ia e valori umanistici

Incoscienza artificiale: il rischio di delegare la mente all’IA generativa



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L’IA non è un destino: è una tecnologia da governare. Una prospettiva umanistica supera il falso dilemma minaccia/panacea e punta sulla complementarità, per amplificare competenze umane, equità e progresso sociale senza ridurre tutto a efficienza e mercato

Pubblicato il 9 gen 2026

Emilio Colombo

Coordinatore Scientifico di Randstad Research

Fabio Costantini

AD di Randstad Enterprise e Consigliere di Fondazione Randstad AI & Humanities



ai humanizer (1); Fornitori di AI per finalità generali; rischi penali AI IA e valori umanistici

L’Intelligenza Artificiale non è un destino ineluttabile, ma una tecnologia il cui futuro deve essere attivamente plasmato dalla consapevolezza umana. Per questo, il successo dell’IA non si misurerà nella sua capacità di sostituire il lavoro e la cognizione umana, ma nella sua abilità di amplificarli e integrarli, creando una relazione di complementarità e potenziamento reciproco.

È fondamentale superare la visione dicotomica e semplicistica che la IA dipinge come minaccia o come panacea. Solo se guidata da una profonda riflessione sui valori umanistici, l’IA potrà diventare uno strumento che favorisce progresso sociale ed equità, evitando di essere asservita alle sole logiche di mercato e di efficienza.

Un efficace modello di riferimento è quello dell’IA come “tutor socratico”: un alleato cognitivo che supporta il pensiero critico e valorizza le competenze intrinsecamente umane. L’IA può innescare una riscoperta del lavoro umano, agendo come catalizzatore interdisciplinare che esalta creatività, astrazione e giudizio.

Tuttavia, la sua evoluzione futura costituisce una responsabilità collettiva. È fondamentale che lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale sia guidato da una costante riflessione critica sul suo impatto nel nostro DNA cognitivo: così potremo costruire un futuro in cui l’IA sia alleata dell’eccellenza umana e non la sua minaccia.

La tecnologia come scelta: IA e valori umanistici per il futuro

La prospettiva proposta parte da un presupposto chiave: l’IA è uno strumento, non un soggetto autonomo. Il suo ruolo va definito nel tessuto economico e sociale attraverso una scelta etica, non attraverso l’inerzia tecnologica. In questa cornice, il successo dell’IA non coincide con l’“auto-determinazione” della macchina, ma con la capacità umana di indirizzare lo sviluppo verso obiettivi collettivi.

In altre parole, ciò che conta è la governance: decidere dove l’IA può amplificare competenze e produttività, e dove invece rischia di erodere autonomia, giudizio e responsabilità. È qui che i valori umanistici diventano una bussola concreta, capace di evitare che l’IA venga ridotta a puro strumento di efficientismo.

Superare il falso dilemma tra minaccia e panacea

Il dibattito pubblico sull’Intelligenza Artificiale è ormai saturo di narrazioni estreme. Da un lato, si paventa il rischio di una disoccupazione tecnologica di massa e la perdita di controllo; dall’altro, si promettono soluzioni automatiche a ogni problema sociale. Questo falso dilemma tra minaccia esistenziale o panacea salvifica è il primo ostacolo alla costruzione di un futuro consapevole.

Una visione strategica e umanistica, invece, pone l’IA nel suo corretto contesto: quello di uno strumento. Se correttamente utilizzata, l’IA può amplificare e integrare le competenze umane.

L’obiettivo primario di sviluppo deve essere il perseguimento di progresso sociale ed equità, contrastando la tendenza a massimizzare unicamente profitti e logiche di mercato. In questa prospettiva, la tecnologia non “decide” da sola: siamo noi a stabilire priorità, limiti e responsabilità.

Nuovi processi di apprendimento: IA e valori umanistici come guida

Il primo passaggio è prendere atto del profondo cambiamento nei processi di apprendimento introdotto dall’IA, che richiede una riorganizzazione dei processi e l’abbandono di paradigmi obsoleti. La direzione non è accumulare nozioni come in un “magazzino”, ma allenare una selezione strategica, capace di interpretare e dare senso alle informazioni.

