La rivoluzione digitale non ha semplicemente introdotto tecnologie più veloci; ha stressato le istituzioni nate nel secolo scorso, progettate per flussi lineari e per confini netti tra interno ed esterno, tra proprietà private e pubbliche.
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Perché la rivoluzione digitale richiede metadomini della conoscenza
Oggi i confini sono reti, il valore è informazionale, l’innovazione è combinatoria. La reazione tipica degli apparati è nota: più procedure, più silos, più norme. Il risultato sono strategie inefficaci, conflitti, iper-regolazione e instabilità finanziaria.
L’uscita è una nuova postura: imparare a governare come la conoscenza si trasforma dentro sistemi complessi.
La bussola epistemica per governare la conoscenza
Il “materiale” primo di qualunque attività è la conoscenza. Produrre, curare, progettare, amministrare, creare mercato: sono tutti processi di trasformazione di conoscenza che immettono valore nei sistemi sociali ed economici.
Questa consapevolezza cambia il paradigma contemporaneo– dalla “società dell’informazione” alla società della conoscenza – e impone di leggere ruoli, processi e risultati come flussi cognitivi più che come sequenze meramente operative. In questa chiave, un hub della conoscenza non è solo un luogo ma soprattutto un dispositivo che rende visibili, misurabili e combinabili le trasformazioni di conoscenza e coordina gli attori perché convergano sul massimo valore generabile.
Tacito, esplicito e colori della conoscenza
Il sapere scorre tra tacito ed esplicito: questo concetto ci aiuta a cambiare sguardo. La teoria viene da Polanyi, poi formalizzata per le organizzazioni da Nonaka e Takeuchi. Abbiamo reso operativo questo principio in situazioni reali con i “colori della conoscenza”, che possono riferirsi ad attività, attitudini personali o caratteri del prodotto-servizio: giallo (tacito situato), blu (esplicito descrittivo), nero (combinatorio), rosso (prassi interiorizzata). Governare significa ridurre gli attriti nei passaggi tra questi stati: quanto efficacemente le conoscenze tacite possono essere licitate? Quanto sappiamo riusare e combinare ciò che abbiamo formalizzato? Quanto le pratiche restituiscono competenza incorporata?
Metamodelli, folksonomy e linguaggi condivisi
Nei contesti complessi (al contrario di quelli linearizzati a monte, come nelle organizzazioni procedurate) gli attori non condividono lo stesso linguaggio. Per questo occorre operare a livello di metamodello: uno schema di schemi che permette a discipline e comunità diverse di riconoscersi, tradursi e lavorare insieme senza appiattirsi su una tassonomia rigida. Il metamodello abilita processi bottom-up (folksonomy): lascia emergere nuove categorie dai contributi reali, poi le stabilizza in standard operativi. Così l’hub accoglie la varietà, ma governa la convergenza verso risultati.
Il ciclo creativo delle quattro E
Ciò avviene in un ciclo creativo che abbiamo descritto con un diagramma delle quattro E—Entanglement, Emergence, Engagement, Enaction— e che spiega come nasce il valore: dall’intreccio dei fattori (regole, culture, dati) all’emersione di pattern condivisi; dall’ingaggio autentico delle comunità alla messa in atto che rende le scelte pratica viva, misurabile e disseminabile.
Una rivoluzione nel management: l’Open Innovation
Nel 2003, l’Open Innovation (in nota: Chesbrough; P&G Connect+Develop) apre i confini dell’impresa per procurarsi e trasferire conoscenza (IP, tecnologie, idee) in modo aperto, tramite partnership, licenze, M&A mirati, corporate VC, e soprattutto in modo più fluido e profondo che in passato.
Ma se ogni attività è trasformazione di conoscenza e l’impresa efficace è un sistema cognitivo che rende combinabili tali trasformazioni, allora il loro governo è fondamentale in una vera (ma rara) innovazione aperta.
