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Cyberbullismo, l’UE alza lo scudo: ecco il nuovo Piano a tutela dei minori



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Il Piano d’azione europeo IP/26/332 introduce strumenti tecnologici standardizzati per contrastare il cyberbullismo. Un’app di segnalazione rapida, tutela della salute mentale e cooperazione transfrontaliera definiscono un nuovo paradigma normativo per la protezione dei minori nel Decennio Digitale

Pubblicato il 19 feb 2026

Marco Martorana

avvocato, studio legale Martorana, Presidente Assodata, DPO Certificato UNI 11697:2017

Zakaria Sichi

Avvocato praticante, ‎Studio Legale Martorana



cyberbullismo

Le molestie digitali non sono più episodi isolati, ma attacchi persistenti che viaggiano veloci tra piattaforme, chat e deepfake. Con il Piano d’azione IP/26/332 la Commissione punta a una protezione proattiva: segnalazione immediata, prove digitali “blindate” e supporto rapido alla vittima.

L’obiettivo è chiaro: ridurre i tempi di risposta, evitare l’impunità e mettere la salute mentale dei minori al centro della tutela nel Decennio Digitale.

Il cyberbullismo nel 2026: da fenomeno episodico a minaccia sistemica

Partiamo da una constatazione per capire i motivi alla base del cambio di passo Ue: il contesto tecnologico in cui ci stiamo muovendo non è più una semplice estensione della realtà fisica, ma una dimensione esistenziale integrata dove la distinzione tra “online” e “offline” appare ormai anacronistica.

In questo scenario, il cyberbullismo ha subito una mutazione genetica, trasformandosi da fenomeno episodico a minaccia sistemica e persistente.

Le statistiche più recenti prodotte dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali evidenziano un dato allarmante: oltre il 35% degli adolescenti europei dichiara di aver subito forme di persecuzione digitale, con una preoccupante incidenza di casi legati all’uso improprio di strumenti di intelligenza artificiale generativa per la creazione di contenuti diffamatori o manipolatori, i cosiddetti deepfake a sfondo molesto.

Nonostante il consolidamento del Digital Services Act (DSA), che ha imposto alle grandi piattaforme obblighi di trasparenza e mitigazione del rischio, la rapidità della comunicazione digitale e la viralità dei contenuti rendono spesso la risposta giuridica tradizionale troppo lenta e inefficace.

La vulnerabilità dei minori non è solo un tema di sensibilità pedagogica, ma rappresenta una vera e propria crisi di tutela dei diritti fondamentali, poiché l’esposizione costante alla violenza psicologica digitale incide direttamente sul diritto alla salute, all’istruzione e al libero sviluppo della personalità.

La sfida che il legislatore europeo si trova ad affrontare oggi consiste nel superare la logica dell’intervento riparatorio per approdare a una strategia di “difesa integrata”, dove la tecnologia stessa diventa il veicolo della protezione e non solo il mezzo dell’offesa.

È in questo solco che si inserisce l’iniziativa della Commissione, riconoscendo che il cyberbullismo è un fenomeno transfrontaliero che richiede una risposta armonizzata, capace di superare le frammentazioni dei singoli ordinamenti nazionali e di parlare lo stesso linguaggio delle generazioni che abitano le piattaforme social.

Il Piano d’azione IP/26/332: un cambio di paradigma normativo e tecnico

L’iniziativa IP/26/332 segna una linea di demarcazione netta rispetto al passato, proponendo un approccio che fonde la precettività del diritto con l’efficienza del design tecnologico.

Il fulcro del nuovo Piano d’azione è la creazione di un’infrastruttura europea di segnalazione rapida, che si concretizza in un’applicazione standardizzata e interoperabile da integrare nativamente nei sistemi operativi e nelle interfacce dei servizi digitali.

Questa scelta riflette una consapevolezza profonda: la segnalazione di un abuso non può essere lasciata alla discrezionalità di processi aziendali spesso opachi o nascosti dietro complessi menu di assistenza.

La Commissione propone invece un sistema di “segnalazione in un clic”, che permette alla vittima di attivare simultaneamente diversi livelli di protezione. Sotto il profilo strettamente giuridico, l’app non è un semplice strumento di notifica, ma un dispositivo di raccolta probatoria certificata.

Uno dei maggiori ostacoli nel perseguire il cyberbullismo è sempre stata la volatilità delle prove digitali, che possono essere rimosse o modificate in pochi istanti. Il nuovo strumento europeo prevede invece la possibilità di cristallizzare il contenuto lesivo, i metadati associati e la cronologia delle interazioni in un formato legalmente valido, facilitando l’intervento tempestivo delle autorità giudiziarie e delle hotline nazionali.

Questa innovazione si inserisce perfettamente nel quadro della strategia “Better Internet for Kids” (BIK+), ma ne potenzia l’efficacia trasformando le raccomandazioni in strumenti operativi pronti all’uso. La riflessione che scaturisce da questa proposta riguarda la responsabilità sociale dei fornitori di servizi digitali: non è più sufficiente che le piattaforme siano “reattive” alle segnalazioni, ma devono diventare “proattive” nel design della sicurezza, garantendo che i canali di soccorso siano visibili, accessibili e, soprattutto, efficaci in tempo reale.

Salute mentale e disconnessione protetta: la dimensione umana del piano europeo

Uno degli aspetti più innovativi e “umanizzati” dell’iniziativa IP/26/332 risiede nel riconoscimento esplicito del nesso inscindibile tra sicurezza digitale e salute mentale. Per la prima volta, un documento di indirizzo europeo non si limita a trattare il cyberbullismo come un problema di ordine pubblico o di moderazione dei contenuti, ma lo inquadra come un fattore di rischio sanitario su larga scala.

