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I minori hanno diritto a social migliori e anche noi: come fare



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Un primo bilancio sugli effetti della legge australiana che vieta i social ai minori dei 16 anni. E non è positivo. Mentre aumentano le cause negli Usa e le proposte di legge, forse bisogna riconoscere che i minori – e tutti noi – abbiamo diritto ad avere social migliori. Possiamo farcela: ecco come

Pubblicato il 17 feb 2026

Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu

Antonino Mallamaci

avvocato, Co.re.com. Calabria



social minori

Il mondo, così diviso ora a livello geopolitico, si trova d’accordo su un punto: i social fanno male – ai minori, certo, ma secondo alcuni fanno male e basta, anche agli adulti, alla società e alla democrazia.

Se ne parla da tempo ma ora si avvicina un redde rationem legale, giuridico.

Negli Stati Uniti vanno avanti le cause intentate contro alcune aziende social da utenti, istituzioni, procuratori generali e molti Stati cercano di porre limiti all’età per l’accesso social.

In altri Paesi sono stati adottati o sono in dirittura d’arrivo provvedimenti per limitare l’accesso a internet o ai social media sotto una certa età. In Australia, dove una legge che vieta l’accesso agli under 16 è in vigore da qualche mese, si comincia a tracciare un primo bilancio dei divieti implementati dal governo.

Un bilancio dobbiamo farlo anche noi, in generale. Per capire cosa ci aspetta. E soprattutto chiederci: è la via giusta? Non sembra piuttosto un gettare la spugna nella lotta a costringere le big tech a dare social più a misura di minore? Con azioni che in gran parte, per altro, servono anche agli adulti e alla società, vedi algoritmi più trasparenti e meno addictive, controllo delle fake news?

Processi social media USA: il caso KGM e la tesi dei “casinò digitali”

Vediamo cosa bolle in pentola.

In un’aula di tribunale di Los Angeles, dove è in corso il processo avviato dalla madre dell’utente KGM (così individuata in quanto minorenne all’epoca dei fatti) contro alcune Big Tech per avere a suo avviso causato la morte della figlia per suicidio, l’avvocato della querelante ha effettuato la sua arringa introduttiva.

L’arringa di Mark Lanier e i documenti interni

Mark Lanier, questo il suo nome, ha esordito così: “Questo caso è facile come l’ABC”. Questo mentre apriva in modo teatrale una serie di blocchi per bambini dove, accanto alle lettere A, B e C, apparivano le parole “Addicting (dipendenza)”, “Brains (cervelli)”, e “Children (bambini)”.

“KGM è diventata dipendente da YouTube e Instagram da bambina perché le app sono come “casinò digitali”, con funzionalità, come lo scorrimento infinito, paragonabili alla leva di una slot machine”.

I dirigenti delle aziende sul banco degli imputati “non si sono limitati a creare app, hanno creato in modo intenzionale delle trappole” perché non volevano utenti ma “tossicodipendenti”.

Lanier ha inoltre accusato Meta e YouTube di non aver avvertito dei pericoli che la progettazione delle loro piattaforme causa ai giovani utenti: “Vi mostrerò la macchina della dipendenza che hanno costruito, i documenti interni che normalmente la gente non vede e le mail di Mark Zuckerberg [CEO di Meta] e dei dirigenti di YouTube”.

In una mail del 2015 Zuckerberg chiedeva che “il tempo trascorso aumentasse del 12%” sulle piattaforme Meta per soddisfare gli obiettivi aziendali interni.

In due casi, i dipendenti di Meta scrivevano che le tattiche dell’azienda ricordavano loro quelle delle aziende produttrici di tabacco.

“Se vogliamo avere successo con gli adolescenti, dobbiamo coinvolgerli fin da preadolescenti“, si legge in un documento interno di Meta del 2018.

Secondo lo scritto, le persone che si sono iscritte a Facebook a 11 anni hanno avuto una fidelizzazione a lungo termine quattro volte superiore rispetto a quelle che si sono iscritte a 20 anni.

