Nel decennio 2010-2019 si è manifestato più che in qualsiasi altro periodo della storia recente. Secondo Guinness World Records, in quegli anni sono state registrate 96 grandi campagne non violente di resistenza civile, il numero più alto mai documentato; il solo 2019 ha visto 15 nuove campagne, con altre 24 ancora in corso.
Eppure, proprio mentre le strade si riempivano, le vittorie diventavano più rare. L’esperta di politica Erica Chenoweth, in un saggio sul Journal of Democracy, ha mostrato che fino ai primi anni Duemila i movimenti non violenti riuscivano a ottenere cambi di regime o riforme profonde in oltre il 40% dei casi; dopo il 2010 il tasso di successo è sceso sotto il 34%, mentre le insurrezioni violente crollano a circa l’8%.
La curva della partecipazione sale, quella delle vittorie scende. In mezzo, c’è il grande protagonista del nostro tempo: il digitale.
Piattaforme social, smartphone, messaggistica cifrata e infrastrutture di rete hanno reso più facile scendere in piazza, ma anche più semplice per i governi prevenire, monitorare e soffocare le mobilitazioni.
Indice degli argomenti
Perché il digitale cambia le proteste: potere e fragilità della piazza
Tale trasformazione è stata interpretata come una frattura strutturale nelle logiche della protesta: i movimenti sociali sono passati da modelli organizzativi verticali, stabili e progressivi a configurazioni reticolari e distribuite, caratterizzate da tempi di aggregazione estremamente rapidi.
L’abbattimento dei costi di coordinamento ha permesso a masse di individui di convergere in tempi minimi attorno a una rivendicazione collettiva. Tuttavia, la rapidità con cui queste mobilitazioni emergono non si è tradotta in un equivalente aumento della loro capacità di influire in modo duraturo sui processi decisionali e sui risultati politici.
Al contrario, gli Stati hanno sviluppato strumenti normativi e infrastrutture tecnologiche finalizzate ad anticipare, contenere e neutralizzare l’efficacia delle mobilitazioni. Questo paradosso emerge in filigrana dalle Primavere arabe, fino a Fridays for Future, Black Lives Matter e, più recentemente, le proteste in Georgia.
Si tratta di fenomeni ampiamente analizzati dalla letteratura empirica, dalle riflessioni sulla networked protest e sul rapporto tra tecnologia e processi di mobilitazione collettiva.
La simmetria delle piattaforme: mobilitare e controllare con gli stessi strumenti
Il nucleo della questione è chiaro e potente: il digitale ha aumentato contemporaneamente la capacità di mobilitazione delle piazze e l’arsenale di strumenti a disposizione di chi vuole controllarle.
Questa doppia realtà non è contraddittoria: è la conseguenza delle stesse proprietà tecniche e sociali delle piattaforme — ampia portata, basso costo di attivazione, tracciabilità dei flussi informativi — che possono essere sfruttate da attivisti e da autorità in modi opposti.
La capacità di un hashtag, di un canale Telegram o di una piattaforma di messaggistica di catalizzare in poche ore una mobilitazione di massa è speculare alla possibilità di monitorare i flussi informativi, prevedere le traiettorie della piazza, isolarne i nodi, infiltrarsi o deviarne la narrativa pubblica.
Diritti fondamentali e governance: quando la sfera pubblica diventa privata
Sul piano giuridico-costituzionale, questa trasformazione pone interrogativi centrali riguardo al ruolo degli spazi pubblici digitali come luoghi di esercizio di diritti fondamentali – libertà di espressione, riunione e partecipazione politica – e, parallelamente, rispetto agli strumenti di governance algoritmica utilizzati dalle piattaforme e dagli Stati.
L’ascesa di infrastrutture digitali private come ambiente principale della sfera pubblica solleva inoltre questioni di regolazione e responsabilità, non più riconducibili alla sola dicotomia Stato/mercato, ma collocate in un contesto di “regolazione distribuita” dove attori privati assumono funzioni quasi pubbliche.
In altri termini, la tecnologia ha sì ampliato le possibilità di mobilitazione, ma ne ha reso più fragile l’efficacia politica. La trasformazione digitale della protesta si configura quindi come una dinamica di empowerment e vulnerabilizzazione simultanei: più facile manifestare, ma anche più semplice controllare, filtrare e neutralizzare il dissenso.
