The Technological Republic

Karp, Thiel, Musk: tre visioni per il futuro dell’Occidente



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Alexander Karp, Peter Thiel ed Elon Musk rappresentano tre visioni divergenti sulla tecnologia e il futuro occidentale. Tra filosofia del potere, libertarismo e destino cosmico, ridefiniscono il rapporto tra AI, geopolitica e democrazia

Pubblicato il 22 gen 2026

Maurizio Carmignani

Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup Advisor



repubblica digitale (1)

La repubblica tecnologica non è più solo una metafora: è il paradigma emergente che ridefinisce il rapporto tra intelligenza artificiale, potere statale e futuro della civiltà occidentale. Alexander Karp, cofondatore di Palantir, ha teorizzato questo modello in The Technological Republic, un manifesto che interseca filosofia politica, geopolitica e innovazione. Analizzato insieme alle visioni di Peter Thiel ed Elon Musk, il suo pensiero rivela un ecosistema ideologico complesso, dove dottrine diverse e spesso contrapposte si confrontano per definire chi governerà l’era dell’AI.

Chi è Alexander Karp (e perché è diverso da Thiel e Musk)

Prima di analizzare le loro idee, è utile chiarire chi siano i protagonisti di questa nuova stagione ideologica della tecnologia. In Italia, Elon Musk è una figura nota a tutti: il miliardario visionario che costruisce razzi, auto elettriche e infrastrutture futuristiche. Molto meno conosciuti sono invece Alexander Karp e Peter Thiel, che negli Stati Uniti rappresentano due poli fondamentali del pensiero tecnologico contemporaneo.

Alexander Karp, cofondatore e CEO di Palantir, è una figura atipica nel panorama Silicon Valley. Nato nel 1967, formazione in filosofia e diritto, dottorato a Francoforte sotto la guida di Jürgen Habermas, non è un ingegnere e non proviene dal mondo dell’innovazione consumer.

Palantir, l’azienda che ha costruito insieme a Peter Thiel, opera nei settori più complessi e sensibili del mondo occidentale: difesa, intelligence, sicurezza delle infrastrutture critiche. Karp ha sempre rivendicato pubblicamente la sua distanza culturale dal modello dominante della Silicon Valley: capelli arruffati, postura intellettuale europea, un approccio quasi weberiano alla responsabilità. La sua immagine è quella di un outsider filosofico che ha costruito un pilastro della tecnologia operativa occidentale.

Peter Thiel, spesso associato a Karp ma molto diverso da lui, è imprenditore e investitore. Nato in Germania, cresciuto negli USA, laureato in filosofia e diritto a Stanford, cofondatore di PayPal, primo investitore esterno in Facebook.

È uno dei teorici più influenti del capitalismo tecnologico: critico verso la stagnazione dell’Occidente, fautore di una visione libertaria del futuro, sostenitore della competizione strategica con la Cina. Se Karp rappresenta la tecnologia come strumento del potere statale, Thiel rappresenta l’innovazione come strumento per scavalcare le burocrazie e ricostruire libertà individuali.

Elon Musk, al contrario, è l’archetipo del costruttore. Sudafricano di nascita, imprenditore seriale, ingegnere autodidatta, ha fondato aziende che agiscono sul mondo fisico: razzi, satelliti, vetture elettriche, tunnel sotterranei. Musk pensa la tecnologia come estensione della volontà umana e come mezzo per allargare i confini della civiltà, fino alla colonizzazione di Marte. A differenza di Karp e Thiel, il suo immaginario è cosmico, non geopolitico.

Il contrasto tra i tre è dunque evidente: Karp è il filosofo del potere, Thiel il teorico della libertà e del dissenso, Musk il costruttore del destino umano. Le loro ideologie non sono compatibili, ma sono tutte decisive per comprendere la nuova narrativa della tecnologia occidentale.

Un manifesto che supera il libro

The Technological Republic non è solo un’opera che descrive il ruolo della tecnologia nella sicurezza nazionale. È l’articolazione più matura della filosofia di Alexander Karp, un’ideologia che combina la tradizione del realismo politico con una concezione profondamente conflittuale dell’innovazione e del futuro.