Per quanto concerne YouTube, Lanier ha presentato una serie di documenti interni risalenti al 2011, che dimostrano che i dirigenti erano a conoscenza e discutevano degli effetti negativi dei loro prodotti sui bambini.

Una presentazione su YouTube mostra come l’azienda corteggiasse bambini di età inferiore ai 4 anni, paragonandosi a una babysitter.

Un altro documento mostra che la società madre di YouTube si riferiva ad alcuni prodotti come “slot machine” e includeva l’immagine di un casinò.

“Questi sono casinò che puntano solo all’attenzione”, si legge nel documento. “Il banco vince sempre”.

Testimonianze e difese: cosa contestano Meta e YouTube

Gli avvocati di Meta hanno replicato sostenendo che i problemi di salute mentale di KGM erano causati da abusi e problemi familiari, non dai social media, e hanno presentato cartelle cliniche e messaggi di testo per dimostrare che la ragazzina era stata abusata verbalmente e fisicamente dalla madre e abbandonata dal padre.

All’età di 3 anni, prima che KGM iniziasse a usare Instagram, era in terapia per problemi di salute mentale, ha affermato l’avvocato di Meta Paul Schmidt, mostrando cartelle cliniche e testimonianze di terapeuti che affermavano che KGM soffriva di ansia e disturbi alimentari causati dai suoi familiari.

Ha anche citato un referto medico: KGM era rimasta traumatizzata dall’aver assistito al tentativo di suicidio della sorella.

Poi ha dichiarato alla giuria di ammirare KGM perché “si è impegnata duramente per superare” le sue difficoltà.

Ha fatto poi riferimento a documenti che descrivevano episodi di violenza domestica e al suo ricorso a terapisti da quando aveva tre anni.

In un video ha fatto vedere e ascoltare la ragazza mentre parla della sua vita familiare: sua madre le aveva urlato contro, l’aveva chiamata stupida e le aveva fatto venire voglia di suicidarsi.

Adam Mosseri tra “uso problematico” e strumenti di sicurezza

Nella sua deposizione, il CEO di Instagram Adam Mosseri ha affermato che bisogna distinguere la “dipendenza clinica” dall’”uso problematico”.

Secondo lui, 16 ore (!!) di utilizzo giornaliero sono “problematiche”, ma non sono sintomo di dipendenza.

Si è poi detto d’accordo con l’avvocato principale di KGM, secondo cui Instagram dovrebbe fare tutto il possibile per contribuire a garantire la sicurezza degli utenti sulla piattaforma, in particolare dei giovani; ha aggiunto però di non ritenere possibile stabilire quanto l’uso di Instagram sia eccessivo, che si tratta di “una questione personale”: una utente potrebbe usare Instagram “più di te e sentirsi bene”.

Rispondendo alle domande dell’avvocato di KGM, ha ripetutamente affermato di non essere un esperto in materia di dipendenze.

Il legale ha mostrato a Mosseri un sondaggio interno di Meta in cui l’azienda chiedeva a 269.000 utenti di Instagram di raccontare le loro esperienze con l’app: il 60% di loro aveva assistito o aveva subito episodi di bullismo nella settimana precedente.

L’avvocato ha aggiunto che KGM aveva inoltrato oltre 300 segnalazioni a Instagram in merito ad episodi di bullismo sulla piattaforma, chiedendo se Mosseri fosse a conoscenza di tale fatto.

Mosseri ha affermato di non saperlo.

Al CEO di Instagram è stato anche chiesto di uno scambio di mail del 2019 tra dirigenti di Meta, in cui si discuteva del potenziale impatto negativo sugli utenti causato da una funzionalità che consente alle persone di modificare il proprio aspetto fisico nelle foto.

Nick Clegg, che per diversi anni responsabile affari globali di Meta, era stato tra coloro che avevano sollevato preoccupazioni in merito ai filtri per le immagini, rilevando che Meta sarebbe stata “giustamente accusata di anteporre la crescita alla responsabilità”, il che avrebbe influito in maniera negativa sulla reputazione dell’azienda.