Mobilitazione “on demand”: tra dissenso e saturazione dell’attenzione
Nel saggio Twitter and Tear Gas, Zeynep Tufekci, sociologa turco-americana e professoressa di sociologia e affari pubblici all’Università di Princeton, sostiene come le proteste odierne, mediate dalle tecnologie digitali, rappresentino una rottura profonda rispetto alle tradizionali forme di mobilitazione collettiva. L’avvento dei social media e delle piattaforme online non è stato semplicemente un ampliamento del vecchio “spazio pubblico”, bensì la creazione di una nuova “sfera pubblica in rete” — con una logica differente da quella delle mobilitazioni pre-internet.
La mobilitazione “on demand” mostra una forza impressionante nel generare visibilità e coesione temporanea, ma rivela anche fragilità strutturali. Muoversi senza gerarchie, senza leadership formalizzata né strutture stabili — spesso indicato come “orizzontalismo” — può rendere il movimento vulnerabile nel momento in cui servono decisioni strategiche o capacità di negoziazione con le istituzioni.
La rapidità di aggregazione, che è un punto di forza, diventa al contempo una debolezza quando bisogna sostenere la protesta nel tempo o trasformarla in un progetto politico strutturato. A maggior ragione, in un contesto di repressione o sorveglianza, la debolezza organizzativa può manifestarsi come un vero e proprio “blocco tattico”: il movimento — pur numeroso — non riesce a reagire in modo coordinato, a mantenere slancio o a proteggere i propri attivisti.
A ciò si aggiunge un’altra forma di pressione — non più semplicemente sottrazione di visibilità, ma saturazione dell’attenzione: le piattaforme digitali possono essere riempite da flussi di informazioni rumorose o contraddittorie, che distraggono, generano confusione o disperdono energie. In questo modo, l’enorme “potenza” di una protesta mediata da social media rischia di dissolversi in un “rumore” diluito, senza tradursi in cambiamenti politici reali.
Il decennio delle piazze globali: clima, Hong Kong e Black Lives Matter
Per capire l’intreccio tra digitale e protesta basta guardare tre immagini: studenti in sciopero per il clima, manifestanti con le mascherine a Hong Kong, cittadini americani dopo l’uccisione di George Floyd. Il movimento Fridays for Future, nato dal gesto solitario di Greta Thunberg davanti al Parlamento svedese nel 2018, si trasforma in pochi mesi in una rete globale in gran parte costruita online.
Un rapporto di ricerca coordinato da sociologi europei mostra che gli scioperi del 15 marzo 2019 hanno coinvolto 13 città europee e decine di migliaia di studenti, mobilitati in larga parte tramite social network e messaggistica. Nel settembre 2019 il terzo “Global Climate Strike” porta in piazza 7,6 milioni di persone in 185 Paesi, secondo un’analisi delle proteste in 19 città nel mondo. Guinness World Records certifica che quelle giornate sono anche la più grande protesta per il clima mai registrata, con centinaia di migliaia di persone concentrate nelle metropoli di Europa, Americhe e Oceania.
Quasi in parallelo, tra il 2019 e il 2020, Hong Kong vive una delle più grandi mobilitazioni pro-democrazia della sua storia: in alcune giornate oltre due milioni di persone scendono in strada.
Questa volta, però, gli strumenti non sono più Facebook e Twitter, protagonisti delle Primavere arabe, ma piattaforme come Telegram e LIHKG, forum semi-anonimi e app di messaggistica cifrata, affiancate da strumenti “creativi” come l’invio massiccio di materiali via AirDrop.
Infine, nel 2020, il video girato col telefono da una diciassettenne a Minneapolis – la sequenza dell’agente Derek Chauvin con il ginocchio sul collo di George Floyd – diventa il detonatore di quella che molti ricercatori considerano la più grande ondata di proteste nella storia recente degli Stati Uniti: tra 15 e 26 milioni di persone partecipano almeno a una manifestazione contro il razzismo e la violenza di polizia, secondo analisi citate dal Guardian.
Studi sul ruolo dei video da smartphone sottolineano come la possibilità di registrare e condividere in tempo reale abbia reso più difficile ignorare episodi di brutalità, alimentando l’indignazione e la mobilitazione ben oltre i confini delle comunità direttamente coinvolte. Il filo comune è evidente: senza infrastrutture di rete capillari, smartphone e piattaforme social queste proteste non avrebbero raggiunto la stessa scala, velocità e visibilità. Eppure, proprio gli stessi strumenti diventano terreno di scontro, controllo e repressione.
