longevità lavorativa

Vivere di più, lavorare più a lungo: cosa serve per restare in equilibrio



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L’aumento della speranza di vita e la pressione demografica spingono verso pensioni tardive. Restare al lavoro oltre i 60 anni richiede prevenzione, stili di vita sani, ritmi flessibili e supporto tecnologico. Benefici e rischi incidono su salute, carriere, opportunità giovanili

Pubblicato il 23 feb 2026

Michele Tronconi

Imprenditore tessile



tecnologie per gli anziani digital divide aree interne medicina della longevità

La longevità lavorativa sta diventando un tema strutturale: l’aumento della speranza di vita e le pressioni demografiche spingono a ripensare pensioni, salute e modelli di lavoro, soprattutto oltre i 60 anni.

Longevità lavorativa e pensioni: lo scenario che cambia

Rimanere attivi nonostante l’avanzare dell’età è una delle premesse per vivere più a lungo. Quasi a poter dire: se si lavora di più, si vive di più. Ovviamente, a certe condizioni, tecnologiche e organizzative, su cui vale la pena di soffermarsi dopo aver interrogato i limiti della longevità.

In una recente pubblicazione dell’OCSE (Pensions at a Glance 2025) si prevede che tra qualche decina di anni l’età di pensione, in Italia, potrà salire fino a 70 anni. Non è un calcolo arbitrario ma la mera applicazione delle norme attualmente in vigore.

Infatti, se cresce la speranza di vita, si allunga anche il periodo che si trascorre a riposo. Devono quindi aumentare gli anni che si passano al lavoro per accumulare contributi sufficienti per ottenere una pensione adeguata. In pratica: se si vive di più, occorre lavorare di più. Un altro motivo che porterà a un’applicazione sempre più rigorosa di questi criteri è di natura demografica, quindi di finanza pubblica. L’aumento del tasso di dipendenza, cioè del numero di pensionati rispetto a quelli che lavorano, rende difficile la ripartizione, ovvero il pagamento delle pensioni con i contributi che si incassano a parità di periodo.

Tanto più che stanno andando in quiescenza le affollate coorti dei boomers. Come evidenziato in tanti documenti del Ministero dell’Economia e delle Finanze ciò provocherà un’impennata della spesa pensionistica; per almeno un decennio, tra il 2035 e il 2045, viaggerà intorno al 17% del PIL, cioè circa due punti percentuali in più rispetto ad oggi. Tenendo fermi questi ragionamenti di tipo attuariale e finanziario ce ne sono altri due da analizzare meglio; uno riguarda la longevità, l’altro il lavoro dopo i 60 anni.

Perché viviamo più a lungo: sanità, prevenzione e rischi di regressione

È un fenomeno partito col miglioramento delle condizioni igieniche e lo sviluppo delle vaccinazioni di massa, grazie alle quali sono state debellate molte malattie infettive (tubercolosi, difterite, poliomielite). Le due cose insieme hanno permesso la progressiva riduzione della mortalità infantile.

Vanno poi aggiunti: la diffusione dell’istruzione, che ha favorito comportamenti più salubri, quindi l’arrivo degli antibiotici e le trasfusioni di sangue, necessarie in caso d’incidente, o d’intervento chirurgico. Arrivati alla fine degli anni Settanta del Secolo scorso c’è stato l’importante sviluppo del Sistema Sanitario Nazionale; non solo ha migliorato le cure, ma ha favorito gli screening ad ampio raggio per individuare precocemente certe malattie, sia oncologiche, sia cardiologiche. Da qui la successiva lotta contro il fumo, col divieto nei locali pubblici, e la diffusione dei farmaci antipertensivi.

Questi sono i motivi principali per cui si vive in media più a lungo. Per essere chiari, il percorso storico che abbiamo alle spalle è in buona parte reversibile. Per esempio, se saltasse il Sistema Sanitario Nazionale la speranza di vita alla nascita potrebbe fare passi in dietro, come è successo per qualche anno a causa del Covid-19. Se invece si continuasse a fare di più, per esempio sul fronte della prevenzione, la speranza di vita potrebbe continuare ad aumentare, o c’è un limite?

Limiti della vita umana: tra biologia, farmaci e demografia

La persona che ha vissuto di più, in modo documentato, è morta a 122 anni, nel 1997. Si chiamava Jeanne Calment, una francese residente ad Arles, cittadina del sud del Paese famosa perché van Gogh passò lì gli ultimi anni della sua vita, divenuta ancor più famosa proprio grazie a lei, la signora Calment. Tutti i più recenti libri sulla longevità, infatti, ne citano il caso, ricordando che passò tutta la sua esistenza in buona salute e che andò in bicicletta fino all’età di cent’anni.

