Infanzia digitale

Smartphone ai bambini: effetti su relazioni, attesa e linguaggi



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Lo smartphone entra sempre più presto nella vita dei bambini: una presenza ormai stabile e normalizzata. L’esposizione prolungata incide su confini simbolici, attenzione e linguaggi, riconfigura la socializzazione riducendo interazioni face to face e modifica il rapporto con l’attesa. Centrale anche l’esempio degli adulti

Pubblicato il 16 feb 2026

Marino D'Amore

Docente di Sociologia della comunicazione, Università degli Studi Niccolò Cusano



smartphone minori

Dare uno smartphone a un bambino non significa soltanto anticipare l’uso di un dispositivo, ma osservare come si ridefiniscono confini simbolici, tempi di crescita e forme della socializzazione. La presenza continua dello schermo, da intrattenimento episodico a risorsa normalizzata, diventa una lente per leggere trasformazioni culturali più ampie.

La normalizzazione dello smartphone nell’esperienza infantile

Nel tempo, di fatto, lo smartphone ha cessato di essere strumento riservato agli adulti per entrare, in modo sempre più precoce e normalizzato, nella vita quotidiana dei bambini. La sua presenza, inizialmente episodica e mediata dall’adulto, tende oggi a configurarsi come stabile, continua, talvolta persino necessaria. Non è raro che il primo contatto avvenga già nei primi anni di vita, spesso con la funzione di calmare, intrattenere o occupare il tempo. Questa diffusione capillare solleva interrogativi che non possono essere elusi né ricondotti a una generica diffidenza verso il progresso tecnologico.

La questione, infatti, non riguarda semplicemente l’uso di un dispositivo, ma investe il modo in cui l’infanzia viene socialmente costruita all’interno di una società digitale. Come ha mostrato Postman già negli anni Ottanta, l’infanzia non è una categoria naturale, bensì una forma storica e culturale, continuamente ridefinita dalle trasformazioni dei media e dei contesti comunicativi (Postman, 1982). Oggi, la pervasività dello smartphone sembra incidere proprio su quei confini simbolici che hanno tradizionalmente separato il mondo dei bambini da quello degli adulti, anticipando tempi, linguaggi ed esperienze.

In questo senso, parlare di rischi non significa adottare una prospettiva moralistica o allarmista, ma interrogarsi sugli effetti sociali di un’esposizione precoce e prolungata a dispositivi progettati secondo logiche che poco hanno a che fare con i ritmi e i bisogni dello sviluppo infantile. L’attenzione si sposta così dai singoli comportamenti alle strutture che li rendono possibili e, in molti casi, inevitabili. La diffusione dello smartphone nell’infanzia diventa allora un osservatorio privilegiato per comprendere trasformazioni più ampie che riguardano la socializzazione, la trasmissione culturale e il rapporto con il tempo.

L’infanzia come categoria culturale nella società digitale

L’infanzia rappresenta un terreno sensibile ai mutamenti culturali, ogni mutamento nei modi di comunicare, apprendere e relazionarsi tende a riflettersi, spesso in modo amplificato, sulle pratiche educative e sulle esperienze dei bambini. In questo senso la cultura digitale non si palesa come un nuovo contesto meramente tecnologico, ma come un ambiente simbolico che ricostruisce codici, linguaggi e forme di interazione. Secondo Corsaro, i bambini non sono recettori passivi dell’insegnamento adulto, ma si mostrano come attori sociali competenti, capaci di interpretare e rielaborare attivamente i significati che incontrano (Corsaro, 2010). Tuttavia, questa capacità si sviluppa all’interno di contesti strutturati, che offrono o negano determinate possibilità comunicative e socializzatrici: quando l’ambiente simbolico è fortemente mediatizzato da dispositivi digitali, le occasioni di rielaborazione sopracitate tendono a essere orientate da contenuti e tempi eterodiretti. Lo smartphone, ad esempio, introduce forme di mediazione che incidono sia sul piano cognitivo sia su quello strettamente relazionale. Carmen Belacchi (2018) sostiene che i dispositivi digitali, soprattutto nei primi anni di vita, agiscono come potenti vettori culturali, in grado di influenzare le modalità di attenzione, di apprendimento e di relazione nel bambino, infatti, la rapidità, la frammentazione e la prevalenza dello stimolo visivo ridisegnano l’esperienza di quest’ultimo, neutralizzando l’efficacia di pratiche più dialogiche. Tale trasformazione non avviene in modo uniforme, perché le differenze socioculturali continuano a giocare un ruolo significativo, incidendo sull’accesso, sulle modalità d’uso e sulle dinamiche relazionali. Tuttavia, la crescente normalizzazione dello smartphone come “strumento dell’infanzia” tende a ridurre la percezione della sua natura eccezionale, rendendolo un oggetto “quotidiano”, i cui effetti a lungo termine appaiono meno visibili.