Repressione digitale e crisi delle libertà nel cyberspazio
I servizi digitali non sono infatti semplici canali di comunicazione, ma veri e propri dispositivi di controllo: attraverso di essi si possono esercitare sorveglianza, censura, manipolazione informativa e repressione selettiva. Stati e attori privati sfruttano strumenti di analisi dei dati, disinformazione organizzata, rallentamenti o interruzioni delle reti e software di intrusione per identificare, isolare e neutralizzare giornalisti e attivisti.
Tre documenti – Amnesty International — Forensic Methodology Report: “How to Catch NSO Group’s Pegasus” (2021), Freedom House — “Freedom on the Net 2021”: il rapporto globale sulla libertà di Internet (2021) e Human Rights Watch (HRW) — “Disrupted, Throttled, and Blocked: State Censorship, Control, and Increasing Isolation” (2025), focalizzato sul caso della Russia ma indicativo di dinamiche generali – mostrano in modi diversi come queste pratiche si stiano consolidando a livello internazionale.
Nel rapporto di Amnesty, Pegasus emerge come un esempio paradigmatico: un spyware commerciale impiegato per condurre una sorveglianza sistematica e illegittima, capace di accedere in modo invisibile a conversazioni, metadati, posizione, fotocamera e microfono di individui ritenuti scomodi. Il rapporto dimostra che si tratta di un uso ricorrente e diffuso, e non di deviazioni occasionali contro soggetti ad alto rischio.
Freedom on the Net 2021 documenta la stessa tendenza su scala globale, registrando un declino della libertà digitale per l’undicesimo anno consecutivo. Le misure di regolazione delle piattaforme da parte degli Stati assumono forme che non si limitano alla sicurezza, ma che mirano a piegare le infrastrutture tecnologiche a una logica di controllo politico. Ne deriva una trasformazione strutturale dell’ecosistema digitale: imprese tecnologiche costrette alla cooperazione con le autorità, regole restrittive sull’accesso e sulla circolazione dei contenuti, progressivo ridimensionamento di espressione e dissenso.
Il rapporto di Human Rights Watch del 2025 mostra l’evoluzione estrema di questo paradigma: non solo sorveglianza o filtraggio, ma una vera e propria ingegneria della rete. Attraverso blocchi, throttling, misure contro VPN e protocolli cifrati, la Russia costruisce una “internet sovrana”, una versione isolata e controllata della rete, dove la repressione è incorporata nella stessa architettura tecnologica. Il filo comune che unisce questi documenti è la trasformazione dell’infrastruttura digitale in strumento di potere.
Le tecnologie non operano più come supporti neutri, ma come meccanismi attraverso cui si ridefiniscono le relazioni di forza: sorveglianza privata e sorveglianza statale si sovrappongono, sostengono e legittimano a vicenda, erodendo privacy, libertà di espressione, diritto all’informazione, libertà di associazione e possibilità di dissenso. Ne consegue un ambiente in cui chiunque può essere monitorato o censurato senza garanzie né trasparenza, e in cui la vulnerabilità dei diritti fondamentali diventa strutturale.
Il digitale come moltiplicatore: organizzazione, narrazione, reti transnazionali
Sul versante “virtuoso”, il digitale ha cambiato almeno tre dimensioni delle mobilitazioni: l’organizzazione, la narrazione e la costruzione di reti transnazionali.
Nell’organizzazione, i social hanno abbassato drasticamente le barriere all’ingresso. I casi di Hong Kong e, più recentemente, della Georgia mostrano movimenti senza comandi centrali evidenti, dove Facebook, Instagram, TikTok e Telegram sostituiscono sedi di partito e comitati tradizionali.
Un’analisi di OC Media sulle proteste pro-UE in Georgia sottolinea che le piazze sono state convocate e coordinate da una galassia di gruppi online – come la pagina Facebook “Daitove”, centinaia di migliaia di iscritti – in assenza di leader riconosciuti e di palchi ufficiali.
Il digitale ha poi democratizzato la produzione di informazione. A Hong Kong l’aeroporto internazionale è stato trasformato in una sorta di redazione dal basso: i manifestanti proiettavano video di scontri, distribuivano QR code che rimandavano a siti informativi e condividevano illustrazioni e poster attraverso i social.
