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Più AI, meno lavoro ai giovani: una transizione da governare



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L’intelligenza artificiale promette efficienza, ma rischia di restringere l’accesso dei giovani al primo impiego. Tra declino demografico, università sotto pressione, deskilling e nuove esigenze formative, il lavoro del futuro dipenderà da scelte politiche, educative e contrattuali condivise

Pubblicato il 17 mar 2026

Michele Tronconi

Imprenditore tessile



L'impatto dell'IA nell’economia e nel lavoro: più produttività, ma anche più disuglianze AI e cultura aziendale ai e lavoro ’intelligenza artificiale e divergenza economica
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I trenta gloriosi, dal 1945 al 1975. Sono gli anni in cui molti Paesi europei, tra cui l’Italia, hanno conosciuto una forte crescita economica e demografica accompagnate dal rafforzamento degli istituti del welfare state: istruzione, sanità, previdenza. Una cosa ha causato l’altra, alimentando un circolo virtuoso. I nati in quel periodo sono gli ingrigiti di oggi.

Per loro, per me, il futuro era il progresso e il progresso significava un benessere maggiore rispetto a quello dei nostri genitori. L’ascensore sociale stava funzionando, nascondendo qualche incrinatura, tra cui gli eccessi sul fronte previdenziale, come le baby pensioni. Poi la crescita ha rallentato, la freccia delle aspettative si è invertita. I nostri figli potrebbero stare peggio di noi, non meglio. Molti speravano in qualche miracolo tecnologico per riequilibrare le sorti, facendo crescere il PIL più del debito pubblico. Ora, invece, si scopre che a peggiorare questo scambio diseguale tra generazioni potrebbe intervenire proprio l’innovazione tecnologica.

Lo ha rimarcato, tra gli altri, la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Katalina Georgieva, al meeting di Davos. Lo accennavo in un precedente articolo; a causa dell’intelligenza artificiale, i giovani potrebbero fare più fatica ad entrare nel mercato del lavoro. Infatti, anche con una laurea, le tipiche attività al primo impiego, che servono a maturare esperienze e qualificarsi a mansioni di maggior grado, saranno presto rimpiazzate dall’AI. Senza la possibilità di fare esperienza, a che tipo di lavoro potranno candidarsi?

Il catch 22 dei giovani esclusi dal primo impiego

Nulla di nuovo sotto il sole. In Italia succedeva già negli anni Ottanta e Novanta, per non parlare del picco di disoccupazione giovanile del 2014, per effetto della Grande Recessione. Le imprese di qualsivoglia tipo cercavano addetti con esperienza. I genitori dei giovani di allora si chiedevano:

Come faranno, se nessuno gliela fa fare? Proprio una situazione da catch 22. Nell’omonimo libro di Joseph Helle si narra del paradosso indotto dal regolamento militare che, al comma 22, stabiliva la possibile esenzione dal teatro di guerra dei piloti ritenuti insani di mente. Tuttavia, il presentarsi alla visita medica sostenendo di essere pazzi era una prova evidente di piena salute, compresa quella mentale, per cui si era spediti in missione.

Oggi, a causa dell’AI che si occuperà dei lavori ripetitivi tipici del primo impiego, come analizzare dati, stendere rapporti o organizzare presentazioni, succederà che i giovani non potranno fare esperienza e senza esperienza non potranno ambire a un lavoro più qualificato.

Intrappolati nell’assurdità di un catch 22 che avrebbe già iniziato a colpire il mercato del lavoro americano, dove negli ultimi due anni si è visto un calo degli entry level jobs.

Per inciso, nel 2025 il tasso di disoccupazione nella fascia da 16 a 24 anni ha di poco superato il 10% – in Italia è il doppio – con un rallentamento delle assunzioni soprattutto nel settore dell’alta tecnologia e della finanza. Alcuni politici americani, come il senatore democratico della Virginia, Mark Warner, o come il più noto Bernie Sanders, temono che di questo passo si possa presto arrivare al 25%. Si sta inoltre diffondendo la convinzione che studiare all’Università non convenga più, visti gli alti costi e i debiti d’onore che si devono contrarre per sostenerli, seguiti dalle difficoltà crescenti a trovare delle occupazioni con remunerazioni adeguate a metter su famiglia e saldare i debiti.

