Crisi globale, Onida: “Ecco la nuova politica economica che ci serve ora" | Agenda Digitale

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Crisi globale, Onida: “Ecco la nuova politica economica che ci serve ora”

Mantenimento degli impegni del NextGenEu; forte rilancio degli investimenti pubblici; nuovi standard qualitativi di sostenibilità fiscale e serio confronto sulle regole di tassazione internazionale delle multinazionali digitali. Queste le basi per una politica economica Ue in grado di reagire alla crisi pandemica globale

04 Nov 2020
Fabrizio Onida

professore emerito, Università "Bocconi"


Non è propriamente un “cigno nero”, dati i precedenti anche recenti di epidemie che hanno colpito più continenti (SARS, Ebola, MERS, Zika), ma la pandemia da Covid19 è tale da aver colto impreparati governi, scienziati, e analisti economici nei cinque continenti: in buona misura uno shock globale senza precedenti, che rischia di mietere alla sua conclusione un numero di vittime record in tempi di pace. Si è generata una pericolosa combinazione di emergenza sanitaria e crisi economico-finanziaria, quest’ultima reminiscenza della “Grande Recessione” del 2007-08 generata dalla “esuberanza irrazionale” dell’innovazione finanziaria simboleggiata nei “mutui sub-prime”.

Una crisi che si autoalimenta

Lo shock globale da Covid19 che ci ha travolti parte da una caduta violenta della domanda di beni e servizi, da cui una riduzione delle ore lavorate, e relativa minore domanda di lavoro da parte delle imprese, un congelamento dei piani di investimento delle stesse imprese. Il tutto aggravato dal trascinamento della caduta di un terzo degli investimenti pubblici (gli investimenti sanitari addirittura dimezzati a prezzi costanti) nel decennio seguito alla Grande Recessione. Come prevedibile, lo shock iniziale si trasforma in avvitamento verso il basso, con il classico moltiplicatore keynesiano che opera in senso negativo fino a quando il circuito del reddito registra una stabilizzazione e successiva svolta, oggi rinviata agli inizi del 2021. Per il 2020-21 si arriva oggi a stimare una caduta del PIL mondiale intorno all’8 per cento e del commercio mondiale del 12 per cento, e le previsioni in questi mesi della seconda ondata dei contagi sono soggette a continue revisioni verso il basso.

La caduta del PIL e dell’occupazione si ripercuote pesantemente sugli equilibri del welfare pubblico. La spesa previdenziale indotta dai fabbisogni di sostegno al reddito da malattia e disoccupazione cresce più velocemente dei contributi previdenziali e pensionistici versati dai lavoratori. Si aggrava così il disavanzo di bilancio pubblico, ostacolando la riduzione programmatica del rapporto fra lo stock di debito pubblico e il flusso del PIL. La difficoltà dei governi nel fronteggiare il crescente debito pubblico scarica l’onere dell’aggiustamento sulle generazioni future.

In tutti i paesi colpiti dalla pandemia le vittime della clausura (lockdown) tendono ad essere maggiori nelle classi sociali meno privilegiate, determinando un aumento delle disuguaglianze. La Banca Mondiale stima che nel 2020 il reddito di circa 120 milioni di popolazione mondiale scenderà sotto il livello di povertà.

Incertezza e risparmio precauzionale

La caduta della domanda aggregata riflette non solo le restrizioni indotte dal lockdown degli esercizi, degli eventi e dalla minore mobilità delle persone, ma soprattutto la maggiore propensione al risparmio delle famiglie e delle imprese. E’ la ben nota reazione del risparmio “precauzionale” a fronte della accresciuta incertezza che condiziona le aspettative. Incertezza che caratterizza l’esplosione di eventi traumatici come le guerre e come l’attuale diffusione della pandemia. Incertezza che (a differenza dal rischio, contro cui il soggetto può trovare forme di copertura assicurativa offerte dal mercato in base a schemi collaudati di calcolo attuariale) paralizza o ritarda molte decisioni individuali. Paralisi e ritardi decisionali che inevitabilmente si ripercuotono a catena nel sistema economico, data la crescente interdipendenza tra soggetti decisionali nello spazio e nel tempo.