Nelle proteste per George Floyd, piattaforme come Twitter, Instagram e TikTok hanno amplificato materiale girato dai cittadini, dando visibilità a scene di violenza che difficilmente avrebbero trovato spazio nei media tradizionali, almeno con la stessa rapidità. Un terzo elemento è la costruzione di reti globali. Gli studi su Fridays for Future mostrano come la mobilitazione digitale abbia creato una “comunità immaginata” di giovani che si riconoscono in simboli e frame comuni – lo sciopero del venerdì, la richiesta di “climate justice” – ma agiscono in contesti locali diversissimi, coordinati da hashtag e campagne online.
Nel suo saggio, Erica Chenoweth rileva come la rapidità di attivazione sociale possa produrre un effetto indesiderato: mobilitazioni in grado di convocare in tempi rapidi un numero elevato di partecipanti, ma meno orientate alla costruzione di strutture organizzative stabili, di leadership intermedie e di infrastrutture durevoli. Questa vulnerabilità intrinseca – alimentata anche dall’idea che un hashtag o una pagina Facebook possano supplire a processi organizzativi più robusti – costituisce uno degli elementi interpretativi del declino di efficacia delle campagne non violente nell’ultimo decennio.
La trappola della visibilità: perché il picco non diventa potere
La rapidità e la visibilità offerte da hashtag, pagine e piattaforme di messaggistica generano quella che possiamo definire un’illusione di capacità organizzativa: mobilitazioni in grado di radunare numeri ingenti in tempi brevissimi, ma che spesso non si traducono nella creazione di risorse organizzative durevoli (leadership, strutture di formazione, finanziamento trasparente, canali di interlocuzione istituzionale). Zeynep Tufekci e altri autori mostrano invero come la natura reticolare e “a ciclo breve” delle mobilitazioni digitali renda difficile trasformare un picco di partecipazione in una leva politica sostenuta nel tempo.
E proprio questa fragilità organizzativa costituisce uno dei principali fattori (tra gli altri) alla base del declino di efficacia delle campagne non violente dopo il 2010. Non a caso negli ultimi decenni la resistenza non violenta è diventata la forma più comune di mobilitazione politica e sociale nel mondo: tra il 1900 e il 2019, su 628 campagne volte a rovesciare un governo o ottenere l’indipendenza, circa la metà ha fatto ricorso a mezzi non violenti.
Nel decennio 2010–2019 si è registrata un’espansione ancor più massiccia: 96 nuove campagne non violente — record assoluto. Un nodo critico riguarda però la metrica scelta per misurarne il “successo”. Ridurre il successo alla caduta di un governo entro un anno dal picco mobilitativo rischia infatti di essere un’operazione concettualmente restrittiva e normativamente orientata: molte lotte producono effetti politici, legislativi o culturali importanti senza arrivare al cambiamento immediato.
Riforme parziali, concessioni istituzionali, aumento della consapevolezza pubblica o mutamenti nella percezione sociale sono risultati che l’analisi concentrata solo sul risultato immediato può non cogliere, e questo conduce a una sottovalutazione delle forme di cambiamento più graduali o diffuse.
Collegata a questo punto è la questione del potenziale trasformativo “lento”. Le campagne nate in contesti digitali e senza leadership formalizzata possono mostrarsi deboli sul breve termine, ma ciò non implica che siano destinate all’insuccesso definitivo: processi non lineari di maturazione possono portare col tempo alla formazione di organizzazioni più stabili o a una capacità d’azione consolidata. L’interpretazione che associa automaticamente fragilità strutturale a fallimento rischia dunque di sottostimare sviluppi che si manifestano solo a medio-lungo termine e che non sono immediatamente visibili nelle statistiche sul “picco” della protesta.
La distinzione fra manifestazioni pubbliche e strategie di non cooperazione merita anch’essa un trattamento più sfumato. Scioperi, boicottaggi e la costituzione di istituzioni alternative sono tattiche spesso efficaci, ma non sempre replicabili in ogni contesto.
Il rischio di romanticizzazione
Dove il controllo sociale ed economico è esteso, dove il mondo del lavoro è frammentato o informale, o dove la repressione limita severamente la capacità di organizzarsi sul territorio, queste tattiche possono risultare impraticabili. L’“idealtipo” che pone la non cooperazione prolungata come rimedio universale rischia quindi di trascurare la varietà delle condizioni materiali, sociali e istituzionali entro cui le mobilitazioni nascono e si esprimono.