Il libro, letto insieme alle interviste che Karp ha rilasciato a vari media, svela una visione del mondo che non appartiene più semplicemente alla Silicon Valley, ma alla geopolitica globale. Questa analisi mira a ricomporre il quadro, integrando tre livelli: ciò che si legge nel libro, ciò che emerge dalle interviste e ciò che affiora nel confronto con due figure che, più di ogni altra, hanno plasmato la narrativa ideologica del capitalismo tecnologico contemporaneo: Peter Thiel ed Elon Musk.

La crisi dell’Occidente secondo Karp

Karp sostiene che l’Occidente stia perdendo non la capacità industriale o scientifica, ma la propria forza culturale. Ciò che è venuto meno, secondo lui, è un sistema condiviso di credenze, un’architettura morale che permetta alle società democratiche di prendere decisioni difficili. Una generazione formata nell’epoca della sicurezza e dell’abbondanza avrebbe interiorizzato l’idea che il rischio sia un’anomalia da evitare e non un elemento inevitabile della storia.

Nel descrivere la classe dirigente attuale, Karp parla di individui altamente capaci dal punto di vista tecnico, ma incapaci di assumere posizioni nette, privi di visione, prigionieri della reputazione e del consenso. In questa diagnosi si intravede la radice della sua proposta, ricostruire un’alleanza dichiarata tra tecnologia, Stato e valori occidentali. Una critica che ricorda molto quella formulata da Peter Thiel, secondo il quale l’Occidente ha sacrificato l’ambizione del progresso in favore di un tecnicismo amministrativo. Ma Karp, a differenza di Thiel, non denuncia un rallentamento dell’innovazione, denuncia un indebolimento morale.

Il rifiuto della neutralità: perché le aziende devono scegliere un lato

Una delle tesi più radicali di Karp è che nessuna istituzione funzioni senza credenze forti. Le aziende che si professano neutrali, o che rifiutano il confronto con lo Stato per paura di prendere posizione, non stanno affermando un principio liberale, stanno abdicando al proprio ruolo nella società. Karp non pretende che le aziende diventino organi dello Stato, ma sostiene che la tecnologia, soprattutto l’intelligenza artificiale, non sia un settore in cui la neutralità possa esistere. Le piattaforme sono infrastrutture di potere.

Fingere che non lo siano è una forma di irresponsabilità. In questo, la sua visione si avvicina a quella di Thiel, che ha più volte affermato che la concorrenza con le potenze autoritarie richiede scelte di campo, non ambiguità. Musk, invece, pur politicizzando spesso il dibattito, continua a sostenere un ideale di tecnologia come strumento universale, al di sopra della politica, nonostante nei fatti eserciti un potere fortemente ideologico.

Il software “parassitario” e la critica culturale alla Silicon Valley

Karp vede nella Silicon Valley contemporanea un modello economico degenerato, basato su prodotti che favoriscono la gratificazione del cliente senza risolvere problemi reali. In molte interviste utilizza metafore volutamente brutali per descrivere il modo in cui le aziende SaaS seducono i clienti con un’esperienza piacevole mentre li vincolano a soluzioni inefficaci.

Questa critica non riguarda solo il design del software, ma l’intera cultura tecnologica, un ecosistema che confonde estetica e valore, che produce dipendenza invece che potere. Qui la distanza da Musk è evidente. Musk continua a incarnare l’archetipo dell’imprenditore visionario che sfida il mercato con prodotti fisici e infrastrutturali; Karp, invece, denuncia un’intera industria che ha smarrito la distinzione tra utilità e intrattenimento. Thiel, da parte sua, condivide con Karp la critica alla cultura universitaria che forma ingegneri privi di coraggio, ma immagina una soluzione più libertaria, mentre Karp invoca un ritorno al servizio della polis.