Rottura e revisione delle catene globali del valore

Un effetto negativo ancora poco esplorato del Covid19 sul mondo produttivo si sta avvertendo nei numerosi settori in cui operano le cosiddette “catene globali del valore”. Infatti, negli scorsi decenni, con la riduzione delle barriere commerciali e culturali tra paesi, i mercati hanno visto crescere processi di specializzazione produttiva che hanno comportato una frammentazione internazionale dei processi produttivi.

Il valore del prodotto o del servizio finito deriva dall’assemblaggio di fasi produttive (“tasks”) localizzate per ragioni di costo e/o di disponibilità in paesi diversi, spesso anche lontani, generando flussi di scambi internazionali di semilavorati, componenti e servizi invisibili governati entro una sequenza, assimilabile per analogia alla catena produttiva di un impianto complesso. Esempi spesso citati di simili catene internazionali di fornitura si hanno in settori complessi come mezzi di trasporto, elettronica professionale e di consumo, chimica, farmaceutica, elettrodomestici, ma anche in settori tradizionali come tessile-abbigliamento, pelletteria, orologeria. In tutti questi casi l’effetto Covid sta comportando una costosa riorganizzazione dei processi produttivi lungo catene più corte “regionali” o locali, nel tentativo di ridurre costi e rischi della distanza geografica. Ne discende un depotenziamento dei cosiddetti moltiplicatori degli scambi internazionali.

Il rischio di risposte protezionistiche

L’impatto negativo del Covid sulle catene internazionali del valore si somma all’impatto recessivo di misure protezionistiche, a partire dalla “guerra commerciale” iniziata dagli USA di Trump contro Cina ed Europa. Il Fondo Monetario Internazionale ha segnalato a livello globale nei primi nove mesi del 2020 l’introduzione di 120 nuovi provvedimenti di restrizione all’export come misure di salvaguardia per mantenere la disponibilità domestica di farmaci e presidi medico-sanitari, a fronte di una forte richiesta da parte di paesi con fabbisogno insoddisfatto dalla produzione nazionale. Esempi di restrizione all’export (anziché più tradizionalmente all’import) sono alquanto infrequenti nella storia recente del protezionismo, al di fuori di forme di razionamento dell’offerta da parte di paesi esportatori di petrolio, mirate a forzare aumenti nel prezzo di vendita della materia prima: è il caso delle “terre rare” (componenti essenziali nella produzione di diversi prodotti meccanici ed elettronici) di cui la Cina continua a essere il maggior produttore mondiale.

Pandemia e caduta della produttività

Una caduta significativa della domanda aggregata di consumi e investimenti ha purtroppo effetti negativi sulla produttività del lavoro e sulla “produttività totale dei fattori”. La capacità produttiva degli impianti, delle infrastrutture e delle dotazioni di “capitale umano” (conoscenze, esperienze, capacità organizzativa) viene sottoutilizzata, generando inefficienze e quindi perdite collettive di ricchezza attuale e potenziale. Tra l’altro, non tarderemo a verificare nei prossimi mesi e anni che il lavoro a distanza, pur consentendo taluni localizzati guadagni di efficienza, nell’insieme non rimpiazza pienamente il lavoro in presenza, comportando un freno alla produttività in termini di minori prestazioni collettive e minore raggiungimento dei risultati, soprattutto nell’ampia area dei servizi pubblici (D.Checchi-A.Fenizia-C.Lucifora su LaVoce.info, 22.10.2020),).

Come sottolinea Paul Krugman in diversi scritti, non dobbiamo dimenticare che la dinamica della produttività, in particolare della produttività totale dei fattori, costituisce la base ultima per la crescita della ricchezza e del benessere delle nazioni, a prescindere dalla disponibilità e dai prezzi delle risorse naturali dei paesi.

Aggiungiamo che il rallentamento degli scambi internazionali di merci, servizi e persone rema contro la diffusione internazionale della crescita. Ne vengono penalizzati in particolare i paesi che dal proprio inserimento progressivo nel circuito dei mercati traggono un fondamentale impulso allo sviluppo delle proprie risorse umane e un importante contributo alla riduzione della povertà e delle disuguaglianze globali.