Qui un confronto tra una OI convenzionale e una consapevole dei processi cognitivi.
| Asse | Open Innovation (2003) | Interpretazione cognitiva (in nota:Diotima Society) |
| Scopo primario | Accedere/valorizzare conoscenza esterna e monetizzare la interna (licensing, co-sviluppo). | Metamodello di trasformazione della conoscenza: socializzare → esteriorizzare → combinare → interiorizzare, ciclicamente. |
| Confini organizzativi | Permeabili: confini aziendali più aperti per scouting e dealflow. | L’impresa è prevalentemente esterna: reti e “interactors” come parte dell’organizzazione stessa. |
| Unità di valore | IP/asset (brevetti, tecnologie, prototipi) e pipeline progetti. | Transazioni cognitive e prodotti come linguaggi; “Value = Knowledge”. |
| Processo d’innovazione | Stage-gate con innesti esterni; portfolio & sourcing. | Indivisibile, iterativo, con front-end continuo e ritardo delle scelte vincolanti finché la configurazione del metamodello non emerge. |
| Focus di gestione | Sourcing/transfer: scouting, alleanze, IP strategy. | Ingegneria dei passaggi di stato della conoscenza; riduzione dei costi delle transazioni di conoscenza. |
| Ruolo del cliente/eco-sistema | Co-sviluppo selettivo (lead users, partner). | Clienti, fornitori, partner, competitor → “interactors”; l’identità d’impresa è un pattern di conoscenza che si riproduce nell’ecosistema. |
| Metriche tipiche | N. accordi, time-to-market, ricavi da licensing, % esternalizzato. | Tempo di esteriorizzazione, tasso di riuso combinatorio, profondità di interiorizzazione, costo transazione cognitiva. |
| Governance | IP management, contratti, portafoglio partnership. | Linguaggi, ontologie, folksonomy → standard; governance della grammatica cognitiva condivisa. |
| Posizionamento strategico | Impresa come hub di scambio tecnologico. | Impresa come segno/pattern che organizza conoscenza e come prodotti genera linguaggi. |
L’Open Innovation è un modo di procurarsi/condividere conoscenza; il tema è come trasformarla (e misurarne i passaggi di stato) nell’organizzazione estesa. OI apriva i confini, ma noi ci ponemmo il tema di ridefinire l’interno/esterno: se i processi stanno nelle reti e i prodotti “sono linguaggi”, la catena del valore è una catena di attività semiotiche più che di fasi operative. L’efficacia di OI dipende quindi dalla qualità della grammatica cognitiva: senza esteriorizzazione rapida, combinazione riusabile e interiorizzazione profonda, l’afflusso di idee/tecnologie non si traduce in valore stabile.
Le quattro stagioni del web e l’evoluzione della conoscenza
Con questo approccio possiamo rileggere le quattro ondate del web, e come ognuna abbia riconfigurato la nostra idea del possibile.
Web 1: internet e la gestione della documentazione
La prima ondata ha connesso il mondo con protocolli aperti e ha moltiplicato i documenti. Le istituzioni hanno creduto che “più dati” implicasse “più controllo”; in realtà, senza una grammatica, si ottiene ridondanza. La risposta è passare dalla gestione degli archivi alla gestione della trasformazione della conoscenza: adottare metamodelli che rendano interoperabili linguaggi e pratiche; spostare il baricentro sul front-end, dove nascono le domande; ritardare le scelte vincolanti finché non emergono configurazioni solide. È così che l’organizzazione torna a imparare.
Web 2: social, community e infrastrutture di significato
Con la seconda ondata sono nate piattaforme e community. Qui l’errore è scambiare l’audience per comunità: il branding top-down perde presa, mentre il valore reale si forma dove le persone co-creano significati e pratiche.
La risposta è costruire prodotti e servizi come linguaggi e usare le community come infrastruttura di validazione. La nuova media economy spezza la catena lineare “prodotto → audience”; serve un ecosistema che unisca insight, contenuti e community con ritorno di apprendimento continuo (trend spotting → early adopters → mass market). La sua applicazione valorizza i canali social per costruire comunità e ricavi. Gli opinion leader certificano un item, gli early adopters lo diffondono viralmente via social, la massa lo adotta. Questo è il passaggio da “campagne” a pattern culturali durevoli.