Un altro rischio interpretativo è la tendenza a “romanticizzare la classe popolare organizzata”. L’invito a costruire organizzazioni solide e coalizioni ampie può involontariamente favorire narrazioni semplificate ed epiche: il “popolo” che resiste, la “comunità” che si auto-organizza, la “piazza” che parla.
Sono immagini potenti e politicamente mobilitanti, ma rischiano di nascondere chi resta fuori da quella narrazione, quali risorse servono davvero per sostenere una lotta, quali strutture e conflitti interni caratterizzano quei movimenti.
Così facendo si corre il rischio di sostituire l’orizzontalità e la spontaneità che generano energia politica con forme di rappresentanza più formali ma potenzialmente meno inclusive.
Sul piano teorico, la tesi sostenuta tra gli altri anche dalla stessa Chenoweth richiama con forza la distinzione fra mobilitazione e costruzione del potere. Se la prima è spesso immediata, spettacolare e visibile, la seconda necessita di tempo, risorse, strategia e resilienza.
Questo spostamento concettuale impone però una ridefinizione degli strumenti analitici: non è più sufficiente studiare ogni protesta come evento isolato; diventa necessario osservare i processi strutturali di lungo periodo, la formazione di soggetti collettivi, la tessitura di reti di solidarietà e le forme emergenti di contro-potere.
In termini di policy, la questione si manifesta come una duplice sfida: da una parte i movimenti devono coniugare fluidità e apertura del digitale con la costruzione di strutture stabili e democratiche senza rinunciare all’inclusività; dall’altra gli studiosi e i legislatori devono elaborare criteri di valutazione del cambiamento che vadano oltre il regime change immediato e che considerino risultati costituzionali, sociali, culturali e istituzionali.
Ipotesi strategiche
Guardando avanti, alcune ipotesi strategiche appaiono credibili senza formulare verità assolute. È plausibile che il futuro della resistenza non consista né in un ritorno nostalgico ai modelli classici né in una protesta puramente digitale, ma in forme ibride che combinino comunità locali, reti digitali e azioni coordinate su più livelli.
In contesti dove la protesta pubblica è ostacolata, il peso delle campagne potrebbe spostarsi verso tattiche di non cooperazione che colpiscono la base economica del potere.
Allo stesso tempo, la memoria collettiva digitale assume un ruolo non trascurabile: il digitale non serve solo a mobilitare, ma anche a costruire narrazioni, identità di resistenza e solidarietà transnazionale. Per tutto questo, la resilienza assume una connotazione pratica: sicurezza informatica, minimizzazione dei dati, pratiche di contro-sorveglianza e decentralizzazione sono ormai componenti necessarie di qualsiasi strategia che voglia evitare che la trasparenza necessaria alla mobilitazione diventi un’arma contro i suoi stessi protagonisti.
Non siamo di fronte alla fine della resistenza non violenta, bensì a un punto di svolta che richiede ripensamenti strategici e analitici.
Superare l’euforia per la visibilità della piazza e ripensare la resistenza come processo organizzativo, infrastrutturale e di lungo periodo è oggi una condizione per trasformare la potenza del digitale in risultati effettivi e democratici.
Mobilitazione, resilienza e leverage: come cambia la resistenza civile
In questa prospettiva il contributo offerto dal saggio Decline in success of nonviolent conflicts di Jonas Holmberg utilizza una classificazione — già adottata in letteratura — che individua tre fattori chiave per il successo delle lotte civili: mobilitazione, resilienza e leva politica (“leverage”).
Confrontando due periodi distinti — 1945-1999 e 2000-2013 — emerge che la differenza non sta tanto nella capacità di resistere alla repressione, ma piuttosto in una riduzione della mobilitazione e nella perdita di efficacia nel tradurre questa mobilitazione in una effettiva pressione sul potere. Ciò non significa che la resistenza non violenta sia diventata irrilevante. In alcuni casi, la mobilitazione rimane predittiva di successo anche oggi — ma solo nelle campagne che riescono a mobilitare un numero significativo di partecipanti.
In altri termini: mentre un tempo leva e struttura della campagna potevano garantire l’esito indipendentemente dalla grandezza del movimento, oggi il fattore decisivo torna a essere la scala della mobilitazione. Questo cambiamento pone seri interrogativi: la riduzione del successo non è tanto legata a un declino della determinazione o della disciplina non violenta, quanto piuttosto a trasformazioni strutturali — nella composizione sociale, nei processi di mobilitazione, nella capacità di coalizzarsi e esercitare pressione sul potere.
