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Digital Omnibus e AI: la scommessa dell’UE per il rilancio economico



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Il compromesso UE sul Digital Omnibus rinvia le scadenze più delicate dell’AI Act, punta sugli standard tecnici e rafforza l’AI Office. Sullo sfondo restano il divario con USA e Cina, la corsa a data center e gigafactory e la candidatura italiana

Pubblicato il 15 mag 2026

Stefano da Empoli

presidente Istituto per la Competitività (I-Com) e co-founder Techno Polis



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Nel discorso di Mario Draghi ad Aquisgrana di ieri, dove ha ricevuto il prestigioso premio Carlo Magno alla presenza delle principali istituzioni europee, molti passaggi sono stati dedicati all’intelligenza artificiale. Che “non è semplicemente un altro strumento digitale da adottare. Richiede una mobilitazione industriale su una scala che non si vede da generazioni”.

Per quanto Draghi non lo citi (ma alla regolamentazione dell’IA aveva dedicato punti molto significativi nel suo rapporto sulla competitività), il compromesso raggiunto tra le istituzioni europee relativamente al Digital Omnibus che semplifica, chiarisce e ritarda l’applicazione di alcuni aspetti cruciali dell’AI Act è un passaggio per nulla scontato del lungo e travagliato percorso di un provvedimento legislativo inizialmente proposto dalla Commissione nel febbraio del 2021.

In un’era totalmente diversa dell’intelligenza artificiale sia rispetto al progresso tecnologico che soprattutto alla miriade di applicazioni nella vita di tutti i giorni di cittadini e imprese.

Il Digital Omnibus AI Act in Europa e i rischi emersi dal 2021

Tant’è che uno dei temi sui quali più si è dibattuto nelle ore che hanno preceduto l’accordo raggiunto lo scorso 6 maggio e ancora soggetto al via libera finale di Consiglio e Parlamento UE è la proibizione di materiali intimi non consensuali creati e diffusi grazie all’IA, tra i quali quelli prodotti da app che consentono di spogliare qualunque malcapitato (o più spesso malcapitata).

Una pratica sostanzialmente sconosciuta nel 2021 e oggi purtroppo dilagante. A testimonianza che dispositivi giuridici molto dettagliati ma piuttosto rigidi come l’AI Act hanno un difetto di base ineliminabile che andrà gestito con massima cura e attenzione.

Nel frattempo, però, ci si può senz’altro rallegrare per la velocità con la quale questo compromesso sia stato raggiunto. Poco più di cinque mesi nei tanti e labirintici corridoi del potere bruxellese (e delle molte capitali che hanno voce in capitolo) sono un intervallo brevissimo, quasi record. E se la rapidità in sé non è sempre una virtù in questo caso disinnesca la bomba che sarebbe esplosa il prossimo 2 agosto, data nella quale molte delle scadenze più rilevanti dell’AI Act sarebbero dovute entrare in vigore.

Digital Omnibus e AI Act, perché il rinvio pesa di più

Lo spostamento in particolare di quelle riguardanti le applicazioni ad alto rischio, ovviamente quelle più cruciali dal punto di vista dell’impianto regolamentare adottato, consentono alle imprese di avere maggiore tempo per prepararsi ma soprattutto di poterlo fare sulla base di standard tecnici che al momento non sono ancora disponibili.

Questo spiega anche perché il rinvio non sia piccolo (un anno e mezzo per gran parte dei casi, addirittura due anni per i sistemi integrati in prodotti come ascensori e giochi), volendosi evitare di dover riaprire il file, rinviando di nuovo le scadenze di fronte a ritardi ulteriori nella definizione degli standard.

Gli standard tecnici che ancora mancano

Da un punto di vista delle ricadute economiche (ma anche geopolitiche), quello della standardizzazione è un passaggio fondamentale per almeno due ordini di motivi.

In primo luogo, riduce enormemente incertezza e costi di compliance in catene del valore molto articolate e spesso opache, a beneficio soprattutto dei player che meno sono in grado di acquisire informazioni rispetto alle controparti.

In secondo luogo, attraverso la determinazione degli standard e il lavoro negli opportuni consessi internazionali l’Unione europea può influenzare il processo a livello globale e con esso gli interessi delle proprie imprese. Un Brussels effect di cui spesso ci è capitato di disquisire l’effettiva rilevanza nel mondo di oggi anche perché poggiato su premesse sbagliate o sopravvalutate ma che certamente nella definizione degli standards trova un’applicazione concreta.