I contenuti non “si spingono”, ma emergono dal dialogo con la community; l’output è conoscenza combinata (insight + narrazioni + pratiche). Il vero prodotto è il linguaggio: l’oggetto vale come segno in una cultura; le piattaforme (social, app) sono ambienti semiotici dove la combinazione di conoscenza implicita ed esplicita produce nuovo valore.
Gli hub di conoscenza—i Knowledge Eyes—concentrano e ricombinano saperi di ricerca, impresa, arte, finanza, istituzioni. L’engagement autentico riduce il rischio (abbassa il costo del capitale), accelera il riuso combinatorio dei pattern e fa crescere il valore intangibile di brand e piattaforme. Le metriche cambiano: non soltanto “quante visualizzazioni”, ma qualità dell’ingaggio, velocità di propagazione dei pattern, profondità della pratica.
Web 3: tokenomics e patrimonializzazione dei commons
La terza ondata ha portato registri distribuiti, come la blockchain, e asset nativi digitali. Se però mancano senso e regole del gioco, la tecnologia degenera in speculazione. La risposta è una tokenomics regolata dal sistema cognitivo: i token rappresentano commons e pattern (non solo diritti finanziari), l’IP viene conferita a una ragione sociale che rappresenta lo hub-laboratorio (l’embrione dell’ente metadominio), un registro dei contributi traccia crediti cognitivi, e la co-valorizzazione è definita ex ante con meccanismi rapidi di risoluzione delle controversie. Così la DLT diventa un modo affidabile di patrimonializzare beni comuni e filiere, non un fine in sé.
La tokenomics permette a patrimoni non-liquidi (naturali, culturali, sociali) di entrare in un circuito espansivo. In pratica: ciò che oggi vale ma non “gira” (territori, archivi di sapere, reputazioni di comunità) viene reso investibile, scambiabile e riusabile attraverso diritti chiari, metriche condivise e incentivi ben disegnati. È questo passaggio che consente di allineare investimenti “speculativi” e pazienti, massimizzando l’attrazione di capitali, competenze e risorse operative.
Web 4: agenti intelligenti e nascita dei metadomini
La quarta ondata introduce modelli generativi e agenti capaci di percepire e agire in tempo quasi reale. Il rischio è l’opacità: più AI, più “scatole nere”. La risposta è costruire Metadomini: non “verticali” chiusi, ma infrastrutture olistiche, viste da prospettive (il Mare, lo Spazio, l’Energia, la Città…), che uniscono conoscenza, governance e finanza.
Un metadominio emerge come un cognitive twin (non solo digitale), che entra nelle dinamiche culturali e finanziarie come un agente intelligente. In esso opera l’AI che domanda: invece di estrarre soltanto risposte, formula le domande giuste, individua i gap informativi e valoriali, progetta esperimenti o raccolte mirate, compone trade-off e propone priorità e iniziative. Accanto ad essa c’è la folksonomy operativa: raccoglie percezioni e sentiment di persone e operatori, clusterizza linguaggi e tag, e trasforma questa “intelligenza diffusa” in parametri con cui costruire consenso. Quindi il designer del metadominio immagina, configura e storicizza il potenziale del sistema.
Gli output non sono “piani” verbosi, ma mappe patrimoniali (valore + rischio), priority index condivisi, piloti rapidi e una long tail di progetti bancabili.
In breve… Le quattro stagioni del web sono una migrazione di senso e una riconfigurazione del possibile. Internet ha aperto la circolazione; il Web 2 ha reso sociale la produzione di valore; il Web 3 ha materializzato diritti digitali; il Web 4 porta agenti che decidono con noi.
Senza una bussola epistemica accumuliamo lentezze e attriti, moltiplichiamo silos e burocrazia, alimentiamo conflitti regolatori e bolle finanziarie. Ogni nuova tecnologia, anziché semplificare, impone nuovi strati di complessità formale. È l’antitesi di un sistema che apprende.
Con la consapevolezza della natura della conoscenza e del ciclo creativo, le istituzioni possono trasformarsi in metadomini: ecosistemi che apprendono, capaci di connettere conoscenza, governance e finanza per generare valore condiviso, misurabile e duraturo.


