Pur con questo riferimento comune, gli studiosi di biologia e medicina si dividono in due grandi gruppi: da una parte, quelli che sostengono l’esistenza di un limite naturale della vita umana, appunto intorno ai 120 anni, dall’altra, quelli che pensano che tale limite possa essere superato, anche di diverse decine d’anni. Per i primi l’invecchiamento è un processo fisiologico progressivo che riduce l’efficienza del nostro organismo, esponendoci a varie patologie, magari allo stesso tempo (comorbidità).

Per i secondi, invece, è l’invecchiamento stesso a essere una malattia. Per questo ricercano i rimedi farmacologici per bloccarne, o rallentarne, il progresso. Per esempio, si chiedono come intervenire sulla senescenza cellulare o, più nello specifico, come favorire la telomerasi, cioè l’enzima che ripristina la lunghezza dei telomeri (le estremità dei cromosomi) a ogni suddivisione cellulare. Non è una cosa semplice e, soprattutto, non è priva di rischi, perché questo enzima favorisce anche lo sviluppo delle cellule tumorali. Ecco perché chi cerca l’elisir di lunga vita, testando sostanze come la rapamicina, o la metformina, deve assicurarsi che non ci siano pericolosi effetti collaterali. Al di là dei test sulle cavie, per essere sicuri che certi farmaci ci permettano di vivere oltre 100 anni bisognerà forse aspettare altrettanti anni.

Nel frattempo, ci sono studi demografici recenti che dimostrerebbero come la crescita della speranza di vita alla nascita nelle società ad alto reddito stia già rallentando e sia vicino il suo culmine, stimato intorno a una media di 85 anni. Sempre che, appunto, non si scopra la medicina miracolosa, la si convalidi attraverso i necessari test di sicurezza e di efficacia, quindi, la si distribuisca a vasto raggio.

Genetica e longevità: eredità, fattori di rischio e digiuno

Il ruolo della genetica
Comunemente si pensa che vivere oltre la media possa dipendere da qualche gene che alcuni hanno e altri no. In realtà, studiando le popolazioni di centenari, non è stato ancora individuato con precisione il gene della longevità. Anche se, per inciso, l’idea di un gene per ogni carattere fenotipico è un po’ semplicistica. Ad ogni modo, gli studi più recenti confermerebbero l’esistenza di ereditarietà, sia nel vivere a lungo, sia nel suo opposto, senza spiegare totalmente i rispettivi esiti.

È probabile, altresì, che ad essere rilevante per una vita più lunga possa essere l’assenza di quei geni che rendono più probabile l’insorgenza di patologie gravi, anche quando si è relativamente giovani. Si potrebbe quasi dire, perciò, che per vivere più a lungo non conti quello che si ha, ma quello che non si ha.

Una considerazione che fa il paio con quanto si è scoperto sul ruolo del digiuno, ovvero del cibarsi di meno di quanto si provi il bisogno. Favorirebbe, infatti, l’autofagia (dal greco, mangiare sé stessi), grazie a cui aumenta il ricambio cellulare, eliminando le strutture invecchiate, o le proteine difettose. Il digiuno, sia quando è forzato, sia quando è scelto, ci fa intuire che per spiegare la longevità si debba andare oltre al corredo genetico.

Epigenetica e stili di vita: il ruolo dell’ambiente sul genoma

Più epigenetica
Che cosa svolge un ruolo più importante del genoma? Ciò che lo fa esprimere, o lo mette a tacere, pezzo per pezzo. È l’epigenetica che, letteralmente, significa sopra ai geni. A metà del Secolo scorso, infatti, lo studio dei gemelli identici ha fatto capire che il DNA non determina il nostro destino, visto che pur avendolo uguale si possono avere percorsi di vita molto diversi. I geni sono come le note di uno spartito, possono essere lette e tradotte in suono, oppure lasciate silenti.

L’epigenetica studia appunto il processo di attivazione e silenziamento dei geni in funzione delle pressioni ambientali e di come l’organismo umano reagisce ad essi, a volte in modo deliberato. Da qui l’importanza degli stili di vita.

Un’osservazione tanto banale, quanto vera: essere sedentari e magari obesi, a causa di una dieta errata, riduce le nostre probabilità di vivere a lungo, ma anche la qualità della vita. Lo stesso dicasi se fumiamo oppure no, se assumiamo droghe, o no, se eccediamo nelle bevande alcoliche, o in quelle zuccherate. Poi c’è lo stress cronico che spinge le nostre ghiandole surrenali a secernere cortisolo in eccesso, al punto di accelerare l’invecchiamento. In senso opposto, oltre all’esercizio fisico, c’è il condurre una vita di relazione intensa e gratificante.

