contro le pratiche anticoncorrenziali di Google. Si delineano insomma forse le prime crepe nel monolitico oligopolio del complesso industriale dei dati, quell’agglomerato senza precedenti di capitalismo della sorveglianza e monopolio tecnologico che sta plasmando in modo intimo e pervasivo la società del presente, e in cui una minuscola minoranza di capitalisti influisce su aspetti fondamentali della convivenza, ma fuori dalla portata della politica”.

Un sindacato dei lavoratori produttori di dati

Da qui la ulteriore domanda: come si comporterà Alphabet Workers Union in queste controversie che sono legali ma soprattutto politiche e di democrazia? I suoi fondatori hanno dichiarato di voler tornare allo spirito iniziale della rete e di Google, prima che venisse sommersa da una montagna di miliardi. “Vogliamo che Alphabet sia una azienda in cui i lavoratori abbiano qualcosa da dire sulle decisioni che influiscono su di noi e sulle società in cui viviamo”: progetto virtuoso, urgente e quindi decisamente apprezzabile. Ma – di nuovo – da che parte si porrà il sindacato, quando i nodi verranno al pettine?

Non solo: per poter davvero “dire qualcosa sulle decisioni che influiscono su di noi e sulle società in cui viviamo” dovrebbe nascere non solo il sindacato americano-aziendale/di filiera di Google, ma un movimento globale di tutti i lavoratori – cioè di tutti noi – che lavorano producendo inconsapevolmente e gratuitamente i dati per Google (e non solo). Un sindacato/movimento che – utopia, sogno? – dovrebbe avere come obiettivi primari: 1) quello di smantellare il monopolio di Google e l’oligopolio del Gafam; e, 2) quello di far vietare sempre e ovunque tutte le pratiche di profilazione delle persone (il capitalismo della sorveglianza, appunto; che agisce come agivano i totalitarismi politici del ‘900, ma contro il quale, a differenza dei totalitarismi novecenteschi, nessuno si ribella).

Un sindacato i cui componenti (cioè tutti noi) dovrebbero acquisire la consapevolezza e la coscienza (Marx direbbe: di classe, ma le classi non esistono più…) di essere di fatto proletariato: di essere cioè forza lavoro a pluslavoro crescente (tanto da diventare lavoro gratuito), ma oggi anche mezzo di produzione appunto di dati (che sono di proprietà del capitalista, come la vita umana che li produce a tempi-ciclo crescenti); un proletariato capace però anche e conseguentemente  di diventare consapevole di essere anche e nuovamente alienato non solo nello svolgimento del suo lavoro (non è proprietario dei mezzi di connessione/produzione/piattaforme, neppure di se stesso come mezzo di produzione di dati) e non è proprietario di ciò che produce (appunto e di nuovo: i dati personali da cui il Gafam estrae profitto per sé e non certo per un mondo migliore). Un proletariato capace infine di percepirsi come alienato anche dalla sua stessa vita, diventata appunto dato – una vita che sempre più dipende da (che sempre più delega sé stessa a) ciò che decide un algoritmo che si impone come principio o regime di verità[iv]. Un sindacato di lavoratori, ma anche di cittadini che quindi non dovrebbe cercare di salarializzare questo lavoro di produzione di dati – come chiede qualcuno – ma di chiederne appunto l’abolizione, così come in passato erano state ridotte le ore di lavoro, abolito lo sfruttamento e il lavoro dei minori[v]. Una utopia o un sogno impossibile? Dipende da noi.

Nuovo e vecchio capitalismo e il sindacato

Che il capitalismo e i capitalisti non abbiano mai amato il sindacato è cosa nota e antica. Henry Ford – da bravo paternalista – non amava il sindacato e appena un anno dopo avere introdotto la catena di montaggio meccanizzata aveva anche creato la Sezione sociologica con una trentina di ispettori incaricati di controllare la vita familiare e personale, fuori cioè dallo stretto ambito lavorativo, dei suoi dipendenti, valutandola sulla base di un punteggio, dove ad essere premiati erano i comportamenti apprezzati da Ford e penalizzati quelli contrari. Anche Taylor non amava il sindacato, ritenendone la presenza in fabbrica una contraddizione con la sua organizzazione scientifica del lavoro – che in quanto scientifica non poteva essere quindi contestata – e se il sindacato cercava di farlo diventava irrazionale e antiscientifico in sé. Anche Taiichi Ohno, teorizzatore e realizzatore del modello toyotista, premessa della lean production, era contro il sindacato; e la sua eliminazione o la sua riduzione ai minimi termini (o la sua trasformazione in un sindacato obbediente ai voleri dell’impresa – un sindacato giallo, si diceva un tempo) era uno dei sei zeri del suo modello di fabbrica integrata, gli altri erano zero magazzino, zero tempi morti, zero difetti, zero burocrazia e zero tempi di attesa per i clienti.