Mosseri, contestato dall’avvocato della parte attrice, ha dichiarato che l’azienda aveva poi deciso di vietare i filtri per le immagini che andavano oltre la semplice imitazione degli effetti del trucco; ha ammesso che il divieto su tali filtri era stato “modificato”, negando tuttavia che fosse stato completamente revocato.

Lanier ha poi chiesto a Mosseri se Instagram anteponesse i profitti rispetto alla sicurezza e se i filtri estetici dell’app promuovessero la chirurgia plastica.

La risposta è stata che “l’azienda sta testando nuove funzionalità che saranno utilizzate dagli utenti più giovani prima del loro rilascio. Stiamo cercando di essere il più sicuri possibile, ma anche di censurare il meno possibile”.

Negli ultimi anni, Instagram ha aggiunto alcune funzionalità di sicurezza pensate per i suoi giovani utenti.

Tuttavia, un’analisi di questi strumenti condotta nel 2025 da Fairplay, organizzazione no-profit, ha rilevato che “meno di uno su cinque è pienamente funzionante e due terzi (64%) sono sostanzialmente inefficaci o non esistono più”.

Mark Matthew P. Bergman, avvocato fondatore del Social Media Victims Law Center, ha diffuso una nota nella quale si legge: “La testimonianza giurata di Adam Mosseri ha rivelato ciò che le famiglie sospettavano da tempo: i dirigenti di Instagram hanno preso la decisione consapevole di anteporre la crescita alla sicurezza dei minori”.

Mosseri è già stato oggetto di critiche per aver ignorato gli avvertimenti interni sul problema.

In una conversazione tra ricercatori di Meta portata in aula, essi sottolineavano la natura assuefacente della piattaforma.

Un dipendente ha suggerito in una corrispondenza interna che “Instagram è una droga” e un altro ha affermato: “Tutti i social media lo sono. Siamo fondamentalmente degli spacciatori”.

Social che danno dipendenza: le azioni dei procuratori generali e le richieste ai giudici

Sempre negli USA, i procuratori generali di 29 stati hanno chiesto che un giudice federale della California, con un’ingiunzione, obblighi Meta a rimuovere tutti gli account per i quali sia accertata l’età inferiore ai 13 anni dei titolari; a cancellare le informazioni che l’azienda ha raccolto tramite Facebook e Instagram sugli utenti di età inferiore ai 13 anni; a cancellare gli algoritmi e gli strumenti di intelligenza artificiale generativa che utilizzano tali dati.

Altri 18 procuratori statali hanno anche chiesto al tribunale di obbligare Meta a implementare restrizioni temporali per i giovani utenti per vietarne durante le ore scolastiche e notturne; a disattivare funzionalità di progettazione che creano dipendenza come lo scorrimento infinito e la riproduzione automatica; a disabilitare i filtri che migliorano le foto o la percezione della bellezza.

Il procedimento nel New Mexico: dipendenza e sfruttamento

Intanto, sono anche iniziate le arringhe di apertura di un processo contro Meta per dipendenza e sfruttamento sessuale dei minori nel New Mexico.

Il procuratore generale dello stato aveva citato in giudizio Meta nel 2023, accusando l’azienda di aver permesso ai predatori di raggiungere i bambini e di aver utilizzato chatbot che danneggiavano i giovani.

I dirigenti hanno dato priorità ai profitti rispetto alla sicurezza, ha sostenuto l’avvocato del New Mexico: “Meta sapeva chiaramente che la sicurezza dei giovani non era la sua priorità aziendale, che le misure di sicurezza erano sottofinanziate, inefficaci e sottovalutate, e che la sicurezza dei giovani era meno importante della crescita e del coinvolgimento”.

Australia dopo il divieto: primi risultati, aggiramenti e nuove abitudini

A qualche mese dall’entrata in vigore del divieto australiano sui social media per gli adolescenti, alcune interviste dimostrano che, pur essendoci aspetti da approfondire, qualche risultato è stato raggiunto.

