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Software e patate: perché la sovranità parte dai PC della PA



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La PA italiana dipende da pochi ecosistemi proprietari, una monocoltura digitale che espone servizi e postazioni a rischi tecnici e geopolitici. Uscirne richiede una strategia graduale: software libero, formati aperti, interoperabilità e investimenti per diversificare davvero l’infrastruttura pubblica del Paese

Pubblicato il 14 set 2026

Paolo Campigli

Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi UOc Sviluppo e Gestione Tecnologie Innovative



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Gli attuali e giustificatissimi allarmi sulla cosiddetta “sovranità digitale” non sono cosa nuova. I rischi di affidarsi completamente ad una sola risorsa sono ben noti, soprattutto agli Irlandesi.

La lezione irlandese sulla dipendenza da una sola risorsa

Il 1845 non fu un anno da ricordare per l’Irlanda. O meglio lo fu, ma non nel senso in cui di solito si ricordano gli anniversari. È di quell’anno infatti l’inizio della grande carestia nell’isola, che causò oltre un milione di morti (su circa tre milioni di irlandesi dell’epoca) e che costrinse quasi altrettanti isolani ad imbarcarsi verso l’America o verso l’Inghilterra.

Riepilogando i fatti: nel Settecento l’Irlanda non era indipendente, ma faceva parte del Regno Unito. La sua economia era fragile, e da un punto di vista alimentare si reggeva principalmente sulla coltivazione delle patate e sul latte. Era quindi fondamentale scegliere una varietà di patata robusta e che potesse crescere in terreni non sempre fertili e talvolta estremamente umidi. La specie di patata Lumper rispondeva a questi requisiti e diventò in breve la principale risorsa alimentare dell’isola, anche perché si poteva riprodurre per talea e non soltanto attraverso semi. Questa sostanziale monocoltura, se da un certo punto di vista rappresentò un indubbio punto di forza dell’economia irlandese, presentava una debolezza intrinseca che fu trascurata: era un single point of failure, un punto di vulnerabilità in grado di mettere in crisi tutto il sistema. E il “malware” dell’epoca si presentò sotto forma di malattia della patata (un’epidemia di peronospora, parassita a cui la Lumper era molto sensibile) che distrusse, o quasi, il raccolto per tre anni consecutivi.

Sovranità digitale e sistemi operativi client

Vi starete sicuramente chiedendo che cosa c’entra la patata con la sovranità digitale.

Rispondo con qualche numero: nel 2026 in Europa i sistemi operativi client sono Microsoft Windows o Apple MacOS al 90%, con un restante 10% suddiviso fra l’open source Linux e “Altro”.

In altre parole, nella migliore delle ipotesi in Europa oltre quattro PC su cinque potrebbero essere messi fuori combattimento non dalla peronospora ma da una volontà malevola delle autorità USA.

È fantainformatica? Non più di tanto. La recente uscita repentina dal mercato di Claude Fable 5 di Anthropic e soprattutto le continue fantasiose interpretazioni della politica internazionale introdotte dal Presidente Donald Trump dovrebbero metterci in guardia.

Il precedente di Internet Explorer e delle chiavi SSL

E poi, ahimè, è già successo qualche anno fa. Forse non ce ne siamo accorti all’epoca, ma nel 1996 gli USA “tarparono” volutamente le misure di sicurezza di Internet Explorer, che stava per divenire l’internet browser più utilizzato al mondo, limitando a 40 bit la lunghezza delle chiavi SSL per la crittografia, altrimenti a 128 bit. Ovviamente questa misura valeva solo fuori dagli States, e fortunatamente fu revocata dopo poco più di un anno. Ma questo dimostra che “si può fare”. Si possono cioè limitare o bloccare a piacere le funzionalità di un software concesso ad altri in licenza d’uso. Come si dice in questi casi, “il problema non è tecnico”.

Microsoft, Apple e la non-scelta della PA

Ma il dominio di Microsoft ed Apple nel campo dei sistemi operativi client (e di tanto altro) è stato un fenomeno inevitabile? Mah, insomma. Si è trattato più che altro di una scelta di comodità, di una non-scelta, di una resistibile ascesa. Accompagnata, soprattutto per quanto riguarda Microsoft, da una campagna di marketing ottimamente organizzata, anche nei confronti della Pubblica Amministrazione.

