Pensare, ovvero documentarsi, riflettere, confrontarsi, valutare e prendere una posizione avveduta, è sempre più raro, poiché appare uno sforzo considerevole, un investimento importante, un processo arduo e spesso, apparentemente, insostenibile.
Indice degli argomenti
Il pensiero critico è diventato un bene di lusso
Il gioco non vale la candela: per molte persone sforzarsi per avere un giudizio autorevole è un’attività riservata a pochissime fasi della vita. Così, anche quando si tratta di salute, denaro o affetti, di scuola o lavoro, di questioni politiche o religiose ci si affida alle vie brevi, perlopiù informali (mi uniformo all’amico o al parente) e digitali (seguo quello che mi dice il social, l’influencer o il motore di ricerca).
Harrington parla di “Thinking Is Becoming a Luxury Good” (2025): il pensiero critico è diventato un bene di lusso appannaggio di pochi, sovente élite economiche, tecnologiche o culturali. Viene meno l’idea di sapere diffuso come bene pubblico, di immunità di gregge rispetto alle fake news.
Il divario cognitivo: chi pensa e chi scansiona
C’è una frattura, un divario cognitivo, un’ulteriore segmentazione nella società tra chi coltiva la capacità di concentrazione, lettura approfondita e ragionamento e la popolazione generale, che rischia di diventare “post-alfabetizzata“, immersa in un flusso costante di contenuti brevi, una AI che offre soluzioni prêt-à-porter, euristiche facili. Cercare gli indirizzi con maps ci fa perdere l’orientamento.
La tecnologia onnipresente erode la capacità di attenzione
Ormai la tecnologia (smartphone, social media, risorse on line) è onnipresente e a basso costo, l’uso sconsiderato di essa sta erodendo la capacità di attenzione. Questo processo erode la capacità di svolgere attività umane complesse (pensare, leggere, interagire senza schermi).
La perdita della capacità di pensare autonomamente rende le società più vulnerabili alla manipolazione. Uno studio della Northwestern University ha analizzato circa 400.000 test, riscontrando un calo significativo in aree come il ragionamento verbale, la logica e le abilità computazionali. Questo supporta l’idea di una scivolata verso la “post-alfabetizzazione“.
Il cervello si riprogramma per gli stimoli visivi immediati
Il declino cognitivo globale è confermato da varie ricerche condotte in Norvegia, Danimarca e Gran Bretagna che notano come il picco dell’intelligenza collettiva sia stato raggiunto negli anni ’90, seguito da una flessione costante. In controtendenza sono i risultati relativi al ragionamento spaziale: ciò è dovuto all’esposizione costante a interfacce digitali e videogiochi, confermando che il nostro cervello si sta “riprogrammando” per stimoli visivi immediati a scapito del pensiero profondo.
De Mauro e l’analfabetismo funzionale come trappola sociale
De Mauro è stato tra i primi a denunciare che circa il 70% degli italiani soffre di analfabetismo funzionale (dati Piaac), ovvero l’incapacità di comprendere e analizzare testi complessi.
Senza un vocabolario ricco, il pensiero si impoverisce. Si crea ulteriore disuguaglianza sociale: De Mauro vedeva nell’istruzione l’unico ascensore sociale.
Se oggi la capacità di leggere e pensare criticamente diventa un “bene di lusso”, la profezia di De Mauro si compie in modo drammatico: chi è povero rimane intrappolato in un linguaggio semplificato e manipolabile, mentre l’élite mantiene il controllo della conoscenza complessa.
L’illusione della competenza nell’era delle soft skills
Siamo davanti all’illusione della competenza. Il rischio è una polarizzazione dove le hard skills (conoscenze robuste, capacità di analisi complessa, memorizzazione strutturata) vengono sostituite da soft skills interpretate superficialmente (capacità di “trovare” informazioni, sintesi estreme, multitasking).
Avendo a disposizione molte risorse digitali, si tende a utilizzarle senza metabolizzarle e ciò conduce a conoscenze superficiali, a posizioni deboli, a manipolazioni.
La conoscenza granulare: sappiamo pezzi, non sistemi
Wolf, neuroscienziata di Harvard, spiega che il cervello si è adattato a scansionare i testi (skimming) invece di analizzarli. Questo porta a una perdita di pazienza cognitiva, essenziale per affrontare discipline “hard” come la matematica avanzata, la filosofia o il diritto. Le ricerche frettolose su internet creano una conoscenza granulare: sappiamo “pezzi” di molte cose, ma non capiamo come siano legati tra loro.