Non è un caso che l’ascesa tecnologica della Cina in questo come in altri filoni tecnologici sia andata di pari passo con l’aumentata influenza nelle stanze ovattate dove vengono prese questo tipo di decisioni. Per questo, avendo imparato le lezioni passate, la Commissione europea ha incaricato il CEN e il CENELEC, i due organismi di standardizzazione UE, a sviluppare standard nelle seguenti dieci aree: gestione del rischio, governance e qualità dei dataset, record keeping, trasparenza, supervisione umana, accuratezza, robustezza, cybersecurity, gestione della qualità e valutazione di conformità.

Chiunque conosca il testo dell’AI Act e il dibattito di questi anni in Europa ma anche altrove sa quanto sono rilevanti questi aspetti per una corretta compliance tecnica e regolamentare in materia di IA ma al tempo stesso quanto sia complesso, anche a causa di una continua evoluzione tecnologica, arrivare a standard univoci. Senza i quali tuttavia mancherebbero i presupposti per poter attuare con certezza le norme contenute nell’AI Act. Un classico loop rispetto al quale hanno fatto bene le istituzioni europee a pigiare il pedale del freno.

AI Act e competitività UE, il nodo di coordinamento e governance

Ci sono anche altri profili apprezzabili del testo come quelli che puntano a un maggiore coordinamento tra le norme dell’AI Act e altri provvedimenti, in particolare di regolazione settoriale, al fine di evitare duplicazioni e sovrapposizioni con rischi concreti di generare più complessità e incertezza.

Un punto che è stato molto discusso è il rafforzamento dei poteri dell’AI Office. Anche se proprio la governance e la mancanza di un quadro uniforme a livello UE, al di fuori di previsioni poco più che minimalistiche, erano forse tra i principali punti deboli dell’impianto originario dell’AI Act. Il compromesso raggiunto appare un buon equilibrio tra efficienza e sussidiarietà. Prevedendo giustamente più risorse, in particolare specializzate, per l’AI Office e anche un’estensione dei poteri di supervisione.

Sandbox e scala europea

Tra questi, di particolare interesse per lo sviluppo di un’AI europea sono quelli su una sandbox regolamentare UE, che si affianca a quelle nazionali o tra diverse Stati membri, già previste dall’AI Act. Uno dei principali scopi delle sandbox è infatti quello di accelerare la scalabilità di una nuova soluzione di IA sperimentandola in un ambiente sicuro e potendola poi lanciare commercialmente. Quanto più questo può avvenire su scala europea tanto più può preludere a creare campioni europei (e al contempo prodotti disponibili potenzialmente per tutti i cittadini UE).

A causa di queste revisioni e del ritardo con il quale gli Stati membri si stanno dotando di autorità nazionali la partenza delle sandbox regolamentari è purtroppo ritardata ulteriormente. In questo senso, sarà importante assicurare meccanismi che spingano gli Stati membri a dedicare sforzi e risorse adeguate a promuoverle, possibilmente in un quadro coordinato.

AI Act e competitività europea, il divario con USA e Cina

Come abbiamo già scritto in diverse occasioni, non si può tuttavia immaginare che l’AI Act, anche riveduto e semplificato, possa essere lo strumento principale per aumentare la competitività europea nella corsa all’intelligenza artificiale. Se l’Europa vuole giocare delle carte in più deve soprattutto mettere più risorse sul tavolo, in parte pubbliche e, si spera, soprattutto private. Dato anche il gap attuale con USA e Cina.

Oggi gli investimenti principali si stanno concentrando soprattutto sulle infrastrutture ed è proprio lì che il divario tra le due sponde dell’Atlantico appare più ingente. Come ha ricordato Mario Draghi nel suo discorso ad Aquisgrana in occasione della consegna del premio Carlomagno, gli Stati Uniti sono su una traiettoria di spesa di cinque volte superiore in data center di qui al 2030. D’altronde, solo nel 2026, secondo le ultime stime, Google dovrebbe spendere in capacità computazionale 175 miliardi di dollari, Meta 135 miliardi, la ex startup OpenAI ben 50 miliardi. Cifre enormi che nessun player europeo al momento è in grado non solo di investire da solo ma neppure di avvicinare.