Le decisioni “suicide” come fondamento del successo

Palantir è nata attraverso scelte che, secondo i canoni della Silicon Valley, avrebbero dovuto portare al fallimento. Fare causa al Dipartimento della Difesa per imporre un modello di procurement meritocratico; inviare i propri ingegneri nei teatri operativi militari invece di offrire un prodotto standardizzato; dichiarare apertamente un sostegno politico all’Occidente e ai suoi alleati.

Sono decisioni che rivelano una filosofia del rischio basata su convinzione e disciplina. Musk incarna un rischio di tipo diverso, quello del visionario che scommette sulla fisica, sui razzi, sulle auto elettriche, mentre Karp rivendica un rischio politico, quello di prendere posizione anche quando l’ambiente culturale lo punisce.

Geopolitica: dominio americano e declino europeo

Karp non parla di una vittoria occidentale nella competizione globale sull’AI, parla di una supremazia possibile solo attraverso la capacità degli Stati Uniti di integrare innovazione, potere militare e capacità operativa. L’Europa, nella sua analisi, non ha ancora compreso la natura strategica della tecnologia e continua a operare secondo un modello moralistico che le impedisce di prendere decisioni difficili.

In questo punto, il pensiero di Karp converge con quello di Thiel, che ha più volte dichiarato che l’Europa soffre di un “deficit di futuro”. Musk, invece, pur criticando l’eccesso di regolazione europea, non elabora una visione geopolitica sistemica; il suo immaginario resta più legato alla conquista dello spazio e alla colonizzazione come destino umano.

AI come amplificatore di potere, non tecnologia democratica

Uno degli aspetti più rilevanti della visione di Karp è la sua teoria dell’AI come moltiplicatore di capacità. L’intelligenza artificiale non riduce le differenze, le amplifica. Non rende tutti più intelligenti; rende più potenti coloro che hanno già disciplina, risorse e capacità di organizzazione.

Thiel, che da anni denuncia la stagnazione del progresso, vede nell’AI un rischio per la libertà individuale e un possibile alleato di sistemi autoritari. Musk teme l’AI come minaccia esistenziale e invoca una regolazione globale per contenerla. Karp, invece, non teme l’AI in sé, ma teme che venga controllata dai nemici dell’Occidente. Sono tre visioni radicalmente diverse, che indicano tre modelli di governance della tecnologia.

Pensiero idiosincratico e resistenza alla standardizzazione

Karp parla della sua dislessia come di un vantaggio competitivo, un modo per pensare fuori dalle tassonomie standard, proprio mentre i modelli linguistici trasformano il sapere umano in un archivio matematico. Secondo lui, tutto ciò che è standardizzato sarà assimilato dall’AI, mentre il valore si sposterà su ciò che è singolare, creativo, non codificabile.

Una visione che si avvicina sorprendentemente alla filosofia di Musk, che ha sempre esaltato il ruolo del pensatore anticonformista capace di modificare il corso della storia. Thiel, nei suoi scritti, risale alla stessa idea, che il vero valore risieda negli outsider.

Peter Thiel, l’Anticristo e il rischio del Leviatano tecnologico

Per comprendere fino in fondo la distanza e le affinità tra Karp, Thiel e Musk, è utile richiamare anche l’ultima evoluzione del pensiero di Peter Thiel, che negli ultimi anni ha reso esplicito un registro teologico-escatologico spesso rimasto implicito. In un lungo saggio dedicato a Francis Bacon, alla modernità scientifica e alla figura dell’Anticristo, Thiel rilegge New Atlantis come il testo fondativo di una modernità ambigua: da un lato promessa di emancipazione dalla malattia, dalla scarsità e dal caso; dall’altro, possibile prefigurazione di un impero tecnocratico guidato da un potere che assume tratti anticristici.

Nella sua rilettura, l’isola di Bensalem e la misteriosa Salomon’s House non sono semplicemente metafore di progresso scientifico, ma il laboratorio di un potere che aspira a «allargare i confini dell’impero umano fino all’effettuazione di tutte le cose possibili», spostando sul sapere tecnico una pretesa di onnipotenza che la tradizione cristiana attribuiva solo a Dio. La domanda implicita è se questo progetto di dominio sul mondo naturale finisca per preparare il terreno a una figura di Anticristo politico-tecnologico, un potere globale che promette pace e sicurezza in cambio di obbedienza.