La piramide del lavoro si restringe alla base

Qualcuno ha illustrato ciò che sta avvenendo partendo dall’immagine della piramide. Una volta le organizzazioni produttive avevano un’ampia base di operatori al primo impiego (o di colletti blu) con un ristringimento del numero di addetti a mano a mano che si saliva la scala gerarchica e funzionale; fino al capo azienda, in cima. Da qui in avanti la base si rimpicciolirà drasticamente lasciando il numero maggiore di occupati al centro, nei ruoli manageriali.

L’immagine assomiglierà a un diamante, o a una trottola. Guarda caso è la stessa forma che ha assunto la piramide demografica, per lo meno in Italia. Che sia (già) tutta colpa dell’AI è però messo in dubbio da diversi resoconti. Ci sono molti altri motivi, infatti, che riducono le possibilità occupazionali dei giovani al primo impiego, negli USA così come in Italia. Tipicamente, quando la congiuntura è negativa ed è alto il grado di incertezza, si preferisce bloccare il turnover, cioè non rimpiazzare i lavoratori che vanno in pensione con giovani al primo impiego.

Tra incertezza e scelte collettive sul futuro del lavoro

Il dibattito sull’intelligenza artificiale, tra sol dell’avvenire e cupe profezie, riempie le pagini dei giornali. Al di là delle questioni tecniche, comprensibili solo agli specialisti, vi sono altri aspetti sintetizzabili in tre parole: incertezza, ambiguità e complessità. Per quanto l’AI possa essere disruptive il suo impatto sul mondo del lavoro e sulle organizzazioni produttive potrebbe rivelarsi diverso da come ce lo stiamo immaginando, sia nel bene, sia nel male. Di certo c’è che non basta ascoltare chi propone la nuova tecnologia, bisogna sentire anche chi la dovrebbe utilizzare per trarne beneficio.

Nel caso delle imprese manifatturiere, per esempio, c’è ancora molta titubanza. Difficile pensare che i bulloni, cioè la connettività materiale, venga totalmente rimpiazzata dai dati. Molte persone, poi, indipendentemente dal ruolo lavorativo, ricorrono a ChatGPT, o a Gemini, più per questioni extra-lavorative che per migliorare i propri risultati, in ufficio, o in fabbrica. Alcuni li vedono solo come motori di ricerca più raffinati, che rispondono alle domande e ne pongono di nuove: ti interessa approfondire questo, o quello?

Tornando alle imprese, di certo è un grande affare per le società di consulenza. Anche per quelle che paghi perché non capisci e poi non capisci perché le paghi. Tutto questo ci riporta alle nostre responsabilità: il futuro dipende dalle nostre scelte, non da quelle delle macchine, e l’impatto sul mercato del lavoro dipenderà tanto dalla domanda (delle imprese), quanto dall’offerta (dei giovani e del sistema formativo), nonché dal modo in cui si stabiliranno le rispettive obbligazioni (vedremo più avanti perché). Non c’è nulla di scontato, quindi, semmai c’è molto da fare.

Prudenza, sostenibilità e squilibri dell’innovazione

Con un po’ di prudenza
Passo al secondo aspetto, quello dell’ambiguità. Nella magnificazione dell’AI che tutto dovrebbe saper fare, quanto pesa il marketing? Non è che i difetti, o i rischi, vengano sottaciuti, o sminuiti, per agevolare il rientro di investimenti sempre più ingenti per cui anche i grandi dell’High Tech si sono e si stanno indebitando? Di fronte a certi dubbi la prudenza non è mai troppa, ovviamente, senza lasciarsi scappare le opportunità. Del resto, il termine prudenza deriva dal verbo latino providére, che significa sia prevedere, sia provvedere. Un’ambivalenza, in risposta all’ambiguità, tipica del nostro essere umani. Eccoci, infine, al terzo aspetto, più sfidante, perché di sfide si tratta; quelle che il nostro tempo ci sta presentando tutte insieme, contemporaneamente. Oltre alla nuova frontiera tecnologica ci sono, infatti, l’inverno demografico, la crisi climatica con la transizione energetica, gli alti debiti pubblici, l’eccessiva concentrazione della ricchezza e le tensioni geopolitiche.