Come i dispositivi digitali riconfigurano la socializzazione infantile

L’infanzia rappresenta una fase fondamentale nell’esistenza antropica, perché finalizzata all’apprendimento dei ruoli e allo sviluppo delle competenze relazionali, emotive e comunicative, che si costruiscono principalmente attraverso i processi imitativi e l’interazione diretta con gli adulti. In questo senso, Rebecca Dore ha evidenziato come l’uso intensivo dei devices digitali sia direttamente proporzionale a una riduzione significativa delle interazioni face to face e, contestualmente, a una regolazione emotiva del soggetto più complessa (Dore et al., 2025).

Nei primi anni di vita l’esposizione prolungata allo smartphone è correlata a una minore capacità di iniziativa relazionale e a una conseguente dipendenza dalla stimolazione esterna per realizzarla. Tuttavia, è importante sottolineare che non siamo davanti a un processo sostitutivo, ma a una sua totale riconfigurazione dello scenario: le interazioni mediate dalla tecnologia tendono a essere più prevedibili e meno conflittuali, spesso prive di quelle frustrazioni che, nella vita reale, svolgono una funzione educativa fondamentale come l’accettazione del rifiuto. Il rischio, in questo senso, non è l’isolamento, ma la riduzione dell’apprendimento sociale, basato sull’attesa, sull’adattamento e sulla gestione dell’imprevisto. Inoltre, l’uso dello smartphone come strumento di regolazione del comportamento, per calmare, distrarre o tenere occupato il bambino, può contribuire a neutralizzare le funzioni e l’autorevolezza genitoriale; tale processo, se reiterato, rischia di indebolire il ruolo educativo della famiglia, trasformando il dispositivo in un mediatore privilegiato nel rapporto tra il bambino e il mondo sociale.

Impoverimento simbolico e disuguaglianze nell’accesso culturale

L’introduzione dello smartphone nell’esperienza quotidiana infantile solleva una questione che va oltre l’ambito strettamente educativo o psicologico ma tocca i confini della regressione culturale nei casi più esasperati.

Tuttavia, se abbandoniamo il moralismo buonista dei detrattori della digitalizzazione, protagonisti di un puritanesimo educativo di facciata, affidandoci così a un’analisi dei processi simbolici, quest’ultima stimolerà l’emersione di dinamiche meno evidenti ma non meno rilevanti che riguardano la cultura tout court.

Essa si costruisce tradizionalmente attraverso pratiche graduali, ripetitive, spesso mediate dalla parola: il gioco simbolico, la lettura condivisa, l’ascolto e la narrazione spontanea rappresentano dispositivi fondamentali per l’acquisizione del linguaggio, per la costruzione dell’immaginazione e per l’interiorizzazione di schemi culturali complessi.

L’esposizione precoce, e prolungata, a contenuti digitali immediati, frammentati e altamente stimolanti tende a neutralizzare lo spazio dedicato a queste pratiche, senza però sostituirlo con forme simboliche di pari densità semantica. In questo senso, la regressione culturale si caratterizza come una diminuzione delle occasioni di elaborazione critica del processo di fruizione.

Bourdieu (1979) ha affermato che la cultura si trasmette attraverso l’istruzione e le pratiche quotidiane condivise, che contribuiscono a costruire l’identità del soggetto, insegnandogli a interpretare i ruoli che la società richiede. Tuttavia, quando tale processo viene progressivamente sostituito da consumi standardizzati, il rischio è quello di un costante depauperamento della trasmissione sopracitata a favore di un surrogato meno articolato e più polarizzato.