Dopo i 60 anni: qualità della vita, lavoro e sostenibilità

I nostri comportamenti giocano un ruolo fondamentale, non solo sulla quantità di vita, ma anche e soprattutto sulla sua qualità. Questa distinzione è importante perché la maggiore longevità di cui godiamo oggi, se non sostenuta dai corretti stili di vita, può tradursi in un mero allungamento della vecchiaia con i suoi acciacchi.

Tant’è vero che l’ISTAT misura sia la speranza di vita alla nascita, che oggi è pari a 84,1 anni (86,1 per le donne e 82,1 per gli uomini), sia la speranza di vita in buona salute, ovvero senza limitazioni funzionali, o la necessità di assumere farmaci. In quest’ultimo caso il valore medio scende molto al di sotto del primo perché, superati i 58-60 anni, una grande fetta della popolazione italiana inizia a soffrire di almeno una patologia cronica, come l’ipertensione, o l’artrosi. Questa distonia ci fa capire quanto si debba fare ancora in termini di prevenzione e di promozione dei corretti stili di vita. In questo ambito il tema del lavoro è ambiguo perché prolungare gli anni al lavoro ben oltre i 60 anni comporta molti benefici relazionali e di mantenimento del grado di autonomia, ma anche qualche problema nel caso delle patologie croniche sopra ricordate.

Soprattutto in questi casi
il lavoratore, in qualsivoglia campo, potrebbe fare fatica a rispettare i soliti ritmi. È quindi il caso di pensare a soluzioni organizzative e tecnologiche. Verrà il dubbio, però, che quanto appena sostenuto, ovvero che lavorare a lungo possa far più bene che male, vacilli di fronte alla prova dei fatti. Potremmo farci, allora, questa domanda: se non si fosse costretti a continuare a lavorare per motivi previdenziali, lo faremmo lo stesso? Una risposta positiva viene dal numero crescente di persone che vanno in pensione e poi si rimettono al lavoro.

L’INPS ha ripetutamente rilevato che a un anno dal collocamento a riposo circa un pensionato su dieci è tornato attivo, con punte più elevate negli ambiti di maggior autonomia: parasubordinati, artigiani, commercianti. Chi riprende a lavorare, spesso, lo fa con convinzione e con una serenità maggiore rispetto al passato, provando il piacere di sentirsi ancora attivo e di poter governare le lancette dell’orologio biologico. Senza contare il beneficio di maggiori entrate, pur dovendo pagare maggiori imposte. Se potessimo stimolare e organizzare ancora meglio questo lavoro longevo otterremmo benefici per tutti, o quasi.

Soluzioni organizzative: part time, contributi e incentivi

Ognuno deve fare i conti con l’orologio biologico che si ritrova, un po’ a causa delle vicissitudini attraversate, un po’ a causa delle proprie scelte. Va da sé che ci siano ultrasessantenni con qualche acciacco in più e altri meno, o addirittura niente. Questo non significa, necessariamente, che alcuni possano continuare a lavorare imperterriti, mentre altri debbano ricorrere alla pensione anticipata.

Se il lavoratore anziano ed esperto può essere prezioso per l’attività di mentoring potrebbe comunque risultare opportuno un ridimensionamento dei ritmi operativi, facilitando il ricorso al part time. Per esempio, passando dalle 40 alle 32 ore settimanali per consentire maggiori tempi di recupero che, col passare degli anni, tendono solitamente ad allungarsi, come si rileva anche nell’attività sportiva. Scontando, per altro, i problemi di insonnia. Tutti dormiamo un po’ meno, invecchiando. Il punto è assai rilevante dal punto di vista fisiologico perché il sonno è la principale fase manutentiva del nostro corpo e, soprattutto, del nostro cervello.

Per esempio, per l’attività di consolidamento dei ricordi. Tornando al part time, in caso di sua adozione dovrebbe diventare sistematicamente possibile smettere di pagare la quota di contributi a carico dipendente (9,19% dello stipendio lordo) per beneficiare di un maggior netto in busta paga, così da compensare l’effetto economico delle minori ore lavorate. Si tratterebbe di una rivisitazione del c.d. bonus Maroni, confermato per il 2026 solo in termini premiali, ovvero per chi rinuncia alla pensione anticipata, vale a dire la vecchia pensione di anzianità contributiva.

