Il 25 marzo 2026 una giuria della Superior Court of California, contea di Los Angeles, ha riconosciuto Meta e Google/Youtube responsabili dei danni psicologici lamentati da una giovane utente identificata con le iniziali K.G.M.
Il risarcimento – sei milioni di dollari, ripartiti tra danni compensativi e punitivi e allocati in misura del 70% a Meta e del 30% a Google – non incide in maniera significativa sui bilanci delle due Big Tech, ma il valore dottrinale e simbolico della decisione è significativo.
È, allo stato, la prima volta che una giuria statunitense, all’esito di un processo civile su tali basi, ha riconosciuto rilevanza causale e colposa a specifiche caratteristiche dell’architettura delle piattaforme che, in forza della Section 230 del Communications Decency Act, gode di protezioni giuridiche estese e a lungo centrali nell’assetto statunitense della responsabilità degli intermediari digitali.
Indice degli argomenti
Una decisione provvisoria ma significativa
Il verdetto è di primo grado ed è oggetto di iniziative post-trial da parte di Meta e Google; la sua tenuta dipenderà da una catena giudiziaria ancora aperta. La controversia consente tuttavia di formulare con maggiore precisione una questione centrale: se e in che misura l’architettura tecnica dei servizi digitali possa essere distinta dalla mera intermediazione di contenuti e ricondotta a una condotta propria, progettuale e organizzativa, dell’operatore.
Il caso si inserisce nel più ampio contenzioso statunitense sui danni psichici associati all’uso dei social media da parte dei minori, confluito nel procedimento coordinato Social Media Cases, JCCP 5255, in parallelo rispetto al multidistrict litigation federale In re Social Media Adolescent Addiction, MDL n. 3047.
Il processo ha assunto la funzione di bellwether trial: serve a verificare la tenuta delle teorie giuridiche e a orientare strategie processuali e trattative. Snap e ByteDance hanno raggiunto accordi separati prima del verdetto; il processo è proseguito nei confronti di Meta e Google. L’oggetto della controversia non è stato la semplice esposizione della minore a contenuti dannosi, ma il modo in cui le piattaforme sarebbero state progettate per prolungare l’uso, aumentare la dipendenza dall’interazione e massimizzare l’engagement, anche a fronte di rischi prevedibili per utenti vulnerabili.
L’immunità prevista dalla Section 230(c)(1) ha protetto per oltre un quarto di secolo i fornitori di servizi interattivi da molte pretese risarcitorie fondate sui contenuti prodotti dagli utenti.
Il contesto tecnologico attuale è tuttavia profondamente diverso da quello del 1996: le piattaforme contemporanee non si limitano a ospitare contenuti, ma li ordinano, raccomandano, classificano, rendono più o meno visibili, integrandoli in ambienti personalizzati e continuamente adattivi. L’utente non incontra un archivio neutro di informazioni, ma un flusso organizzato da interfacce, algoritmi e metriche di ottimizzazione.
Da qui deriva il punto decisivo del caso K.G.M.: la distinzione fra contenuto e design.
Se la responsabilità dipende dal fatto che un utente abbia pubblicato un certo contenuto, l’immunità federale mantiene una forte rilevanza. Se invece la pretesa riguarda caratteristiche progettuali autonome lo scroll infinito, l’autoplay, le notifiche personalizzate, l’assenza di controlli parentali adeguati, la difficoltà di cancellare l’account, la mancanza di avvertimenti la questione cambia: non si chiede alla piattaforma di rispondere del contenuto altrui, ma delle proprie scelte organizzative e tecniche.
Design, engagement, vulnerabilità: l’ambiente come oggetto giuridico
Le funzioni tecniche contestate vanno ricondotte al modello economico entro cui le piattaforme operano. Servizi come Instagram, Facebook, YouTube, TikTok e Snapchat si fondano su una logica di valorizzazione dell’attenzione: durata della permanenza, frequenza dell’interazione, produzione di dati comportamentali e costruzione di profili predittivi sono componenti essenziali del loro valore economico.