Sheri Madigan ha evidenziato come una fruizione digitale intensa in età infantile sia associata a competenze linguistiche e a una comprensione narrativa più deboli (Madigan et al., 2019). Tali risultati suggeriscono l’esistenza di una correlazione significativa tra un consumo precoce e la qualità dell’esperienza simbolica sopracitata.

Occorre sottolineare che tali effetti non si distribuiscono in modo uniforme: le famiglie con maggiori risorse culturali tendono a compensare l’invasività della tecnologia con pratiche educative più ricche, mentre, specularmente, nei contesti socioeconomici più fragili lo smartphone rischia di diventare il principale strumento di apprendimento e socializzazione, amplificando, di fatto, disuguaglianze sociali già esistenti.

La perdita della capacità di attesa nell’era digitale

Un ulteriore elemento critico degno di analisi riguarda il rapporto con il tempo, una dimensione spesso trascurata nel dibattito pubblico sull’uso degli smartphone nell’infanzia.

I dispositivi digitali sono stati concepiti per offrire stimoli continui, risposte immediate e gratificazioni rapide, tale logica, però, entra in conflitto e rappresenta la nemesi dei processi di apprendimento e di socializzazione che richiedono, invece, tempi lunghi, reiterazione e tolleranza della frustrazione. Norbert Elias ha affermato che la capacità di attendere, di gestire gli impulsi e i bisogni sia il risultato di un lungo processo di civilizzazione, legato alle strutture sociali di appartenenza e alle forme di controllo interiorizzato che ne derivano (Elias, 1939).

In questo senso l’uso precoce dello smartphone rischia di interferire con tali modalità di educative: quando ogni momento di attesa viene colmato da uno schermo, il bambino perde occasioni di sperimentare la noia, l’anticipazione e il desiderio come esperienze esistenziali. Fauzi ha evidenziato che una maggiore esposizione ai dispositivi digitali sia associata a una ridotta capacità di autoregolazione dell’impulsività (Fauzi, 2025).

La difficoltà ad attendere non riguarda soltanto il comportamento individuale, ma si riflette anche nelle pratiche educative e nelle aspettative sociali. In una società accelerata, che premia la rapidità e l’efficienza, l’impazienza rischia di diventare una norma implicita, trasmessa fin dall’infanzia. Lo smartphone, in questo contesto, non fa che rendere visibile e operativa una trasformazione più ampia del tempo sociale, in cui la lentezza appare sempre più come un’anomalia.

Technoference e genitorialità distratta: il ruolo degli adulti

Il ruolo degli adulti diventa centrale nell’analisi di un contesto sociale sempre più caratterizzato dall’invasività dei dispositivi digitali. Il comportamento dei bambini si sviluppa all’interno di modelli relazionali che vengono quotidianamente interiorizzati e riprodotti. Il concetto di technoference descrive molto bene le interferenze prodotte dalla tecnologia nelle interazioni, soprattutto nelle relazioni familiari (McDaniel, Radesky, 2018). Infatti l’uso frequente dello smartphone da parte degli adulti, anche in presenza dei bambini, parcellizza l’attenzione, intacca la continuità dello scambio comunicativo e riduce la qualità dell’interazione: micro-interruzioni apparentemente innocue, ma che, se reiterate, finiscono per ridimensionare le aspettative relazionali dei soggetti coinvolti.

La genitorialità distratta dalla tecnologia non va interpretata come una mancanza di cura, bensì come l’esito di una triade tensiva e strutturale tra richieste lavorative, pressioni sociali e disponibilità digitale continua. Lo smartphone diventa così un oggetto ambivalente: strumento di connessione e al tempo stesso fattore di neutralizzazione relazionale. Tale ambivalenza si traduce in una presenza adulta fisica ma intermittente, che può indebolire quei processi di sintonizzazione emotiva fondamentali nei primi anni di vita.