La sconfitta per alcune campagne non è dovuta a una scelta tattica sbagliata, ma all’impossibilità di ricomporre una base ampia e coerente di partecipazione e leva strategica. Il saggio invita dunque a ripensare le condizioni in cui la resistenza civile può avere davvero successo oggi: non basta la vitale intenzione di mobilitarsi, ma serve una capacità reale di aggregare persone, attraversare divisioni sociali, creare legami stabili e — dove possibile — logiche di pressione che mettano in crisi i centri di potere.
L’altra faccia della repressione digitale: controllo selettivo e blocchi di rete
La crescita delle piazze connesse ha avuto un contraccolpo: la crescita altrettanto rapida della repressione digitale. Una rassegna pubblicata nel 2022 sulla rivista Annual Review of Sociology parla esplicitamente di “digital repression”, individuando pratiche che vanno dallo spionaggio online alla censura selettiva, fino alle campagne di diffamazione orchestrate via social.
Uno studio del programma V-Dem dell’Università di Göteborg mostra come sempre più regimi, democratici e non, usino strumenti digitali per monitorare l’opposizione e ridurre il rischio di proteste di massa. Una recente rassegna sulla “digital authoritarianism” evidenzia che questi strumenti si sono diffusi a livello globale a partire dagli anni 2010, in parallelo al declino delle libertà politiche misurato da molti indici internazionali. I casi concreti non mancano. In Sudan, durante la rivolta che portò alla caduta di Omar al-Bashir, le autorità bloccarono progressivamente l’accesso a Facebook, Twitter, WhatsApp e altri social nel tentativo di spezzare il coordinamento dei manifestanti.
Organizzazioni come NetBlocks e Freedom House documentano interruzioni mirate delle piattaforme dal dicembre 2018 al febbraio 2019; dopo un massacro a Khartoum nel giugno 2019, il Paese fu quasi completamente isolato dalla rete per settimane, come denunciato da Human Rights Watch. Più di recente, il Sud Sudan ha temporaneamente bloccato Facebook e TikTok dopo la diffusione di video di uccisioni di cittadini sud-sudanesi in Sudan, sostenendo che le immagini avevano alimentato rivolte e vendette.
Le piattaforme sono state riaperte solo dopo la rimozione dei contenuti più violenti, in un equilibrio precario tra tutela dell’ordine pubblico e libertà di espressione. A Hong Kong, durante le proteste del 2019, la “guerra tecnologica” si è vista anche nel doxxing: la diffusione online di dati personali di manifestanti e poliziotti.
Un’inchiesta del Guardian descrive come forum e canali Telegram siano stati usati per pubblicare nomi, foto e recapiti, alimentando un clima di intimidazione reciproca. Il punto, per i regimi, è che il digitale consente una repressione più mirata e meno visibile di quella di massa: invece di proibire qualsiasi manifestazione, si colpiscono attivisti chiave, si chiudono conto correnti, si installa spyware sui telefoni di giornalisti e oppositori, si discreditano online figure di spicco.
Studi recenti mostrano che questo tipo di controllo selettivo riduce il costo reputazionale della repressione e può rendere più difficile per i movimenti creare quell’ondata di empatia e indignazione che in passato portava a defezioni nelle élite.
Georgia e repressione digitale: norme, piazze e informazione ostile
La crisi georgiana degli ultimi anni è un caso esemplare di questo intreccio tra potenza mobilitante del digitale e nuove forme di controllo.
Quando, nell’autunno 2024, il governo guidato dal partito Georgian Dream sospende a tempo indeterminato i negoziati di adesione all’Unione europea, in un Paese dove circa l’80% dei cittadini sostiene la prospettiva europea, le piazze di Tbilisi e di altre città si riempiono per mesi.
Un’analisi di OC Media racconta come, fin dai primi giorni, Facebook, Instagram e TikTok siano diventati il vero “centro di comando” del movimento: eventi creati in poche ore, dirette video dalle manifestazioni, contenuti informativi che rimbalzano tra i gruppi georgiani in patria e nella diaspora.
Non ci sono quasi leader riconosciuti, ma una costellazione di micro-influencer, pagine e community che discutono orari, slogan, modalità di protesta.