Risposte auspicabili della politica economica

Senza alcuna pretesa di completezza, le risposte auspicabili della politica economica europea alla crisi pandemica globale includono le seguenti.

Primo, il mantenimento degli impegni del NGEU (“Next Generation European Union”), che con lodevole e sorprendente coraggio la Commissione e il Consiglio Europeo hanno disegnato per il prossimo triennio, combinando una massa critica senza precedenti di trasferimenti a fondo perduto e di prestiti agevolati ai 27 paesi membri. E’ una risposta genuinamente keynesiana all’impatto devastante del Covid19 sulla domanda aggregata, che forse troppo lentamente va delineandosi nei dettagli, su cui tuttavia si gioca la credibilità del progetto e la coesione dei paesi membri. Progetto su cui non hanno tardato a manifestarsi le prime crepe. Ci si augura che venga assimilato l’alto e netto messaggio lanciato dall’ex presidente della BCE Mario Draghi circa l’opportunità di fare chiarezza, scegliendo fra accumulo di debito pubblico “buono” e “cattivo”.

Secondo, come componente essenziale degli impegni nazionali collegati al NGEU, un deciso rilancio degli investimenti pubblici, dopo il pesante ripiegamento segnalato all’inizio, a cominciare dal settore sanitario-ospedaliero ma estendendosi a non meno urgenti fabbisogni di interventi per digitalizzazione, reti di telecomunicazione, infrastrutture di trasporto urbano ed extra-urbano, scuola e formazione professionale, ricerca, sistema giudiziario, sicurezza e ordine pubblico. Un bel segnale è arrivato dal Segretario di Stato responsabile del bilancio federale tedesco Werner Gatzer (Il Sole24Ore, 23 ottobre 2020), che ha delineato un piano di investimenti pubblici federali di 48 miliardi annuali nel triennio 2022-24.

Terzo, per superare lo stucchevole ricorrente dibattito sui meriti e demeriti dell’austerità merita una attenta riflessione critica l’appello di O.Blanchard-A, Leandro-J.Zettelmeyer “Redesigning the EU fiscal rules: from rules to standards” (Economic Policy-CEPR 23 ottobre 2020). A detta degli autori cui non manca autorevolezza (Blanchard è stato direttore degli studi al Fondo Monetario Internazionale ed è oggi senior fellow del prestigioso Peterson Institute for International Economics di Washington) le “regole fiscali” concepite all’inizio degli anni ’90 per promuovere la sostenibilità della finanza pubblica europea si sono rivelate errate e controproducenti; attualmente tali regole sono comunque sospese almeno fino alla fine del 2021.

Sostituire regole meccaniche con standard qualitativi di sostenibilità fiscale, soggetti a valutazioni indipendenti sovranazionali (inclusa la Corte Europea di Giustizia) modificando se necessario gli stessi Trattati, è una proposta temeraria, forse poco realistica nell’attuale contesto politico europeo, ma merita attenzione alla luce delle drammatiche sfide del Covid19.

Quarto, va rilanciato un serio confronto di proposte su come rendere meno squilibrate e politicamente sostenibili le regole di tassazione internazionale delle grandi multinazionali digitali. La loro residenza fiscale è accuratamente prescelta per minimizzare il prelievo tributario nei propri bilanci consolidati, a prescindere dai singoli mercati di vendita che costituiscono la fonte originaria dei profitti societari. L’arbitraggio di questi soggetti dominanti tra regimi giuridici nazionali in reciproca concorrenza produce incongruenze perfettamente lecite ma sempre meno politicamente sostenibili. L’arbitraggio tributario multinazionale, che si basa sui “prezzi di trasferimento” tra i diversi mercati in cui opera la società, è peraltro fenomeno antico, ma nel caso dei servizi digitali raggiunge proporzioni senza precedenti e sempre meno tollerabili presso l’opinione pubblica dei cittadini e dei loro governanti.

I prossimi mesi vedranno rincorrersi le notizie più e meno drammatiche sulla curva dei contagi e dei decessi, insieme a quelle (meno presenti nell’opinione pubblica) sulle politiche economiche intraprese dai vari governi per governare la crisi economica. Nessuno può fare previsioni perfette, personalmente appartengo al partito del bicchiere mezzo pieno.

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