Una quattordicenne di Sidney ha dichiarato alla BBC di essere “disconnessa dal telefono” e che la sua routine quotidiana è cambiata.

Ha iniziato ad avvertire i primi sintomi della dipendenza da Internet nei giorni successivi all’entrata in vigore del divieto: “pur sapendo di non poter accedere a Snapchat, la mattina, d’istinto, aprivo comunque l’app”, ha scritto il secondo giorno in un diario.

Al quarto giorno ha iniziato a mettere in discussione l’attrazione magnetica di Snapchat. “Anche se è triste non poter più scattare foto ai miei amici, posso comunque mandare loro messaggi su altre piattaforme e sinceramente mi sento libera sapendo che non devo più preoccuparmi di fare le mie serie”.

Le serie di foto, una funzionalità di Snapchat considerata altamente avvincente, richiedono che due persone si inviino uno “snap”, (una foto o un video) ogni giorno per mantenere la loro “serie” per giorni, mesi o all’infinito.

Al sesto giorno, il fascino di Snapchat (che aveva scaricato per la prima volta quando aveva 12 anni e controllava più volte al giorno) stava rapidamente svanendo. “Spesso chiamavo i miei amici su Snapchat dopo la scuola, ma poiché non posso più farlo, sono andata a correre”, ha scritto.

Dopo un mese le sue abitudini sono notevolmente cambiate. “In precedenza, aprire Snapchat faceva parte della mia routine. Spesso poi andavo su Instagram e poi su TikTok, il che a volte mi faceva perdere la cognizione del tempo. Ora prendo meno in mano il telefono e lo uso principalmente quando ho davvero bisogno di fare qualcosa”.

Il primo ministro australiano, Anthony Albanese, all’entrata in vigore del divieto (10 dicembre ’25) aveva implorato i ragazzi di abbandonare le loro abitudini sui social media.

Tra le ragioni del divieto, il governo ha citato il bullismo online e la necessità di proteggere i giovani da predatori e contenuti dannosi.

Da quella data le aziende tecnologiche rischiano multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani (circa 30 milioni di euro) se non adottano “misure ragionevoli” per espellere i minori di 16 anni dalle loro piattaforme.

Ma le speranze di Albanese che il divieto avrebbe dato il via a una nuova generazione di ragazzi amanti dello sport, della lettura e della musica potrebbero essere state deluse.

Un altro ragazzo, di 13 anni, non ha letto più libri, non ha praticato più sport e non ha iniziato a imparare a suonare uno strumento.

Invece, trascorre circa due ore e mezza al giorno su diverse piattaforme di social media, lo stesso tempo che dedicava prima dell’entrata in vigore del divieto.

Ha ancora i suoi account YouTube e Snapchat (utilizza date di nascita false) e trascorre la maggior parte del suo tempo sulla piattaforma di gioco Roblox e su Discord, una di messaggistica molto popolare tra i giocatori (nessuna delle due è vietata).

“Non è cambiato molto”, dice, dato che la maggior parte dei suoi amici ha ancora account attivi sui social media.

Ma sua madre ha notato un cambiamento: “È più lunatico, passa più tempo a giocare ai videogiochi rispetto a prima. Quando era sui social media, era più socievole e più loquace”.

La psicologa dei consumatori Christina Anthony sostiene che gli stati d’animo descritti potrebbero essere dovuti agli effetti a breve termine del divieto sulla regolazione delle emozioni.

“Per molti adolescenti, i social media non sono solo intrattenimento: sono uno strumento per gestire la noia, lo stress e l’ansia sociale, e per cercare rassicurazioni o connessioni. Quando l’accesso viene interrotto, alcuni giovani potrebbero inizialmente provare irritabilità, irrequietezza o un senso di disconnessione sociale. Non perché la piattaforma in sé sia essenziale, ma perché è stato rimosso un meccanismo di difesa familiare”.