Memoria e competenze: perché l’esperienza conta in azienda

Sempre pensando agli ultrasessantenni che potrebbero fare più fatica, basterà lavorare meno per ottenere e dare benefici all’organizzazione in cui si è occupati? Non ci sarà anche il problema della memoria che inizia a barcollare?

Torniamo, per un attimo, alle considerazioni biologiche svolte all’inizio, sulla base della letteratura corrente. Le cellule del nostro corpo si rinnovano periodicamente con cicli che dipendono dal tipo di tessuto e quindi dell’organo di cui fanno parte. Sembrerebbe che solo i neuroni della corteccia cerebrale sfuggano alla rigenerazione la quale, si è scoperto, caratterizza invece il giro dentato dell’ippocampo (neurogenesi).

Probabilmente il mancato rinnovo della corteccia cerebrale, dove vengono consolidati i ricordi, serve per non perdere la continuità del sé (memoria autobiografica), mentre la vivacità dell’ippocampo ha a che fare con i ricordi nuovi e la plasticità cerebrale. Col tempo l’efficienza complessiva del cervello tende comunque a diminuire; iniziamo a far più fatica a consolidare nuovi ricordi e ciò compromette le nostre capacità di apprendimento.

Diminuisce anche quella che oggi viene chiamata memoria di lavoro, quella che ci permette di trattare più informazioni contemporaneamente. Esiste, ovviamente, una notevole varietà individuale. Anche in questo caso, tuttavia, molto dipende dallo stile di vita e, soprattutto, dal contesto relazionale in cui si è inseriti.

A partire dall’ambiente di lavoro; qualora valorizzi l’esperienza di chi ha passato i 60 anni otterrà due benefici allo stesso tempo; uno per il lavoratore, l’altro per l’organizzazione in cui opera. Nel primo caso, infatti, la sollecitazione a una partecipazione attiva, in ambito lavorativo, stimola il cervello e la neuroplasticità, rallentandone il decadimento funzionale.

Anche per questo organo, infatti, come per tutti gli altri, vale il principio: if you don’t use it, you lose it, al punto che restare in attività a lungo sembra essere uno dei migliori antidoti contro l’insorgenza precoce di varie forme di demenza. Meno chiaro, forse, è il perché il lavoratore anziano possa essere importante per l’organizzazione di cui fa parte.

Certo, c’è la possibilità di mentoring a favore di colleghi più giovani, ma non è tutto. Le persone che restano attive mantengono la capacità di riconoscere le configurazioni; un’operazione che collega la percezione, l’estrazione di caratteristiche salienti e il confronto con i dati depositati nella memoria a lungo termine, ovvero nella corteccia celebrale. Coincide col motivo per cui le definiamo esperte: da una parte sanno riprodurre schemi comportamentali, o concettuali, collaudati da successo, dall’altro sanno riconoscere i pericoli anche in situazioni di informazione incompleta. Una buona organizzazione si basa sul mix dei suoi componenti; i giovani sono fonte di innovazione, gli anziani, invece, possono riconoscere i rischi da evitare e concorrere al processo decisionale.

Soluzioni tecnologiche: esoscheletri e AI a supporto del lavoro

La tecnologia è un giano bifronte: può risparmiarci la fatica, offrirci nuove possibilità, o toglierci del tutto il lavoro, rendendoci inutili perché obsoleti. Tre evenienze evocate di continuo nel dibattito in corso sull’AI. Evito, qui, di occuparmi di quest’ultima per guardare al bicchiere mezzo pieno, agli aspetti positivi.

La tecnologia, infatti, potrà aiutarci a lavorare ben oltre i sessant’anni compensando i nostri eventuali deficit funzionali. Sul fronte muscoloscheletrico, dove potrebbe intervenire una diminuzione del vigore, sono destinati a diffondersi gli esoscheletri ergonomici, del peso anche inferiore ai 2 kg. Aiuteranno nel proseguimento di attività lavorative in cui è necessaria una certa fisicità.

Poi ci sarà l’AI come compensazione e potenziamento delle attività di concetto. Sulla base di come funziona oggi, le conoscenze di chi la interroga sono fondamentali per orientarla, per proseguire con gli approfondimenti ponendo le domande giuste, quindi per individuare le allucinazioni, le inesattezze, o i bias congeniti. L’esperienza e le competenze acquisite col tempo saranno importanti anche qualora gli LLM verranno integrati (o soppiantati?) dagli SLM, operanti in compiti verticali (es. campo medico, o legale), dove è necessaria una conoscenza specialistica da parte dell’utente. In ogni caso, aiutano e aiuteranno anche a colmare buchi di memoria e recuperare conoscenze che sembravano dimenticate.