In questo scenario cambia il ruolo del discente, che passa da ricettore passivo a risolutore di problemi, e cambia anche la metodologia: più learn by doing, meno lezione frontale. In tale passaggio, l’IA non è sostituto dell’apprendimento, ma collaboratore che deve essere guidato da criteri umani.

Tabella 1: confronto tra apprendimento tradizionale e apprendimento supportato da IA

CaratteristicaApprendimento tradizionaleNuovi processi con l’IA
ObiettivoMemorizzazione, “magazzino”Selezione, “struttura strategica”
Ruolo del discentePassivo, ricettore di informazioniAttivo, risolutore di problemi
Ruolo dell’IANon presente“Tutor socratico”, collaboratore
MetodologiaLezione frontale, teoriaLearn by doing, pratica

(Fonte: elaborazione Randstad Research)

Il “tutor socratico”: dall’automazione delle risposte alla maieutica

Il potenziale più grande dell’IA non è l’automazione delle risposte, ma il potenziamento dei processi cognitivi umani. Questo costituisce il cuore del modello dell’IA come “tutor socratico”. La filosofia socratica si fonda sul dialogo e sull’arte di condurre l’interlocutore a scoprire la verità attraverso le domande, senza fornire risposte immediate.

Un utilizzo maieutico dell’IA stimola l’interlocutore a porsi quesiti critici: riflettere sulle implicazioni delle scelte, sulle alternative e sui differenti scenari non esplorati. La forza dell’IA, in questa cornice, è generare rapidamente idee grezze, bozze e ipotesi.

A quel punto, però, l’essere umano deve intervenire con esperienza, sensibilità e giudizio per selezionare, raffinare e conferire significato agli input. L’IA espande l’orizzonte delle possibilità, ma è la leadership umana a definire l’obiettivo e ad assumersi la responsabilità finale.

Tabella 2: ruolo “tradizionale” e “socratico” dell’IA a confronto

Ruolo tradizionale dell’IARuolo socratico dell’IA
Fornitore di risposteStimolatore di domande
Riduce il carico cognitivo delegando il compitoMantiene e orienta il carico cognitivo sfidando le ipotesi
Genera un’unica soluzione veloceEsplora molteplici prospettive e contro-argomentazioni
Si concentra sulla velocità dell’esecuzioneSi concentra sulla qualità e profondità della riflessione

(Fonte: elaborazione Randstad Research)

Passività cognitiva e “incoscienza artificiale”: quando l’IA spegne il pensiero critico

La facilità d’uso e la prontezza delle risposte fornite dagli strumenti di IA generativa creano un rischio serio: la passività cognitiva e l’accettazione acritica. È stato osservato che una maggiore fiducia nell’affidabilità dell’IA è associata a un minore impegno nel pensiero critico da parte dei lavoratori.

Questo può portare a un fenomeno di “Incoscienza Artificiale”, dove l’utente accetta passivamente i contenuti generati, senza farsi le domande necessarie né effettuare sintesi e valutazioni. L’IA, anche quella generativa (come gli LLM, definiti in alcuni contesti “pappagalli stocastici”), opera su logiche statistiche e probabilistiche.

Non ha accesso a una reale consapevolezza del significato. L’intelligenza umana, al contrario, si distingue per la capacità di analisi, sintesi e valutazione dei contenuti e, soprattutto, per la capacità di farsi domande.

Il “tutor socratico” non mira a fornire la risposta, ma a potenziare il pensiero critico dell’utente, obbligandolo a verificare, gestire il processo di interazione e conservare il pieno controllo sul ragionamento.

Bias e dati: perché servono IA e valori umanistici per l’equità

Il punto di partenza è riconoscere l’IA per quello che è: uno strumento computazionale estremamente potente, ma non autonomo. Non è un’entità con intenzionalità, coscienza o valori intrinseci. I suoi output (decisioni, testi, immagini) sono il risultato di algoritmi addestrati su dati che, a loro volta, sono il prodotto di scelte, pregiudizi e obiettivi umani.

