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Dalla piazza al feed: come cambia la politica nell’era delle piattaforme



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La politica nell’era digitale non usa soltanto nuovi strumenti, ma si trasforma dentro un ambiente che ridefinisce potere, partecipazione e conflitto. Piattaforme, algoritmi e dati riscrivono lo spazio pubblico e mettono in discussione cittadinanza, mediazione e sovranità

Pubblicato il 23 apr 2026

Marino D'Amore

Docente di Sociologia della comunicazione, Università degli Studi Niccolò Cusano



Microtargeting politico politica nell’era digitale
Distracted conformist people with thumbs up in place of their head, they are staring at smartphone screen and walking in line: social media addiction concept, vintage collage design
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Nel dibattito pubblico contemporaneo, l’analisi della politica non può più prescindere da una riflessione profonda sul mutamento evolutivo degli spazi di interazione dedicati. Per molto tempo la letteratura scientifica ha considerato il digitale come una variabile indipendente, un fattore esogeno capace di influenzare processi sociali ritenuti stabili.

Tuttavia, la realtà, che Luciano Floridi (2017) definisce onlife, suggerisce un ribaltamento epistemologico in cui il digitale non è un mero strumento della politica, ma l’ambiente stesso, l’infostruttura, entro cui la società ridefinisce i conflitti, le gerarchie e le proprie forme di cittadinanza.

La distinzione tra reale e virtuale è ormai un fossile concettuale del pensiero novecentesco; oggi assistiamo alla fusione dei due regimi in un’unica ontologia del potere dove il codice informatico agisce con la stessa forza coercitiva della legge. Come sottolineato da distinte analisi sulla “società delle piattaforme” (van Dijck, Poell, de Waal, 2018), la politica non abita semplicemente il web, essa viene letteralmente riscritta dalle sue architetture software, che impongono temporalità e modalità d’azione radicalmente diverse da quelle della democrazia rappresentativa tradizionale. Attraverso l’esame dei processi di “piattaformizzazione” e l’impiego di architetture algoritmiche nella governance, occorre analizzare come la mediazione tecnologica stia alterando i concetti classici di cittadinanza, partecipazione e sovranità. L’obiettivo è dimostrare che il digitale non è un semplice “strumento” della politica, ma l’ambiente ontologico entro cui la società contemporanea definisce e risemantizza i propri conflitti e le proprie identità.

La metamorfosi dello spazio pubblico: dalla deliberazione all’acclamazione

Il passaggio dalla democrazia dei partiti alla “democrazia del pubblico”, già profetizzato da Bernard Manin (2017), ha trovato nel digitale il suo compimento parossistico. La crisi dei partiti, sindacati, grandi testate giornalistiche, ha lasciato un vuoto che le piattaforme hanno riempito con la connettività compulsiva, abbandonando qualsiasi forma di partecipazione critica. Tutto ciò implica una trasformazione dell’agire comunicativo habermasiano (2023): se la sfera pubblica ideale era il luogo del confronto razionale e della sintesi, la realtà digitale promuove uno scenario frammentato, dove l’emozione post-veritiera prevale sull’argomentazione.

In questo contesto, il leader politico assume i tratti di un influencer di sistema, la sua legittimazione non passa più attraverso la mediazione di quadri dirigenti, ma attraverso una “disintermediazione aggressiva” che punta direttamente a innescare la reattività dell’elettorato (Bentivegna & Boccia Artieri, 2021). Il consenso viene così misurato in metriche di engagement (like, condivisioni, visualizzazioni), creando un’illusione di vicinanza che cela, in realtà, nuove e più profonde asimmetrie di potere tra chi possiede l’algoritmo e chi ne subisce gli effetti.

Algocrazia e governo dei dati: la politica dopo il soggetto

Uno dei nodi centrali della riflessione riguarda la “governance algoritmica”. Il potere non si esercita più soltanto attraverso il comando visibile, ma attraverso la modulazione invisibile dei flussi informativi. Gli algoritmi, presentati come neutri, agiscono come architetti della scelta, orientando l’attenzione del pubblico e cristallizzando le opinioni all’interno delle cosiddette echo chambers. In questo senso, Pariser (2012) ha evidenziato come le “bolle di filtraggio”, intese come ecosistemi informativi personalizzati e legate a queste ultime, finiscano per depauperare progressivamente la base di conoscenza collettiva, elemento catalizzatore di qualsiasi dibattito democratico.

Inoltre, l’avvento dei Big Data ha permesso lo sviluppo del micro-targeting psicografico: le campagne elettorali non si rivolgono più a classi sociali, ma a profili atomizzati, parcellizzati, intercettati attraverso le loro preferenze, i comportamenti online e le fragilità individuali. Shoshana Zuboff (2019) definisce questo processo complesso come “il capitalismo della sorveglianza”: un regime in cui la previsione del comportamento antropico diventa la merce più preziosa, attualizzando uno scenario in cui la politica si riduce a una mera tecnica di gestione dei riflessi condizionati delle masse. In questa cornice, il concetto di “soluzionismo tecnologico” (Morozov, 2014) assume una rilevanza critica dove l’illusione che ogni attrito sociale possa essere risolto con un’ottimizzazione software depoliticizza le disuguaglianze strutturali, trasformando questioni di giustizia in problemi di efficienza tecnologica.