La contemporaneità implica l’interdipendenza: non si può affrontare una cosa senza ripercussioni su una, o tutte le altre. Da qui alcune domande: possiamo puntare su tecnologie che divorano energia, acqua e suolo, come i data center, quando dovremmo ragionare in termini di sostenibilità? Possiamo permetterci di ridurre le opportunità occupazionali dei più giovani, per lo meno in Italia, quando nel corso dei prossimi 10 anni saranno in 5 milioni ad andare progressivamente in pensione? Inoltre, possiamo lasciare che le nuove tecnologie restino all’origine di un’eccessiva concentrazione della ricchezza con effetti deleteri sulla produttività, riducendo i benefici che proprio su tal fronte dovrebbero provenire dall’AI?

Da ultimo, riguardo alle questioni geopolitiche, basti dire che affrontando meglio tutte le altre sarebbe più facile la pace, in un mondo sempre più multipolare (incentrato sulla forza), anziché multilaterale (basato su regole condivise). Va notato, però, che il principio di sostenibilità cui si stavano orientando tutti i regolatori (parlamenti, governi, organizzazioni internazionali) fino a qualche mese fa, sta improvvisamente perdendo salienza. Come se non avesse più senso preoccuparsi delle generazioni future.

Tuttavia, l’emergenza climatica coi suoi fenomeni estremi che si ripresentano di continuo attorno al globo e senz’altro in Italia, con la sua fragilità idrogeologica, non può essere cancellata con un ordine esecutivo alla Trump.

Il pensiero critico come competenza decisiva

Ciò che ho appena svolto è un esercizio di pensiero critico, di dubbio come metodo; tutte caratteristiche che l’uomo deve continuare a coltivare per essere padrone del proprio destino. Quindi, anche per controllare e sfruttare il beneficio delle macchine intelligenti, invece di diventarne stupido servo. Fa parte delle caratteristiche cognitive, delle metodiche analitiche e degli skills professionali, in cui i nostri giovani dovranno eccellere grazie a una formazione adeguatamente riorientata, dalla scuola all’Università, per potere entrare in un mercato del lavoro in cui sarà presente l’AI. Se il mondo cambia grazie alla tecnologia, come è sempre successo, anche noi dobbiamo cambiare per prenderne vantaggio.

Non dobbiamo vedere la tecnologia solo come sostituzione del lavoro umano, ma anche come suo potenziamento. Torno al pensiero critico perché lo diamo per scontato quando, in realtà, è un grande assente (non solo) tra i giovani, intrappolati nelle camere d’eco dei social media. Il pensiero critico inizia dal controllo di ciò che sta dietro; ai fatti, alle notizie, alle proposte, alle apparenze. Da mettere in dubbio, perché quasi nulla è solo ciò che sembra. Un ragionamento può essere formalmente corretto, ma le conclusioni sono vere solo se lo sono le premesse, a cui sempre bisogna risalire.

Una proposta può apparire allettante, ma bisogna capire l’interesse che la anima, che potrebbe contrastare con il nostro. Una notizia potrebbe sembrare esplosiva, ma bisogna controllarne la fonte, perché potrebbe essere una fake news. Anche le risposte dateci dall’AI vanno prese con le pinze; potrebbero essere infarcite di allucinazioni. Inoltre, potremmo formulare le nostre domande portandola a rispondere in modo collaborativo, innescando un bias di conferma in cui potremmo restare intrappolati.

Dall’high Tech all’high Touch nella formazione e nella cura

Ci sono altri aspetti da considerare nel riorientamento della formazione. Proprio perché la tecnologia potrà fare meglio di noi alcune operazioni, più o meno ripetitive, dalle pratiche burocratiche al riconoscere la presenza di polipi intestinali durante una colonscopia, aumenterà il peso risolutivo dell’interazione umana. Il campo medico è paradigmatico. Come ha recentemente sostenuto Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, l’AI libererà tempo da dedicare alla relazione col paziente; una relazione che fa parte della cura. A quanti è capitato, infatti, di temere di non essere riusciti a spiegare i propri sintomi e di non avere il conforto del proprio medico, magari nelle patologie più nefaste.