Gli algoritmi possono codificare e amplificare pregiudizi dannosi presenti nel web (stereotipi di genere, razza, disabilità, ecc.), rendendo la mediazione umana un’attività fondamentale per garantire l’equità dei risultati.

L’IA ci costringe inoltre a esplicitare e codificare i nostri processi decisionali e i nostri valori. Quando un’IA commette un errore o mostra un pregiudizio, spesso sta amplificando una debolezza già presente nei dati o nel design umano del sistema.

Riconoscerlo permette di migliorare i sistemi e, in ultima analisi, le pratiche. È cruciale interrogarsi non solo su cosa l’IA possa fare, ma sul tipo di mondo che stiamo costruendo con il suo ausilio, superando l’assenza di una visione strategica di lungo termine.

Se da una parte l’IA sostituisce alcune attività, dall’altra moltiplica potenzialmente i lavori. Può eseguire compiti ripetitivi con velocità e precisione inimmaginabili, liberando tempo umano per attività che richiedono empatia, giudizio etico, pensiero strategico e creatività non algoritmica. In questo senso, l’IA aiuta a fare meglio e di più ciò che già facciamo, o a fare cose prima impensabili.

Governance, AI Act e supervisione: IA e valori umanistici nella pratica

Una governance umana strutturata, normata e consapevole è l’unico strumento per garantire che l’IA venga utilizzata come alleata e non come sostituta, in modo consapevole e non passivo. Nel campo del lavoro così come in quello educativo occorre riflettere attivamente su dove e come si desidera inserire l’IA nei processi cognitivi.

Un primo tentativo di questo approccio è rappresentato dall’AI Act, strumento normativo pionieristico che, per la prima volta a livello globale, si è posto l’obiettivo di disciplinare l’utilizzo etico e consapevole dell’Intelligenza Artificiale, ribadendo il ruolo umano di valutazione critica e supervisione, in particolare nella fase finale dei processi.

Per calare un simile approccio nella quotidianità delle fasi lavorative e di apprendimento occorre applicare il festina lente latino: un metodo meticoloso e dettagliato dentro processi sempre più veloci. L’obiettivo è identificare la domanda o l’esigenza corretta prima di accelerare la ricezione e l’uso degli output generati dall’IA.

Tale processo aiuta anche a sviluppare le competenze umane più distintive. Tanto più l’IA diventa efficace nelle attività algoritmiche, quanto più diventano cruciali qualità squisitamente umane nell’interazione con essa: pensiero critico, intelligenza emotiva ed empatia, giudizio etico e assunzione della responsabilità finale, soprattutto quando le decisioni impattano sugli individui.

Creatività, giudizio e loop continuo: IA e valori umanistici come alleati

Mentre l’IA eccelle nel ragionamento deduttivo e nell’analisi di enormi quantità di dati, ciò che distingue l’essere umano è la capacità di astrazione e la creatività, elementi insostituibili che richiedono intuizione, insight e un approccio non puramente probabilistico.

Le finalità di tale approccio sono duplici:

  • Liberare risorse cognitive: l’IA, assumendo compiti ad alto contenuto cognitivo ma routinario (es. analisi dati), libera tempo e risorse umane per il pensiero strategico, la creazione di valore e l’applicazione del giudizio.
  • Supporto alla decisione: l’IA deve supportare l’uomo nel processo decisionale, ma la decisione finale e il giudizio etico devono rimanere prerogative umane.

Le competenze umane precipue, come il processo decisionale e la creatività, verranno massimamente valorizzate nel futuro del lavoro collaborativo con l’IA. Il futuro ottimale vede un loop continuo, e non una staffetta: l’umano definisce obiettivi e valori, ponendo le domande adeguate; l’IA esplora, propone e genera ipotesi; l’umano sceglie, integra e si assume la responsabilità, e così via.

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