In risposta, il governo non si limita alla forza fisica – idranti, lacrimogeni, manganelli – ma aggiunge una strategia normativa e digitale.
Law on Transparency of Foreign Influence
Nel 2024 viene approvata la Law on Transparency of Foreign Influence, che obbliga media e ONG che ricevono più del 20% dei fondi dall’estero a registrarsi come “organizzazioni che perseguono gli interessi di una potenza straniera”, con multe salate per chi non si adegua.
Nel 2025 arriva una nuova legge sugli “agenti stranieri” e ulteriori restrizioni sui finanziamenti internazionali, che secondo organizzazioni come ProtectDefenders.eu e Advocates for Human Rights fanno parte di una più ampia strategia per soffocare la società civile e i media indipendenti.
Parallelamente, associazioni di giornalisti e ONG documentano un’impennata di aggressioni a reporter, confische di telefoni, processi penali per manifestanti e operatori dei media.
Reporters Sans Frontières parla di oltre 600 attacchi contro la stampa in un solo anno, mentre un’indagine di un fondo per la protezione dei giornalisti conta 139 casi di minacce e aggressioni contro operatori dei media tra il 2023 e il 2024.
La condanna a due anni di carcere per la giornalista Mzia Amaghlobeli, accusata di aver colpito un capo della polizia durante una protesta, viene letta da molte organizzazioni come un segnale ulteriore di intimidazione. AP News
Sul piano informativo, la chiusura nel 2025 del principale canale televisivo indipendente, Mtavari, priva l’opposizione di uno dei pochi megafoni nazionali, mentre aumentano le accuse di disinformazione e propaganda da parte dei media filogovernativi.
Il risultato è una dinamica che ricorda, in piccolo, quella di altre derive autoritarie: piazze che continuano a usare il digitale per auto-organizzarsi, ma in un ambiente informativo e normativo sempre più ostile. Reuters e altri media internazionali documentano centinaia di arresti, licenziamenti di funzionari pubblici legati alle manifestazioni, multe che arrivano complessivamente a centinaia di migliaia di euro, mentre l’Unione europea e vari Paesi occidentali rispondono con sanzioni mirate contro membri dell’élite georgiana. Ancora una volta, il digitale funziona da acceleratore – per la mobilitazione e per la repressione.
Il digitale non decide da solo: mobilitazione, organizzazione, narrativa
Che cosa ci dicono, in definitiva, i dati del “decennio delle proteste” e l’esperienza di casi come Georgia, Hong Kong, Sudan o il movimento per il clima?
Anzitutto, che il digitale è un moltiplicatore, non una bacchetta magica. Rende più semplice coordinare grandi numeri, produrre informazione dal basso, collegare tra loro piazze lontane.
Ma non sostituisce la costruzione di organizzazioni solide, la capacità di definire obiettivi chiari, di reggere alla repressione nel lungo periodo.
È uno dei punti centrali anche nelle riflessioni di Chenoweth: la crisi di efficacia dei movimenti non violenti dipende tanto dall’“apprendimento autoritario” quanto da una certa dipendenza da mobilitazioni rapide, effimere, spesso orchestrate più sugli schermi che nei territori. United States Institute of Peace+3Journal of Democracy+3belfercenter.org+3
In secondo luogo, il digitale ha reso più evidente la dimensione transnazionale delle lotte.
I video delle repressioni a Hong Kong o a Tbilisi, le dirette dalle piazze americane o dalle marce per il clima, sono immediatamente visibili in tutto il mondo.
Ma ha reso altrettanto globale la repressione: spyware venduti da aziende in Paesi democratici finiscono sui telefoni di dissidenti dall’America Latina all’Est Europa; le tecniche di censura e controllo dei social si copiano da un regime all’altro; le leggi sugli “agenti stranieri” nate in Russia trovano imitatori in Georgia e altrove. ProtectDefenders+6v-dem.net+6Taylor & Francis Online+6
Infine, il digitale ha spostato il terreno del conflitto dalle sole strade agli spazi informativi.
L’esito di una mobilitazione non dipende più solo da quante persone resistono alle cariche della polizia, ma anche da chi vince la battaglia narrativa: chi riesce a definire i manifestanti come “cittadini che rivendicano diritti” o, al contrario, come “golpisti”, “terroristi”, “agenti stranieri”.
E questa battaglia si combatte, sempre più, nello stesso ecosistema di piattaforme e algoritmi su cui fanno affidamento i movimenti.