Proprio su questo aspetto vorrei ricordare alcuni particolari relativi agli ultimi due decenni.

Per le PA la principale fonte di approvvigionamento di beni e servizi ICT è il MePA (Mercato elettronico della Pubblica Amministrazione) fin dal 2002.

Le prime offerte su MePA per PC da ufficio prevedevano di solito due opzioni per gli Enti acquirenti: computer senza sistema operativo (o con Linux, e su questo tornerò fra poco) oppure con Windows preinstallato (versione 2000 o XP). I prezzi delle due opzioni erano sostanzialmente gli stessi.

Quale sarà stata secondo voi l’opzione scelta dai funzionari, me compreso?

Ovviamente quella Microsoft.

Dal MePA alle licenze annuali

E a Windows si aggiunse poco dopo l’offerta della suite Office, pochi euro per una licenza lifetime. In questo modo, nel giro di pochi anni, la PA migrò (o per meglio dire, rimase legata) ai prodotti Microsoft che progressivamente aumentarono di prezzo e passarono ad un licensing a canone annuale, molto meno vantaggioso della licenza a vita. Ma a questo punto il passaggio a software alternativi (tipo OpenOffice o LibreOffice per la suite, o Linux per il sistema operativo) si era fatto molto, molto più difficile.

Ha fatto scuola, in senso negativo, il caso del Comune di Monaco di Baviera che lanciò nel lontano 2003 un progetto di abbandono di Microsoft per migrare proprio verso Linux. Progetto dichiarato fallito nel 2017 con soltanto la metà dei 15.000 PC migrati al nuovo sistema. È ovvio che in quegli anni Microsoft non era stata a guardare, proponendo al Comune licenze quasi-gratis e addirittura spostando la propria sede dalla periferia al centro di Monaco come dimostrazione di “attenzione”. C’è comunque da dire che da qualche anno l’Amministrazione di Monaco si sta riavvicinando all’open source, vedremo con quali esiti.

Open source nella PA tra CAD e resistenze operative

E dire che nel 2005, con il Codice dell’Amministrazione Digitale, in Italia c’era stata una spinta verso l’open source ed il software a riuso, che doveva diventare la prima scelta per le amministrazioni che intendevano dotarsi di un gestionale.

Ricordo però a tale proposito un convegno organizzato da un Ente toscano, molto partecipato, sulla necessità di adottare formati dati aperti e software open source. Il giorno dopo vennero inviate le slide del convegno ai partecipanti: erano in formato Microsoft PowerPoint, fra le risa e gli sfottò dei vari colleghi presenti al seminario. Questo per dire che il distacco dai software proprietari non sarà una passeggiata, e richiederà un investimento non indifferente da parte delle Pubbliche Amministrazioni.

E già immagino la domanda: “E perché mai, se Linux è gratis?”. La risposta sta nel fatto che il sistema operativo, ovvero Windows, sta alla base di tutta la pila di software che girano su di esso, e influirà sul loro funzionamento, dai driver per le stampanti, a Office, ai gestionali che ancora non sono strutturati per il web, che sono tanti.

In quelle realtà dove adesso si rifiuta OpenOffice perché “la sfumatura di verde è diversa da quella di Word”, oppure “l’elenco puntato viene un millimetro a destra”, oppure ancora perché “Libre Office è brutto” capite che non sarà facile.

Sovranità digitale nella PA, il nodo dei PC utente

La questione della sovranità digitale viene spesso vista come limitata ai data center, alla loro gestione e soprattutto alle piattaforme che vi saranno ospitate. Credo però che rispetto alla migrazione dei PC utente la questione sia sicuramente più complessa da un punto di vista tecnico, ma molto meno da quello organizzativo. Se consideriamo infatti la popolazione attuale di oltre tre milioni di dipendenti pubblici, possiamo stimare che almeno la metà sia dotata di una postazione di lavoro. E ogni personal computer rappresenta una storia a sé, come la quotidiana assistenza agli utenti di grandi aziende insegna. Il progetto “Sovranità Digitale Italia” si presenta insomma come non privo di difficoltà e di rischi. Anche perché il “Sistema Paese” non si esaurisce certo nella Pubblica Amministrazione.

Ma l’Italia e l’Europa si sono ormai infilate in questo campo di patate, e dobbiamo cambiare varietà, prima che la peronospora distrugga il nostro ecosistema digitale.

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