Il Piano d’azione prevede infatti l’integrazione di servizi di supporto psicologico immediato all’interno dei flussi di segnalazione, creando un ponte diretto tra il mondo digitale e le strutture di assistenza territoriale.

Questa visione riflette una comprensione profonda della psicologia dell’adolescente, per il quale l’attacco subito online non rimane confinato nello schermo, ma genera un senso di assedio permanente che invalida ogni altro ambito della vita quotidiana. Le considerazioni della Commissione si spingono fino a ipotizzare l’introduzione di protocolli di “disconnessione assistita” nei casi più gravi, dove le autorità possono intervenire per limitare temporaneamente l’interazione del bullo con la vittima, prevenendo l’escalation della violenza.

Dal punto di vista della filosofia del diritto, assistiamo a un’evoluzione del concetto di tutela: lo Stato non interviene più solo per sanzionare il reo, ma si fa carico della resilienza della vittima, offrendo strumenti di riparazione psichica che precedono e accompagnano l’iter processuale.

Questo approccio richiede un coordinamento senza precedenti tra i Ministeri dell’Istruzione, della Salute e della Giustizia di tutti gli Stati membri, poiché la lotta al cyberbullismo non può essere vinta se non attraverso un’alleanza multisettoriale che metta al centro la dignità della persona vulnerabile. La sfida è quella di creare un ambiente digitale che non sia solo “sicuro”, ma “curante“, capace cioè di generare anticorpi sociali contro l’odio e l’esclusione.

Privacy, algoritmi e autonomia del minore: i nodi del bilanciamento

L’implementazione delle misure previste dal Piano IP/26/332 solleva inevitabilmente questioni complesse relative al bilanciamento tra il dovere di protezione e il diritto alla riservatezza dei minori.

Esiste un confine sottile tra la creazione di uno scudo protettivo e l’instaurazione di un sistema di sorveglianza pervasiva che potrebbe inibire la libertà di espressione e l’esplorazione autonoma della rete. La Commissione europea affronta questo dilemma ribadendo che ogni strumento di monitoraggio o segnalazione deve rispettare i principi di minimizzazione dei dati e di “privacy by design” sanciti dal GDPR.

L’app di segnalazione, ad esempio, non deve diventare un mezzo per il controllo parentale indiscriminato, ma deve rimanere uno strumento nelle mani del minore, che ne decide l’attivazione nel momento del bisogno. Tuttavia, la riflessione giuridica deve andare oltre, analizzando come l’intelligenza artificiale possa essere utilizzata per identificare precocemente i pattern comportamentali tipici del bullismo senza violare il segreto della corrispondenza.

Nudging digitale e sovranità europea: la norma diventa software

Il Piano d’azione suggerisce l’uso di algoritmi locali, che operano sul dispositivo dell’utente senza trasferire dati sensibili sul cloud, per avvisare il giovane qualora stia inviando o ricevendo messaggi potenzialmente dannosi. Questa forma di “nudging” digitale, ovvero una spinta gentile verso comportamenti più sicuri, rappresenta una frontiera affascinante del diritto dell’era digitale, dove la norma non è più solo un comando scritto, ma un suggerimento comportamentale mediato dal software.

La sovranità digitale europea si gioca proprio su questo campo: la capacità di offrire una protezione superiore a quella garantita dai modelli di business basati sull’estrazione dei dati, ponendo la libertà dell’individuo e la sua integrità psicologica al di sopra di ogni interesse commerciale. In ultima analisi, la proposta IP/26/332 non mira a limitare l’accesso alla rete, ma a rendere quell’accesso una palestra di cittadinanza consapevole, dove il diritto di essere protetti non sia mai in conflitto con il piacere di scoprire e comunicare.

Verso un’alleanza educativa e istituzionale permanente

In conclusione, il nuovo Piano d’azione contro il cyberbullismo del 2026 rappresenta una risposta matura e articolata a una delle piaghe sociali più insidiose della nostra epoca. La sua efficacia non dipenderà esclusivamente dalla robustezza dei codici informatici o dalla severità delle sanzioni amministrative, ma dalla capacità dell’Europa di costruire una vera e propria “alleanza educativa digitale”.

Il documento della Commissione sottolinea con forza la necessità di investire sulla formazione dei docenti e dei genitori, fornendo loro gli strumenti cognitivi per decifrare i segnali di disagio che i giovani manifestano spesso solo attraverso canali digitali. Non si tratta di trasformare ogni adulto in un esperto di informatica, ma di restituire alla comunità educante il ruolo di bussola etica nel mare magnum del web.

Le riflessioni contenute nel piano IP/26/332 ci ricordano che la tecnologia, per quanto avanzata, rimane un prodotto umano e come tale deve essere governata da valori umani. La standardizzazione delle procedure di segnalazione, la protezione della salute mentale e la cooperazione transfrontaliera sono i pilastri di un nuovo patto sociale per il futuro, che vede nel benessere dei minori la misura del progresso di un’intera civiltà.

L’Europa si pone così come modello globale, dimostrando che è possibile coniugare innovazione tecnologica e tutela dei diritti fondamentali, trasformando la rete da luogo di insidie in uno spazio di crescita e libertà. La strada è ancora lunga e richiederà un impegno costante nella revisione delle norme e nell’adattamento alle nuove forme di aggressione digitale che inevitabilmente emergeranno, ma con l’iniziativa odierna è stato compiuto un passo decisivo verso una società in cui nessun bambino o adolescente debba più sentirsi solo davanti a uno schermo che trasmette odio.

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