La ridefinizione del legame sociale: dall’appartenenza alla profilazione

Lo slittamento dal concetto di “comunità” a quello di “rete profilata” rappresenta una mutazione sociologica profonda. Nelle forme classiche di associazione, l’individuo costruiva la propria identità attraverso l’appartenenza a gruppi stabili. Nella società digitale, l’appartenenza è sostituita dalla rilevanza statistica: l’individuo non appartiene a un gruppo, ma viene aggregato a quest’ultimo da un algoritmo sulla base di tratti comportamentali latenti.

Questa mutazione ha conseguenze politiche dirette: se l’appartenenza tradizionale richiedeva impegno (commitment), la profilazione si palesa come un atto passivo. Ne deriva una politica “liquida” (Bauman, 2000), ma con una nuova componente di rigidità tecnologica. Il paradosso è che mentre l’utente si percepisce libero di navigare, l’architettura invisibile lo vincola in identità sempre più radicalizzate. Il conflitto sociale non sparisce, ma si frammenta in mille micro-conflitti identitari che impediscono la formazione di una reale solidarietà, collettiva e trasversale.

L’economia dell’attenzione e la sovranità digitale

La politica democratica necessita di tempi lunghi per la riflessione e il compromesso. Tuttavia, le piattaforme digitali sono governate dall’economia dell’attenzione (Webster, 2016). Il successo di un messaggio politico non dipende dalla sua validità logica, ma dalla sua capacità di generare una reazione immediata (Srnicek, 2016). Questo impone una “cronopolitica” frenetica. Il leader politico deve reagire in tempo reale, trasformando la gestione della cosa pubblica in una della crisi d’immagine permanente; la visione a lungo termine viene sistematicamente sacrificata sull’altare del post quotidiano, attualizzando un’irreversibile atrofia della capacità progettuale delle istituzioni, schiacciate su un presente eterno che nega la profondità futuribile e storica.

All’interno di questo scenario il concetto di sovranità, storicamente legato a confini fisici, sta subendo una mutazione traumatica. Le grandi corporazioni tecnologiche agiscono come stati sovrani extraterritoriali, amministrando la “giustizia privata” attraverso la moderazione dei contenuti e controllando le infrastrutture critiche. Quando una piattaforma decide di oscurare determinate narrazioni, esercita un potere che un tempo era prerogativa dello Stato. Si apre qui il problema della “sovranità digitale”. Come possono le democrazie mantenere il controllo sul proprio spazio pubblico se le regole del dibattito sono scritte in codice sorgente da programmatori professionalizzati?

Uno sguardo attento rivela che non siamo di fronte a una scomparsa dei mediatori, ma a una loro sostituzione. I vecchi mediatori (giornalisti, intellettuali) erano visibili e soggetti a responsabilità civili, i nuovi mediatori, gli algoritmi, sono opachi, immateriali e protetti dal segreto industriale. Questa “nuova intermediazione” è più potente perché agisce a livello precognitivo, decidendo non cosa si deve pensare, ma su cosa sia necessario porre l’attenzione (agenda-setting 2.0).

Un nuovo “costituzionalismo digitale” per ricostruire un legame sociale nell’era digitale

La ricostruzione di un legame sociale nell’era digitale richiede quello che potremmo definire come un nuovo “costituzionalismo digitale” che definisca i diritti inalienabili dell’individuo all’interno dell’infostruttura. È necessario sottrarre la produzione dei dati e la logica degli algoritmi al solo dominio del profitto privato, riportandoli sotto il controllo della sfera pubblica, solo risemantizzando politicamente la tecnologia potremo sperare di governare una società che, altrimenti, rischia di essere gestita dal proprio stesso codice. Tuttavia, non basta regolamentare internet, serve un nuovo umanesimo digitale che spinga utenti passivi e acritici a tornare a essere cittadini. Questo significa rivendicare il diritto al silenzio, alla lentezza; capire che il codice non è il destino e che la sovranità non può appartenere a una Big Tech californiana, ma deve tornare nelle piazze, quelle vere, fatte di corporeità, respiro e conflitto reale. Solo se saremo capaci di rimettere l’essere umano al centro del pixel potremo sperare di non finire a essere una semplice variabile di un’equazione che qualcun altro avrà scritto per noi.

Riferimenti essenziali per leggere politica e piattaforme

Bibliografia

Zuboff, S. (2019). Il capitalismo della sorveglianza, Roma: LUISS University Press.

Bentivegna, S., & Boccia Artieri, G. (2021). Voci della democrazia. Il dibattito pubblico nell’era digitale. Bologna: Il Mulino.

Bauman, Z. (2000). Liquid modernity. Cambridge: Polity Press.

Cardon, D. (2015). À quoi rêvent les algorithmes. Nos vies à l’heure dei big data. Paris: Seuil.

Floridi, L. (2017). La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo. Milano: Raffaello Cortina.

Habermas, J. (2023). Nuovo mutamento strutturale della sfera pubblica e politica deliberativa, Milano: Raffaello Cortina.

Manin, B. (2017). Principi del governo rappresentativo. Bologna: Il Mulino.

Morozov, E. (2014). Internet non salverà il mondo. Milano: Mondadori.

Pariser, E. (2012). The filter bubble: what the internet is hiding from you. New York: Penguin Press.

Srnicek, N. (2016). Platform capitalism. Cambridge: Polity Press.

van Dijck, J., Poell, T., de Waal, M. (2018). The platform society: public values in a connective world. Oxford: Oxford University Press.

Webster J. G. (2016). The marketplace of attention: how audiences take shape in a digital age. Cambridge: MIT Press.

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