L’engagement è al tempo stesso variabile tecnica ed economica: quanto più l’utente resta connesso, scorre contenuti, reagisce o ritorna sulla piattaforma, tanto più il sistema acquisisce dati, affina i modelli di raccomandazione e incrementa la monetizzazione pubblicitaria. Si configura così quello che Nick Srnicek ha descritto come “capitalismo delle piattaforme” e che, nelle grandi piattaforme sociali, assume la forma del “capitalismo della sorveglianza” di Shoshana Zuboff: estrazione di dati comportamentali, previsione delle condotte e loro monetizzazione diventano elementi strutturali della valorizzazione economica.
Il design non è dunque elemento ornamentale o meramente tecnico, ma parte integrante dell’architettura economica del servizio.
Le caratteristiche contestate nel caso K.G.M. configurano una specifica architettura dell’attenzione: lo scroll infinito riduce l’attrito dell’arresto; l’autoplay diminuisce il peso della scelta esplicita; le notifiche personalizzate riattivano l’attenzione anche fuori dalla sessione immediata; i sistemi di raccomandazione ordinano contenuti in funzione della probabilità di permanenza; le metriche pubbliche di consenso (like, visualizzazioni, follower) rendono il riconoscimento sociale visibile, comparabile e costantemente aggiornabile; i filtri di alterazione dell’immagine possono incidere sull’autopercezione e sui processi di comparazione corporea. La piattaforma non obbliga formalmente l’utente a “restare connesso”; vi è però una struttura di incentivi, rinforzi e attriti ridotti che rende alcune condotte più probabili di altre. Il potere del design consiste precisamente in questo: orientare senza ordinare.
Il rischio psichico assume particolare rilievo quando l’architettura della piattaforma interagisce con specifiche condizioni di vulnerabilità, tra cui quella degli utenti minori. Tale vulnerabilità non è semplice deficit rispetto a un modello adulto di soggettività pienamente formata, ma particolare configurazione evolutiva e relazionale: nei minori i processi di costruzione dell’identità, dell’autopercezione e della capacità di elaborare pressioni sociali risultano ancora particolarmente esposti a forme di stabilizzazione, riorientamento e riconoscimento esterno. Ansia, depressione, dismorfia e insoddisfazione corporea, ideazione suicidaria non possono essere ricondotte meccanicamente a una singola funzione tecnica; tuttavia, quando un ambiente digitale espone in modo ricorrente a metriche pubbliche di approvazione, comparazione sociale, contenuti personalizzati e stimoli continui, esso può incidere sulle condizioni entro cui il soggetto costruisce il rapporto con sé, con il proprio corpo e con il riconoscimento altrui.
Conoscenza del rischio e causalità ambientale
In questo contesto, profilo di primaria rilevanza è quello della conoscenza del rischio. Le piattaforme non operano in condizioni di opacità rispetto ai propri ambienti tecnici: raccolgono dati, svolgono test, misurano comportamenti, conducono ricerche interne e osservano correlazioni tra specifiche funzioni progettuali e permanenza dell’utente.
Da questo punto di vista, può essere formulata una tesi operativa: quanto maggiore è la capacità della piattaforma di conoscere, misurare e anticipare gli effetti delle proprie funzioni, tanto più difficile diventa invocare l’imprevedibilità del rischio.
Occorre, certo, distinguere tra conoscenza generale, prevedibilità giuridica e prova del nesso causale, evitando di trasformare la disponibilità di dati interni in una presunzione automatica di responsabilità. Tuttavia, una piattaforma che conosce, o è in condizione di conoscere, rischi specifici associati a determinate caratteristiche progettuali, soprattutto in relazione agli utenti minori, non può essere trattata come un intermediario inconsapevole e neutrale.
Se una società progetta ambienti digitali destinati anche ai minori, trae profitto dalla loro permanenza e dispone di informazioni sui rischi psichici associati a specifiche funzioni, il dovere di progettare, avvertire, mitigare o controllare non può essere valutato secondo gli stessi criteri applicabili a un servizio informativo meramente passivo.
La conoscenza del rischio non risolve da sola il problema dell’imputazione, perché resta necessario accertare il nesso tra funzione progettuale, esposizione concreta e danno lamentato. Essa però modifica il quadro della responsabilità: rende meno plausibile la rappresentazione della piattaforma come soggetto estraneo agli effetti prodotti dall’ambiente tecnico che essa stessa misura, ottimizza e monetizza.