Anche Marchionne non amava il sindacato – uno in particolare, la Fiom che è dovuta arrivare fino alla Corte costituzionale per vedersi riconosciuto quel ruolo e quella rappresentatività che invece Marchionne voleva negarle. Sicuramente il sindacato non è amato dalla Silicon Valley, cioè dal capitalismo nella sua estremizzazione narcisistica/autocratica e nella sua auto-referenzialità.

Quale sindacato, dunque? Vale qui ricordare brevemente come i primi sindacati moderni sorsero alla fine XIX secolo con le Società di mutuo soccorso e le Leghe di resistenza, intese come contropotere rispetto al potere del datore di lavoro. E in proposito si possono ricordare i coniugi Sidney e Beatrice Webb che ne mostrarono l’utilità sociale come strumento di riequilibrio di potere e veicolo di democrazia anche industriale. Leghe che da subito furono aspramente contrastate dalle autorità del tempo e soprattutto (anche allora) dal padronato (e i Webb ricordavano come ad esempio il padronato dell’edilizia minacciasse chiunque avesse “sottoscritto fondi di qualsiasi unione o associazione operaia, la quale interferisse nell’andamento delle aziende” – cioè, allora come oggi, e soprattutto quelle della Silicon Valley, le imprese sono tendenzialmente monocratiche/autocratiche e considerano come un intralcio e come una violazione della proprietà privata l’esistenza stessa e poi l’azione di un sindacato a tutela dei più deboli nel contratto di lavoro. E tuttavia, come ha scritto il sociologo Aris Accornero, “accanto all’industria non poteva non nascere anche il sindacato. Nel 1864, a Londra era stata fondata l’Associazione internazionale degli operai o Prima internazionale socialista. Due anni, dopo, al Congresso costitutivo di Ginevra, venne adottata una risoluzione dal titolo: “I sindacati: il loro passato, il presente e il futuro”, che iniziava in questo modo: La sola potenza sociale che hanno gli operai è il loro numero, ma la forza del numero viene annullata dalla divisione tra gli operai stessi, favorita e promossa dall’inevitabile concorrenza che gli operai si fanno tra di loro”[vi] – o spinta e attivata dallo stesso sistema industriale-capitalistico (pensiamo a quanto la flessibilità e l’esternalizzazione della forza lavoro permessa dalla nuove tecnologie hanno disarticolato e indebolito l’azione del sindacato e ridotto i diritti del lavoro e dei lavoratori). Per non parlare di management algoritmico, dove a scomparire è anche l’impresa in sé come luogo fisico di discussione e di contrattazione, sostituita appunto da un algoritmo/piattaforma. Non per niente il sindacato europeo e in particolare quello italiano cerca oggi di contrattare l’algoritmo applicato all’organizzazione del lavoro, ma nel senso di contrattarlo non solo e non tanto ex post, quanto e soprattutto ex ante, cioè prima della sua implementazione.

In conclusione

Lunga vita e forza crescente dunque ad Alphabet Workers Union – perché in democrazia ogni potere deve sempre essere bilanciato da un contropotere di controllo. Le premesse ci sembrano tuttavia ancora deboli e incerte.

Ma aspettiamo con impazienza di essere smentiti dagli eventi.

NOTE E BIBLIOGRAFIA

[i] Su questi fatti e sul ruolo della rete rimandoo a: https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/assalto-al-congresso-usa-crisi-della-democrazia-e-ruolo-del-digitale/

[ii] https://www.nytimes.com/2021/01/04/technology/google-employees-union.html

[iii] https://ilmanifesto.it/la-piattaforma-per-lattivismo/?goal=0_1006d401fe-f6aefc9081-184788525&mc_cid=f6aefc9081&mc_eid=ec97344efe

[iv] E. Sadin (2019), “Critica della ragione artificiale”, Luiss, Roma, pag. 59

[v] Sui processi di alienazione, di ieri e di oggi, rimando al mio “La grande alienazione. Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo”, Jaca Book, Milano, 2018

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[vi] In L. Demichelis (2020), “Sociologia della tecnica e del capitalismo. Ambiente, uomini e macchine nel Tecnocene”, FrancoAngeli, Milano, pag, 179

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