Un medico che si sieda accanto al paziente per spiegargli il percorso di cura è già parte della cura, perché mobilita fiducia e riduce lo stress che favorisce la progressione di certe malattie. Che l’alta tecnologia potesse dare spazio all’high Touch (importanza del contatto personale) è stata una intuizione del futurologo John Naisbitt, già negli anni Ottanta.

Ora che siamo arrivati alla situazione prevista dobbiamo reimparare l’abc della nostra umanità, la capacità di interagire di persona, anziché tramite uno schermo, che etimologicamente significa scudo, riparo, quindi separazione, distacco. Bisogna riorientare lo sguardo dei nostri giovani dal loro smartphone agli occhi dell’altro, facendoli evadere da un autismo autoindotto che crea disabilità sociale e può impedire il futuro lavorativo che c’è e ci sarà.

Il rischio di deskilling nell’uso professionale dell’ai

Il rischio di deskilling
Non a caso, più sopra, ho citato i polipi intestinali. Sono stati occasione di una verifica recente, con una pubblicazione apparsa sulla rivista The Lancet e ripresa da Nature, nell’autunno dello scorso anno.

L’equipe diretta da Kzysztof Bidzyn ha svolto uno studio osservazionale presso alcuni centri di endoscopia polacchi. Sono state confrontate le percentuali di successo nella rilevazione di polipi da parte di endoscopisti esperti, prima, durante e dopo aver utilizzato alcuni sistemi di rilevazione automatica con AI. Nella fase di ritorno alla tecnica non assistita, l’ADR (adenoma detection rate) è calato di 6 punti percentuali rispetto a prima dell’utilizzo dei predetti sistemi. Trattandosi di una differenza statisticamente significativa, ha portato gli autori a ipotizzare un decadimento delle facoltà umane conseguenti all’automazione; in inglese, deskilling.

Smettendo di porre attenzione a certi particolari, lasciati alla macchina, è probabile che sia diminuita la vigilanza, ovvero la capacità di vederli. Interessanti le considerazioni conclusive degli autori; hanno raccomandato il ricorso all’AI anche nella formazione senza abbandonare, però, le esercitazioni tradizionali. L’alternanza tra sistemi assistiti e non serve a sviluppare una consapevolezza attiva preservando la capacità di giudizio indipendente. Uno schema utile per tanti altri campi professionali per allenare la capacità di giudizio, ovvero il pensiero critico.

Perché l’università resta centrale anche nell’era dell’AI

Torno al dubbio sollevato da ciò che sta succedendo negli USA. Lì l’Università come occasione di formazione e promozione individuale è messa in dubbio dall’effetto combinato di AI e alti costi. Si è arrivati ad affermare che frequentarla non serva più (probabilmente la pensa così anche il presidente americano). In parte è come nella favola di Fedro, la volpe e l’uva; si denigra ciò che non si può raggiungere. In parte c’entra sempre l’AI; su YouTube girano video che spiegano come ottenere a poco costo un’istruzione di grado superiore senza andare all’Università, grazie a speciali tutor gestiti dall’intelligenza artificiale.

Gli stessi, per altro, utilizzabili durante la frequenza universitaria per migliorare la preparazione agli esami. Usati da soli, senza il confronto personale con un docente e altri studenti, potrebbero funzionare per la componente Tech, ma non per quella Touch.

Basti pensare al remote working che sembrava una panacea. Poi si è capito che la creatività, la produttività, ma anche la salute, dipendono dai rapporti faccia a faccia, compresi i piccoli riti collettivi, come ritrovarsi a far due chiacchiere davanti alla macchinetta del caffè. Studiare all’Università, in modo adeguato ai nostri tempi e con l’aiuto delle nuove tecnologie, serve ancora, forse più di prima. Diversamente che nel Nord America, da noi l’Università (ma non la soluzione abitativa mentre la si frequenta) rientra nel welfare state. L’articolo 34 della Costituzione, infatti, al terzo capoverso, sancisce: I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La formazione ha un valore sociale, oltre che individuale, perché i giovani più capaci e competenti elevano il livello di vita di tutti. Innalzare la diffusione dell’alta formazione tra i nostri pochi giovani è un’occasione da non perdere. Come Paese siamo sul podio mondiale della denatalità; possiamo suddividere le stesse risorse pubbliche per un numero minore di giovani, dando di più a ciascuno di loro, soprattutto in termini di istruzione. Non perdiamo questa opportunità: pensiamo in positivo!