Digital Services Act e piattaforme: ambizioni e limiti della risposta UE
Nel contesto in cui le infrastrutture digitali sono state sempre più strumentalizzate per sorveglianza, censura, manipolazione dell’informazione e repressione — come dimostrano i casi concreti di spyware come Pegasus, interruzioni o rallentamenti di rete, campagne di discredito online e chiusure mirate — in UE, il Digital Services Act si propone come una risposta normativa a queste derive.
Tuttavia, più che un’effettiva soluzione, esso appare come un tentativo cautelativo di regolare fenomeni profondamente radicati e tecnologicamente complessi.
Il DSA nasce per porre limiti all’“autogoverno” delle piattaforme, ma fino ad oggi molte decisioni su contenuti, moderazione, design algoritmico e pubblicità sono state gestite in piena discrezionalità dalle imprese tecnologiche, spesso senza alcuna trasparenza o responsabilità pubblica.
Il quadro normativo introdotto dal DSA impone obblighi formali alle piattaforme con più di 45 milioni di utenti nell’UE, chiedendo trasparenza sui sistemi di raccomandazione e moderazione, possibilità di scelta per gli utenti rispetto alla profilazione e spiegazioni sulle decisioni di blocco o demotion dei contenuti.
Si prevede inoltre la segnalazione di “rischi sistemici” che possono minacciare libertà di espressione, pluralismo, protezione dei minori, salute pubblica o coesione sociale.
Sul piano teorico, queste misure appaiono come un tentativo di trasformare le piattaforme in beni comuni soggetti a regole pubbliche, imponendo trasparenza e responsabilità là dove prima regnavano opacità e concentrazione di potere.
Eppure, la concretezza di tali obiettivi resta altamente problematica.
Già i primi report di valutazione del rischio pubblicati dalle piattaforme hanno mostrato limiti evidenti: secondo AlgorithmWatch, molti risultano di scarso valore pratico, privi di trasparenza sostanziale e poco orientati all’interesse pubblico, più attenti a tutelare le logiche economiche delle aziende che a contenere le derive dei loro algoritmi.
In questo senso, il DSA non risolve il problema, ma lo ricondensa in termini di governance pubblica, spostando la responsabilità dal comportamento discrezionale delle piattaforme a processi formali di supervisione, che rischiano di rimanere più simbolici che efficaci.
La sfida reale rimane l’implementazione, la supervisione indipendente e la capacità di intervenire concretamente contro pratiche di manipolazione, disinformazione e repressione, elementi che il DSA formalmente contempla ma che nella pratica paiono ancora rivelarsi largamente insufficienti.
Quando il digitale funziona per tutti: proteste, controllo e governance
Il paradosso del decennio delle proteste, allora, non è che il digitale “non funziona”. È che funziona per tutti. Ha dato alle piazze una potenza di fuoco senza precedenti, ma ha fornito ai regimi un arsenale altrettanto sofisticato di strumenti per prevedere, controllare, deviare quella stessa energia. La contraddizione non risiede, dunque, nella presunta inefficacia del digitale, ma nella sua simmetria funzionale. Le tecnologie connettive hanno simultaneamente ampliato le capacità dei movimenti sociali e potenziato quelle degli attori di controllo.
Non c’è asimmetria strutturale: c’è una duplice evoluzione. Quella che inizialmente appariva come una rivoluzione tecnologica al servizio della democratizzazione dello spazio pubblico si rivela, in realtà, un campo di competizione in cui le stesse logiche – visibilità, interoperabilità, tracciabilità, viralità – producono vantaggi paralleli anche per le autorità politiche e per gli apparati repressivi.
La sfida, per chi difende diritti e democrazia, è comprendere che la partita non si gioca solo sul numero di follower o sulla viralità di un hashtag. Passa dalla capacità di costruire organizzazioni resilienti dietro le campagne online, di proteggere le infrastrutture digitali da abusi e sorveglianza, di vincolare le piattaforme a standard trasparenti e compatibili con i diritti fondamentali.
Per trasformare il “decennio delle piazze connesse” in un’epoca di conquiste durevoli è necessario un approccio giuridico-politico che riconosca la natura infrastrutturale della protesta, vincoli la sorveglianza e la governance delle piattaforme, e sostenga la costruzione di organizzazioni resilienti dietro le campagne online.















