Gli studi umanistici soffrono l’impatto di pregiudizi annosi e feroci che nei secoli si sono sempre riproposti, per funestare anche noi nel presente. Non è una novità dell’era del digitale: per raccontarne una nel XIV secolo Boccaccio voleva fare il letterato, ma il padre cercò in ogni modo di spingerlo alla carriera di mercante che, invece, proprio non gli piaceva ma era più redditizia. Cogliere il sentiment sul tema in modo veloce captando tendenze e dibattiti sui social permette di farsi un’idea dello scenario: ci sono agguerrite fazioni online tra chi ritiene le humanities materie per sfaticati, poco svegli, al massimo benestanti o snob, e chi invece sostiene che servono competenze a tutto tondo, approcci diversi e pensieri critici per affrontare la complessità di oggi. Gli stereotipi dilaganti coinvolgono soprattutto il mercato del lavoro, e riguardano la presunta mancanza di spazio per letterati, filosofi, storici e linguisti.
il velo di maya
Umanisti, stop ai pregiudizi sul lavoro: il digitale cambia tutto
Contrapporre nel dibattito pubblico gli studi umanistici alle materie stem denota una visione dicotomica superficiale: la digitalizzazione, l’AI e la transizione green arricchiscono gli umanisti, portatori di competenze peculiari molto apprezzate sul mercato del lavoro. Terza puntata della rubrica Il velo di Maya
Giornalista professionista, redazione AgendaDigitale.eu

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