Il contesto locale decide le vere opportunità del lavoro

Non solo la formazione, ma anche il mercato del lavoro dipende dal contesto che offre occasioni così come impone vincoli. Ci sono lavori che hanno senso solo in alcuni luoghi perché rispondono a bisogni che ci sono solo lì. In Bangladesh, per esempio, la cartamoneta è il mezzo di pagamento prevalente, passa di mano in mano senza che il sistema bancario la intercetti anche per ritirare le banconote malconce, mandarle al macero e immetterne di nuove.

Ciò crea un bisogno pressoché unico e c’è chi si guadagna da vivere rammendando, con colla e ferro da stiro, le banconote stropicciate. Certo, il contesto comprende il perimetro della concorrenza che è ben diverso nel caso di prodotti e servizi tradable rispetto a quelli non-tradable. Tuttavia, anche quando si opera in un mercato aperto il contesto locale è dirimente; da esso derivano sia le fonti del vantaggio comparato, sia gli eventuali maggiori costi che portano fuori mercato.

Non solo: anche quando sembra che i problemi siano gli stessi, come nel caso della disoccupazione giovanile, tra USA e Italia, operano condizionamenti locali che esigono soluzioni diverse, ad hoc. La questione dell’esperienza che manca e che i giovani potrebbero non avere occasione di maturare, non potendo lavorare perché l’AI si occuperà dei tipici compiti da primo impiego, è una di queste.

La demografia italiana cambia le regole del mercato del lavoro

L’ho ricordato tra le grandi sfide contemporanee interconnesse: l’inverno demografico. Fa parte del contesto. La nostra piramide demografica assomiglia a una trottola, ovvero a un cono rovesciato; stretta alla base, perché si fanno sempre meno figli, e una crescita modesta della popolazione giovane, in grado di studiare e poi di lavorare. La maggiore densità si trova in alto, tra i 50 e i 64 anni; poi decresce lentamente con i settantenni che sono più dei quarantenni e gli ottantenni – tra 80 e 84 anni – che sono in numero uguale ai bambini fino a 4 anni; altro che piramide!

Negli Stati Uniti, invece, l’addensamento maggiore è nella fascia di età tra i 30 e i 39 anni; per questo non si preoccupano dei futuri rincalzi. Inoltre, i bambini fino a 4 anni sono circa due volte e mezzo il numero degli ottantenni. Noi abbiamo un tasso di dipendenza (popolazione inattiva su quella attiva) sempre più alto e destinato ad aumentare drasticamente nel prossimo decennio; gli americani no, per lo meno, non ancora. Noi non possiamo fare a meno dei nostri pochi giovani, maschi e femmine, soprattutto se ben preparati.

La fuga dei giovani e il circolo vizioso delle imprese

Molti di loro, soprattutto i laureati, lasciano l’Italia perché trovano condizioni migliori all’estero. Il nostro problema, quindi, è trovare il modo di offrire loro delle condizioni di lavoro più remunerative e gratificanti. Dove sta l’ostacolo? Sempre nella questione dell’esperienza, da cui siamo partiti, ma vista da un’angolatura diversa rispetto al passato. Il catch 22 non ricorre più allo stesso modo. Tra le altre cose, è cambiato il modo in cui i nostri giovani guardano al lavoro.

Estremizzo per intenderci: per noi era importante la sicurezza, quindi il posto fisso, per loro è quasi una gabbia dalla cui monotonia è importante poter sfuggire, inseguendo il cambiamento, le nuove sfide. Per noi il lavoro era l’elemento centrale della realizzazione personale e del senso d’identità, per loro il lavoro è solo una parte della vita. Dal punto di vista delle imprese il problema è di investire nella formazione di giovani che, poi, lasciano l’azienda dopo un anno o due, proprio quando iniziano a dare risultati.