Con il tempo, “i giovani potrebbero adottare nuove strategie di adattamento, come parlare con adulti di cui si fidano”, aggiunge.

Un’altra ragazza di 15 anni afferma che il suo utilizzo dei social media è lo stesso di prima del divieto, perché ha creato nuovi account su TikTok e Instagram con utenti di età superiore ai 16 anni.

Però ammette che la legge l’ha influenzata: “Sto leggendo un po’ di più perché non voglio passare troppo tempo sui social media”.

Ma non trascorre più tempo all’aria aperta e non organizza incontri di persona con gli amici.

Tutti gli intervistati hanno iniziato a usare di più WhatsApp e Facebook Messenger (non vietati) perché non riuscivano a contattare gli amici che avevano perso l’accesso ai loro account sui social media.

Secondo la psicologa, questo è il motivo principale per cui i social media sono divertenti e coinvolgenti: sono, appunto, social.

“Il piacere non deriva solo dallo scorrere, ma dall’attenzione condivisa. Sapendo che gli amici vedono gli stessi post, reagiscono ad essi e partecipano alle stesse conversazioni”.

Quando questa “spinta emotiva” svanisce, la piattaforma inizia a sembrare “stranamente asociale”.

“Ecco perché alcuni giovani si disimpegnano anche se tecnicamente hanno ancora accesso. Senza la presenza dei coetanei, sia il feedback sociale che l’umore diminuiscono drasticamente”.

Per la paura di perdersi qualcosa (F.O.M.O., fear of missing out) si cercano app simili per colmare il vuoto: è ciò che migliaia di bambini e adolescenti australiani hanno fatto nei giorni precedenti all’entrata in vigore del divieto.

Tre app poco conosciute hanno registrato un’impennata nei download, per compensare con piattaforme o attività che offrono benefici psicologici simili: connessione sociale, espressione dell’identità, intrattenimento o evasione.

Quell’aumento iniziale è ora scemato, ma i download giornalieri sono ancora più alti del solito, afferma Adam Blacker di Apptopia, un’azienda USA che monitora le tendenze dei consumatori di app per dispositivi mobili.

Il calo dei download suggerisce che una parte dei ragazzi potrebbe accettare le nuove regole e sostituire il tempo trascorso sui dispositivi mobili con tempo trascorso altrove.

Anche il numero di australiani che scaricano reti private virtuali – VPN, tecnologia che consente di nascondere la propria posizione e di fingere di trovarsi in un altro Paese, aggirando la legge del proprio, era aumentato prima del divieto, ma da allora è tornato a livelli normali.

Anche perché molte piattaforme di social media sono in grado di rilevare le VPN che, in ogni caso, possono essere usate solo per creare un nuovo account, partendo da zero per connessioni, impostazioni, foto e tutto il resto.

In Australia, nei mesi precedenti al divieto, il dibattito si è concentrato sull’esclusione delle piattaforme di gaming, con i critici preoccupati che molti giovani le utilizzino allo stesso modo dei social media, quindi con gli stessi tipi di potenziali danni.

Sebbene non ci siano ancora prove che un numero maggiore di adolescenti sia passato a piattaforme di gaming per socializzare, questa è una possibilità.

Un esperto dell’Università di Sidney ritiene che le reazioni al divieto siano state contrastanti: molti genitori sembrano rassicurati e contenti del fatto che i loro figli trascorrano molto meno tempo sui social media, ma alcuni lamentano la nuova difficoltà che essi incontrano nel comunicare con gli amici e, in alcuni casi, con i familiari lontani.

Un portavoce del ministro delle Comunicazioni australiano fa sapere che il divieto sta facendo una vera differenza: “Ritardare l’accesso ai social media sta dando ai giovani australiani altri tre anni per costruire la propria comunità e identità offline, a partire dal trascorrere più tempo con la famiglia e gli amici durante le vacanze”.

Il boomerang dei divieti social

Anche se è presto, ci sembra che la storia australiana deve fare riflettere.