Per sviluppare questa intuizione, Thiel costruisce una genealogia letteraria che va da Bacon a Jonathan Swift, fino ad Alan Moore e Eiichiro Oda. In Swift, la caricatura degli scienziati di Laputa e la miseria dell’Accademia di Lagado mettono in scena una scienza impotente, incapace di mantenere le sue promesse salvifiche. In Watchmen di Alan Moore, il miliardario Ozymandias realizza una pace mondiale manipolando la paura globale, in una sorta di “Anticristo razionale” che usa la minaccia dell’apocalisse per imporre un governo planetario.

In One Piece, l’impero occulto del Governo Mondiale e la figura di Imu diventano l’allegoria di un potere che controlla i mari, la storia e la memoria collettiva, in competizione con una contro-figura messianica che porta libertà. Il filo che unisce questi riferimenti non è l’ossessione apocalittica, ma una tesi precisa, la modernità scientifica ha sempre flirtato con l’idea di un “unico mondo” governato da un unico potere, giustificato dall’urgenza di evitare catastrofi. Dopo le armi nucleari, oggi l’intelligenza artificiale rischia di occupare lo stesso ruolo, tecnologia talmente pervasiva e potenzialmente distruttiva da alimentare la tentazione di un Leviatano tecnologico globale, un ordine che sacrifica pluralismo e libertà sull’altare della sicurezza. In questo quadro, la posizione di Thiel si distacca sia dall’ottimismo tecnocratico sia dal rifiuto della tecnologia. Da cristiano, non accetta l’alternativa secca “o governo mondiale o fine del mondo”, né quella “o Anticristo o barbarie”. Il compito diventa allora discernere se il potere tecnologico si stia orientando verso forme di dominio che ricordano le figure anticristiche della tradizione, o se possa essere reinserito in un orizzonte di responsabilità politica e limite.

Rispetto a Karp, Thiel aggiunge dunque un livello ulteriore, dove Karp vede principalmente una sfida tra Occidente e potenze autoritarie, Thiel intravede il rischio che lo stesso Occidente, se guidato da un tecnicismo senza freni, assuma tratti di impero sacrale, convinto di poter riscrivere il destino umano attraverso scienza, AI e governance globale. Musk, da parte sua, si muove su un piano diverso: il suo immaginario è mitico più che teologico, centrato sull’idea di colonizzare nuovi mondi e dilatare la presenza umana nello spazio, senza una riflessione esplicita sulle categorie di Anticristo o di fine dei tempi.

Questa triangolazione mostra come, dietro il dibattito su AI, chip e startup, si stiano confrontando anche visioni profondamente diverse del senso ultimo della storia, Karp insiste sulla sopravvivenza e sul dominio dell’Occidente, Thiel sulla possibilità che la modernità tecnica si rovesci in un potere anticristico, Musk su un’espansione quasi messianica della specie umana nel cosmo. Capire queste differenze non è un esercizio accademico, ma un prerequisito per orientarsi nel dibattito globale sulla governance dell’intelligenza artificiale.

Conclusione: tre visioni per una nuova era del potere tecnologico

La Repubblica tecnologica di Karp propone un paradigma in cui la tecnologia è un’estensione del potere politico e morale dell’Occidente. Thiel vede la tecnologia come uno strumento per rompere i monopoli e per affermare la libertà individuale. Musk la interpreta come destino cosmico dell’umanità, una forza quasi mitica che trascende la geopolitica. Ciò che unisce queste visioni è l’idea che la tecnologia non sia più un settore industriale, ma una forma di potere. Ciò che le divide è il modo di interpretare questo potere: come dominio, come liberazione o come trascendenza. In un’epoca in cui l’AI ridisegna equilibri globali, il confronto tra queste filosofie non è un esercizio teorico, ma un terreno decisivo per capire quale futuro attende l’Occidente.

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