Con questo rischio si rimane invischiati in un circolo vizioso: le imprese non pagano retribuzioni elevate perché scontano in anticipo il rischio di non recuperare l’investimento formativo; dall’altra i giovani che, a causa di retribuzioni poco allettanti, non si sentono attratti dal mercato del lavoro italiano, quindi emigrano, oppure non si legano emotivamente all’azienda in cui trovano una prima occupazione. Vero è che c’è stato chi ne ha approfittato, con l’utilizzo sproporzionato di stage e altre forme di lavoro precario. Di conseguenza, il ragionamento dei giovani è un po’ questo: accetto questo impiego e appena ne trovo un altro, cambio.

Un nuovo contratto per trattenere talenti e competenze

Per interrompere questo circolo vizioso ho articolato una proposta al termine di un mio libro (Tronconi,‘25): quella di un contratto a tempo indeterminato con patto di stabilità di due o tre anni in cambio di una remunerazione più elevata sin da subito – per esempio una mensilità aggiuntiva – e una clausola penale in caso di recesso anticipato; se il giovane lavoratore se ne va prima della scadenza del patto di stabilità deve ritornare all’azienda le mensilità aggiuntive percepite.

Una proposta per la discussione che ho formulato con gergo un po’ tecnico per ricordare che si tratta di istituti giuslavoristici già esistenti. Con la circolazione del libro ho scoperto che almeno un’impresa aveva avuto la stessa idea, adottando uno schema simile.

È la SEA, la società che sovraintende agli aeroporti di Linate e di Malpensa. La sua direzione del personale ha usato termini inglesi, come Bonus Retention, o come Boost Grant Program, perché il concetto di patto di stabilità faceva scappare i candidati, ma il succo è lo stesso. E funziona! L’impresa è risultata più attraente, potendo selezionare i candidati migliori, i quali si sono sentiti più gratificati e hanno subito sviluppato un senso di appartenenza; una soluzione win-win.

Conclusioni tra innovazione, responsabilità e futuro generazionale


Gli ingrigiti come me che hanno avuto più dei loro genitori e, probabilmente, più dei loro figli, quando pensano all’inverno demografico si chiedono, magari sottovoce: chi ci pagherà le pensioni (finanziate a ripartizione)? Dovremmo preoccuparci di più, invece, dell’onere crescente che stiamo mettendo sulle spalle dei nostri pochi figli e nipoti. Se oltre ad essere pochi lasciamo che abbiano convenienza ad andarsene all’estero per sempre, dopo aver studiato, la situazione peggiora per tutti; soprattutto per i giovani che restano.

Diversamente dagli Stati Uniti che in questo momento possono pensare a breve termine, noi non possiamo più permettercelo. Dobbiamo investire in formazione sfruttando al meglio le nuove tecnologie. Il futuro è nelle nostre, come nelle loro mani; dipende dalla comprensione del contesto, dal ragionamento critico, dal coraggio di innovare sia a livello Tech, sia a livello Touch.

Questo comprende anche il modo in cui regoliamo il mercato del lavoro con nuove formule contrattuali. C’è molto da fare e l’AI non è l’ostacolo, bensì un mezzo per superarli. Ci impone, però, di non rimanere arroccati in visioni del mondo che non hanno più senso. Che non significa dimenticare il passato, da cui possiamo trarre insegnamento anche riguardo all’innovazione tecnologica. Quante volte ci ha fatto paura e poi non siamo riusciti a vivere senza. Certo, la Storia non si ripete uguale, ma spesso fa la rima.

Per saperne di più

Budzyn K. and others, Endoscopist deskilling risk after exposure to artificial intelligence in colonoscopy: a multicentre, observational study, The Lancet, Volume 10, Issue 10, oct. 2025. https://www.thelancet.com/journals/langas/article/PIIS2468-1253(25)00133-5/abstract
Fore P., USA,l’AI potrebbe far salire il tasso di disoccupazione tra i neolaureatiak 25%, Fortune Italia, 23 nov. 2025. https://www.fortuneita.com/2025/11/23/usa-lai-potrebbe-far-salire-il-tasso-di-disoccupazione-tra-i-neolaureati-al-25/
PopulationPyramid.net https://www.populationpyramid.net/it/italia/2025/
Tronconi M., Si vive di più, si lavora di più, Neodemos.info, 30 gen. 2026. https://www.neodemos.info/2026/01/30/si-vive-di-piu-si-lavora-di-piu/
Tronconi M., Demografia e destino. Possiamo tornare a crescere? Guerini e Associat, Milano, 2025.

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