Significativo che le associazioni per la tutela dei minori online si siano espresse contro il ban australiano: bambini esclusi dai siti più popolari potrebbero affollare quelli meno conosciuti e diventare più facilmente vittime di predatori. I bambini che eludono i blocchi potrebbero essere meno propensi a raccontare agli adulti se trovano qualcosa di orribile, per paura di essere rimproverati.

Si dimenticano inoltre i benefici dei social media. Salvifici per coloro che si sentono isolati: forse a causa della loro posizione geografica, della loro sessualità o perché il loro cervello funziona in modo diverso da quello degli altri.

I social media possono ampliare le menti dei giovani, offrendo ai bambini di ogni provenienza una finestra su luoghi e persone nuove. Sono i social ora nel bene e nel male (disinformazione) la loro finestra sul mondo, di conoscenza e confronto. Se gliela togliamo, non restano che i videogame. Non un grande successo.

Social e minori, quali soluzioni?

Un blocco totale basato sull’età è al tempo stesso un’illusione (aggirabile) e una foglia di fico con cui genitori e società vogliono lavarsi la coscienza.

Ribaltiamo la prospettiva: i bambini hanno diritto a social adatti a loro, come richiesto da molte associazioni per i diritti sulla rete.

“Edri, in linea con l’Ocse e il Comitato dei diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, evidenzia che i bambini hanno bisogno e meritano spazi online dove poter incontrare altri bambini, trovare conforto e sicurezza, confrontarsi e scambiarsi idee, costruire relazioni, imparare e giocare”, dice Simeon de Brouwer, di Edri.

Come fare? Corti e regolatori devono accelerare.

Obbligare le big tech a maggiore trasparenza su come gli adolescenti utilizzano i loro prodotti e i danni. Dati e ricerche che hanno fatto al proprio interno e hanno nascosto, per altro, come risulta dalle carte delle cause avviate.

Una moderazione più severa può aiutare, invertendo il trend avviato con il Governo Trump da Meta e X.

La verifica dell’età può aiutare non per un blocco dell’accesso ai teenager ma per una segmentazione dei contenuti, funzioni e meccanismi.

Sotto i 13 anni, niente social, se non su piattaforme ad hoc (vedi Youtube kids). Dai 13 ai 16 anni una graduazione di quanto puoi vedere. Andrebbero limitati, così, anche i sistemi di profilazione e raccomandazione, che soprattutto ai più piccoli possono catturare troppo l’attenzione (al punto forse da causare dipendenza). Su questa scorsa, l’UE vieta la pubblicità personalizzata ai minori.

Scardinare il meccanismo algoritmico è la chiave di volta per domare i social. L’arma più potente.

Ossia obbligare i social non solo a maggiore trasparenza ma anche a non usare l’algoritmo come strumento di distrazione di massa degli utenti, con sistemi come scroll infinito e autoloop.

Il design di TikTok è per natura addictive, secondo le prime risultanze europee, è una forma di dark pattern. Tema che la Commissione vuole affrontare con il futuro Digital Fairness Act. I social sono nel mirino di diverse azioni legali negli Usa, per gli stessi motivi. Attaccano non i contenuti (tema scivoloso per la libertà di espressione) ma il meccanismo perverso con cui cattura le menti. Soprattutto quelle dei più giovani, certo.

Ma una salvaguardia legale contro questi meccanismi sarebbe utile a tutti, in particolare per evitare sistemi di polarizzazione e disinformazione, nocivi per la tenuta democratica.

Le regole non funzioneranno, le big tech sono troppo potenti, protette da Trump?

Un disfattismo che non ci appartiene. Le mosse politiche bipartisan per vietare i social ai minori e l’azione delle corti dimostrano che il tema è sentito su tutto lo spettro. Ora si tratta di direzionare questo impeto in modo costruttivo.

Chissà: potremmo poi persino scoprire che la tutela dei minori può diventare un cavallo di Troia per ricondurre i social a una funzione sociale positiva in generale.

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