L’uso dello smartphone come “terzo attore” nella relazione educativa contribuisce inoltre a legittimare culturalmente la sua centralità. Quando il dispositivo viene utilizzato per calmare, distrarre o gestire le difficoltà quotidiane, esso assume una funzione regolativa che rischia di sostituire, almeno in parte, la mediazione relazionale dell’adulto. Questo slittamento non è privo di conseguenze, poiché incide sulla costruzione dell’autonomia, sulla gestione delle emozioni e sul rapporto con la frustrazione.

Ripensare l’infanzia nell’epoca dell’iperconnessione

L’utilizzo degli smartphone in età infantile palesa un fenomeno complesso che si caratterizza come una riconfigurazione profonda dei processi di socializzazione, delle pratiche culturali e del rapporto con il tempo, che coinvolge bambini, adulti e istituzioni educative, abbandonando qualsiasi polarizzazione tra buona e cattiva tecnologia. Sul piano relazionale tende a modificare la qualità delle interazioni, riducendo le occasioni di scambio diretto e di apprendimento sociale. La socializzazione non si neutralizza, ma assume forme autodirette, in cui il conflitto, l’attesa e la negoziazione risultano mitigati. Questo cambiamento non manifesta effetti immediatamente visibili, ma incide in modo significativo sullo sviluppo delle competenze emotivo-relazionali nel lungo periodo.

L’impoverimento del capitale simbolico, delle dinamiche narrative, dell’interazione face to face rappresenta sicuramente un vulnus relazionale, ma anche un segnale di trasformazioni più ampie che riguardano il modo in cui la cultura viene interiorizzata. In questo senso, la regressione culturale va considerata come una chiave interpretativa per comprendere la riduzione di complessità dell’esperienza infantile.

Particolarmente rilevante appare il tema dell’attesa. In una società orientata alla rapidità e alla gratificazione immediata, lo smartphone contribuisce a rendere sempre più difficile l’apprendimento della lentezza, della frustrazione e del desiderio differito. Tuttavia, queste dimensioni continuano a svolgere un ruolo centrale nei processi di civilizzazione e nella costruzione dell’autocontrollo. La loro progressiva erosione nell’infanzia solleva interrogativi che vanno ben oltre l’ambito educativo, toccando il funzionamento stesso del legame sociale.

Infine, il ruolo degli adulti emerge come elemento cruciale. La genitorialità distratta e la normalizzazione della technoference indicano che l’educazione digitale non può essere delegata ai soli bambini. È necessario interrogarsi sulle pratiche adulte, sui modelli di attenzione e sulle condizioni sociali che rendono difficile una presenza educativa continua e consapevole. In questo senso, la questione dello smartphone nell’infanzia si configura come un problema collettivo, che richiede risposte culturali e politiche, oltre che individuali.

Difendere l’infanzia, oggi, non significa rifiutare la tecnologia, ma riconoscere la necessità di porre limiti, di costruire spazi di relazione non mediata e di restituire valore al tempo condiviso. In una società accelerata e iperconnessa, questa scelta assume una valenza che va oltre l’educazione: riguarda il modo in cui si immagina il futuro delle relazioni sociali e della cultura stessa.

Bibliografia

Belacchi, C. (2018), Lo sviluppo psicologico: teorie e interpretazioni, Roma, Carocci.

Bourdieu, P. (1979), La distinction. Critique sociale du jugement, Paris, Minuit.

Corsaro, W. A. (2010), The sociology of childhood. Sociology for a new century series, Thousand Oaks, Sage.

Dore R., Jing M., Taylor G., M., Madigan S. (2025), Digital media use and language development in early childhood, in book: Handbook of children and screen” (pp. 39-45).

Elias, N. (1939), Über den Prozess der Zivilisation, Basel, Haus zum Falken.

Fauzi M. A.. (2025), Smartphone addiction among children, adolescents and teenagers: mapping emerging and future direction, Entertainment Computing, Vol. 55.

Madigan, S., Mc Artur B. A., Anhorn C., (2019), Associations between screen use and child language skills, JAMA Pediatrics.

McDaniel, B. T., Radesky, J. S. (2018), “Technoference”, Child Development, 89(1), pp. 100–109.

Postman, N. (1982), The disappearance of childhood, New York, Delacorte Press.

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