Resta infine il problema della causalità. I rischi psichici, quando riguardano minori, presentano una struttura multifattoriale: possono dipendere da fattori familiari, scolastici, sociali, biologici, economici e culturali. Attribuire alle piattaforme un ruolo giuridicamente rilevante richiede dunque un accertamento probatorio rigoroso, non una generica denuncia della tossicità dei social media.
Il diritto californiano consente tuttavia di ragionare in termini di substantial factor test: non occorre dimostrare che la condotta della piattaforma sia stata l’unica causa del danno, né la causa esclusiva o principale, ma che abbia costituito un fattore sostanziale nella sua produzione. Il criterio è particolarmente rilevante rispetto a fenomeni complessi, nei quali più cause concorrono nel tempo e il danno emerge come effetto cumulativo di esposizioni ripetute, interazioni continuative, comparazioni sociali e meccanismi di rinforzo. Occorre, d’altra parte, collegare le caratteristiche progettuali contestate al comportamento concreto dell’utente, alla durata dell’esposizione, alla sequenza temporale del danno, alla conoscenza del rischio e all’eventuale disponibilità di alternative progettuali ragionevoli.
Dall’intermediario all’architettura
Il caso K.G.M. non fonda ancora una nuova dottrina della responsabilità delle piattaforme: è un verdetto di primo grado, contestato e destinato a ulteriori sviluppi. La sua importanza consiste nell’aver reso giuridicamente formulabile un problema a lungo mantenuto ai margini. Le piattaforme digitali non sono meri intermediari di contenuti, ma ambienti tecnici progettati per organizzare attenzione, interazione, riconoscimento sociale e produzione di dati.
Anche qualora il verdetto fosse ridimensionato nei gradi successivi, resterebbe il fatto che la controversia ha incrinato la rappresentazione della piattaforma come infrastruttura neutrale rispetto agli effetti prodotti dalla propria architettura.
Il caso evidenzia anche un problema di opacità, riguardante la distribuzione asimmetrica della conoscenza. Le società che progettano questi ambienti dispongono di dati, test, metriche di ottimizzazione, ricerche interne e valutazioni sugli effetti delle proprie funzioni; utenti, regolatori, ricerca indipendente e opinione pubblica accedono a tali elementi in modo limitato, frammentario e spesso tardivo. Il processo civile può ridurre parzialmente questa opacità attraverso la produzione documentale, ma ha limiti evidenti: interviene dopo il danno, dipende dall’iniziativa di un soggetto leso e produce conoscenza solo entro il perimetro della controversia.
Il caso va dunque letto come indice di uno spostamento dell’attenzione: non soltanto dalla responsabilità per contenuti alla responsabilità per design, ma dalla singola decisione dell’utente alle condizioni tecniche, economiche e sociali entro cui quella decisione prende forma.
Il punto non è imputare alle piattaforme ogni sofferenza psichica associata all’uso dei social media, ma riconoscere che determinate architetture digitali possono partecipare alla formazione delle condizioni di esposizione, comparazione, riconoscimento e permanenza, soprattutto quando incontrano soggetti in condizioni specifiche di vulnerabilità.
In questo contesto, la responsabilità giuridica resta necessaria, ma parziale: può qualificare alcune condotte e produrre incentivi correttivi; non può però, da sola, governare la razionalità che trasforma in valori economici attenzione, comportamento online e specifiche condizioni di vulnerabilità.
Bibliografia essenziale
Bergman M.P., Assaulting the Citadel of Section 230 Immunity: Products Liability, Social Media, and the Youth Mental Health Crisis, in «Lewis & Clark Law Review», 26, 2023, pp. 1159 ss.
Srnicek N., Platform Capitalism, Polity Press, Cambridge, 2017.
Zuboff S., The Age of Surveillance Capitalism. The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power, PublicAffairs, New York, 2019.
Fonti processuali e normative
Communications Decency Act of 1996, 47 U.S.C. § 230.
In re Social Media Adolescent Addiction/Personal Injury Products Liability Litigation, 702 F. Supp. 3d 809, N.D. Cal., 2023.
P.F., et al. (K.G.M.) v. Meta Platforms, Inc., et al., Superior Court of California, County of Los Angeles, Verdict Form – Meta, 25 marzo 2026.
P.F., et al. (K.G.M.) v. Meta Platforms, Inc., et al., Superior Court of California, County of Los Angeles, Verdict Form – YouTube, 25 marzo 2026.












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