I nodi aperti: carriere, salari e rischi per i giovani

Sembra, quindi, che un mercato del lavoro sempre più popolato da ingrigiti ultrasessantenni possa essere una cosa positiva, innovazione tecnologica e organizzativa permettendo. Saranno le piccole e le medie imprese, se continua la tendenza demografica in atto, ad essere ben contente di mantenere nell’organico i collaboratori più esperti.

Le eccezioni le vedremo soprattutto nelle grandi organizzazioni, come le grandi banche dove, da diverso tempo ormai, si tende ad anticipare fino a un massimo di 7 anni l’esodo del personale anziano, continuando a pagare un valore concordato (isopensione) e i contributi all’INPS.

La motivazione è prettamente organizzativa: eliminare figure ridondanti (spesso dopo una fusione), o quelle che potrebbero resistere al cambiamento (nel caso di cambi delle procedure informatiche). In alcuni casi le ragioni sono economiche, intervenendo su personale apicale come i capo figliale o i loro vice, perché negli anni successivi si risparmiano le mensilità contrattuali ulteriori alla 13°.

Qui si è osservato un beneficio importante; queste uscite anticipate hanno permesso al personale più giovane di fare carriera. È questo il vero rischio del prolungamento dell’età lavorativa; non di fare da tappo all’ingresso dei più giovani, bensì agli avanzamenti di carriera coi rispettivi aumenti retributivi.

Se pensiamo che uno dei problemi su cui oggi si discute di più è proprio la ridotta crescita delle retribuzioni medie qui si vede una delle possibili cause. Purtroppo, le cattive notizie per i più giovani non sono finite, quasi a dover constatare che le maggiori possibilità per i padri vadano compensate da minori possibilità per i figli. Il paradosso è che uno dei motivi sta nell’avanzamento tecnologico cui ho accennato sopra, frutto del lavoro di menti giovani e innovative. Come ha osservato la direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, in una delle sedute conclusive del meeting di Davos, i maggior rischi occupazionali prodotti dalla diffusione dell’intelligenza artificiale saranno a carico degli entry level jobs: “per i giovani sarà molto difficile trovare un buon posto”.

Tra epilogo e preludio: una sintesi realista sulla longevità lavorativa

Possiamo tirare le fila con un moderato ottimismo, temperato da un sano realismo. Ci sono scadenze fisiologiche differibili, ma non di molto, se non attraverso artifici farmacologici non sempre alla portata di tutti. Col termine della fase riproduttiva, dopo i 50 anni, nella donna come nell’uomo, sono molti i cambiamenti ormonali e metabolici che iniziano a guadagnare terreno influendo sul vigore (sarcopenia) e sull’aspetto (canizie), sulla nostra neurologia (la memoria) e sul nostro apparto sensoriale (la vista e l’udito). Dovremmo essere contenti, oggi, di poter gestire meglio tali cambiamenti col ricorso alla prevenzione e un corretto stile di vita, su cui, però, c’è ancora molto da fare. Un maggiore impegno in tal senso ci farà guadagnare in qualità della vita, più che in quantità della stessa.

Potrebbe essere vero, infatti, che sul fronte della speranza di vita alla nascita non ci saranno grandi progressi. Al contempo, il prolungamento dell’attività lavorativa potrebbe essere espressione di una piena autonomia e non di fatica, facendo da antidoto alla solitudine e all’insorgenza precoce di varie forme di demenza. Ovviamente, anche grazie a adeguate soluzioni organizzative e tecnologiche, al punto di poter asserire il contrario delle premesse da cui siamo partiti: se si lavora di più, si vive di più e meglio.

Data e riferimenti

26/01/2026

Per saperne di più:

Garattini S., Prevenzione è rivoluzione, Per vivere meglio e più a lungo, Il Mulino, Bologna, 2023.

Olshansky J.S. and others, Implausibility of radical life extension in humans in twenty-first century, Nature Aging, Vol. 4, November 2024.

Ramakrishnan V., Perché moriamo, La nuova scienza dell’invecchiamento e la ricerca dell’immortalità, Adelphi, Milano, 2025.

Scott A.J. e Gratton L., La nuova longevità, Un modello per prosperare in un mondo che cambia, Franco Angeli, Milano, 2021.

Tronconi M., Demografia e destino, Possiamo tornare a crescere? Guerini e Associati, Milano, 2025.

Tronconi M., Una demografia pro-positiva, VareseFocus, 13 novembre 2025, https://www.varesefocus.it/una-demografia-pro-positiva/

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