La lettura d’insieme, la cultura generale, la contestualizzazione mancano. La facilità di accesso all’informazione ha paradossalmente abbassato la soglia dell’intelligenza critica.
Infobesità: quando l’informazione diventa junk food cognitivo
L’analogia tra cibo spazzatura (junk food) e informazione spazzatura (junk news) è così calzante da aver generato il termine clinico “Infobesità“. In entrambi i casi, l’evoluzione umana ci ha traditi: il nostro cervello è programmato per cercare calorie scarse (zuccheri) e informazioni vitali (novità), ma oggi anneghiamo in un’abbondanza tossica di entrambi.
Le multinazionali alimentari progettano prodotti con il “bliss point” (punto di estasi), un mix di grassi e zuccheri che crea dipendenza.
Le piattaforme social usano algoritmi di engagement per creare contenuti che attivano la dopamina tramite notifiche, infinite scrolling e titoli sensazionalistici. È il c.d. Persuasive Design che cattura l’attenzione senza nutrire la mente. Il cibo spazzatura sazia sul momento ma non apporta nutrienti (vitamine, fibre), portando a malnutrizione paradossale (obesi ma carenti di nutrienti).
Il clickbait e le notizie frammentate danno l’illusione di sapere tutto, ma sono “calorie cognitive vuote“. Consumiamo migliaia di frammenti di dati, ma perdiamo la capacità di collegarli in una conoscenza strutturata. Mangiare sano (bio, fresco) è diventato un lusso in termini di tempo e denaro.
Proprio come la conoscenza di qualità è diventata un bene di lusso. Richiede abbonamenti costosi e, soprattutto, il “lusso” del tempo per pensare, negato a chi è intrappolato nell’economia dell’attenzione.
Disinformazione globale e strategie di disintossicazione digitale
Al World Economic Forum (2024): il Global Risks Report identifica la disinformazione come uno dei principali pericoli globali. L’analogia è chiara: se l’obesità fisica mette a rischio il sistema sanitario, l’obesità informativa mette a rischio il “corpo” democratico, rendendo i cittadini incapaci di analizzare razionalmente la realtà.
Per invertire la rotta dell’obesità cognitiva e combattere il declino delle hard skills, diversi paesi e istituzioni stanno adottando strategie drastiche. Il principio cardine è la “disintossicazione digitale” per proteggere lo sviluppo del cervello.
Ecco le principali politiche e soluzioni in atto: il “ritorno all’analogico” nelle scuole, il divieto degli smartphone nelle classi fino alle medie per ridurre la frammentazione dell’attenzione e favorire il contatto umano.
Serve l’alfabetizzazione mediatica, ovvero la capacità di decodificare i messaggi, riconoscere la propaganda e comprendere gli algoritmi. Infine, pensare ad app, social e motori di ricerca pubblici o con algoritmi noti, criteri stabili e l’utilizzo di fonti accreditate (Mandrone, 2021).
La dittatura dell’engagement e il paradosso della democrazia digitale
Vige la legge della maggioranza: sia nel web, sia sui social, sia nel sistema dei ranking (ristoranti, alberghi, video, musica)… Ovvero, l’engagement è la cifra del successo di qualsiasi manifestazione, come l’auditel per la televisione.
Nulla sulla qualità, sulla soddisfazione, sul gradimento, solo contatori che ci restituiscono l’utilizzo, il click. Un’ulteriore riprova che la maggioranza non è la parte migliore della società e il suo giudizio non è sinonimo di verità o giustizia o correttezza. I numeri non danno ragione. È pieno di esempi in cui la maggioranza aveva un’opinione sbagliata, dalla scienza alla storia, dalla politica all’economia. Pier Paolo Pasolini diceva che l’uomo medio è un mostro.
La massa, il gregge, la moltitudine indistinta e impreparata tendono ad avere comportamenti scadenti, qualunquisti, razzisti, conformisti. È il paradosso della democrazia digitale in cui la minoranza è senza i pesi e contrappesi tipici dei sistemi rappresentativi, un processo che porta alla dittatura dell’ignoranza o, perlomeno, di una maggioranza incompetente, miope, populista… che porterà ad una regressione del set valoriale individuale e sociale.
All’effimero successo dell’apparenza, al rischio di perdita di competenze profonde e guide attendibili.
Riferimenti essenziali
Harrington M. (2025), Thinking Is Becoming a Luxury Good, The New York Times Mandrone E. (2021), Digital oddities: technological change and cultural elaboration, Sinappsi, n.3.