Per questo, le iniziative portate avanti dalla Commissione europea di concerto con gli Stati membri, dapprima con le 19 AI factory lanciate nel 2025 (tra le quali IT4LIA, Italian AI Factory, coordinata dal Cineca) e in un prossimo futuro con le 4 o 5 gigafactory, per le quali è stata costituita una facility finanziaria, InvestAI, di 20 miliardi di euro, andrebbero salutate con favore. Specie tenuto conto delle note ristrettezze del budget UE (alle quali si sommano quelle dei bilanci pubblici di molti Paesi gravati da un pesante indebitamento, tra i quali l’Italia).

Come ha riportato nelle scorse settimane Politico, invece, molti temono che queste spese possano tradursi in cattedrali nel deserto, a fronte di una domanda non ancora matura. Sono discorsi che chi conosce il dibattito sulla banda ultralarga ma, pensando ad altri settori, ad esempio sulle reti ferroviarie ad alta velocità ha ben presente. E non c’è dubbio che in questi investimenti c’è anche una scommessa sul futuro. Che parte dal presupposto che oggi in Europa solo un’impresa su cinque usa almeno una tecnologia di IA (e anche tra queste l’utilizzo è spesso affidato prevalentemente a progetti pilota e ha ancora importanti margini per scalare di molto).

Competitività europea e AI, perché le gigafactory non partono da zero

Peraltro, ci sono almeno tre buone ragioni per ritenere l’investimento della Commissione europea ben fondato (almeno in linea generale).

In primo luogo, la Commissione europea ha già testato, attraverso una call informale tenutasi nel primo semestre del 2025, il mercato potenziale per le gigafactory. Sono arrivate ben 76 manifestazioni di interesse, candidature potenziali che naturalmente vanno perfezionate ma che dimostrano un’attenzione decisamente più alto di quanto era stato immaginato da parte dell’ecosistema dell’innovazione legato all’IA.

Ovviamente chi si candida a costruire una gigafactory non è detto che lo faccia sulla base di una domanda già accertata ma potrebbe volersi prenotare un posto al sole in attesa che questa si manifesti prima o poi. Tuttavia, il meccanismo seguito dalla Commissione disincentiva progetti speculativi, chiedendo un co-finanziamento elevato, superiore al 50%, che potrà venire dallo Stato membro e/o dai componenti dei consorzi.

Infine, è vero che il tema della location, evocato da chi teme possibili cattedrali nel deserto, è rilevante ma è anche vero che sempre di più ci si sta muovendo verso una prospettiva distribuita con un’offerta computazionale e di servizi collegati che andrà molto al di là di una singola città o area metropolitana per quanto grande ed economicamente rilevante.

Italia, gigafactory e ritardo europeo sull’intelligenza artificiale

In tutto questo, l’Italia si è candidata ad ospitare una delle gigafactory, come ha dichiarato pochi giorni fa il Ministro Urso, facendo leva su importanti partner industriali. Una scelta del tutto condivisibile, anche qui almeno in linea generale.

Si può infatti discutere, e spesso lo facciamo anche noi, sul fatto che l’Italia sia indietro in fatto di IA rispetto ai paesi più avanzati ma se concepiamo la partecipazione ai progetti europei come fotografia del presente o del passato e non come aspirazione a fare meglio è chiaro che non saremo mai in grado di sfruttare simili occasioni per recuperare il gap nei confronti di chi è davanti.

D’altronde, dato il numero di candidature che arriveranno (il bando doveva uscire entro la fine del 2025 ma ha subito un forte ritardo e dovrebbe essere pubblicato entro la metà del 2026) la procedura sarà certamente selettiva e qualora il progetto italiano non sarà ben strutturato, secondo un razionale sufficientemente robusto, sarà difficile che passi il vaglio degli esperti chiamati a giudicarlo. Purtroppo, questo è il motivo per il quale l’Italia, ad esempio nei progetti Horizon, è ben dietro Paesi più piccoli come Spagna e Olanda per tasso di successo.

Avere l’intenzione di proporre un progetto competitivo con quello di altri Paesi, possibilmente più competitivo, è non solo legittimo ma il minimo che ci si possa aspettare. Che poi si vinca è altra questione.

Certamente, il costo dell’energia pesa sfavorevolmente ma non è l’unico fattore che conta e si spera che a tendere il gap di prezzo possa scendere rispetto ai livelli attuali (anche grazie a una maggiore integrazione dei mercati UE). Quanto alla capacità di generazione e delle reti elettriche, è vero che nello scenario di maggiore sviluppo il fabbisogno dei data center potrebbe crescere di quasi sette volte rispetto al 2024 entro il 2035 (dall’1,9% al 12,7%).

Ma occorre anche dire che la domanda di elettrificazione del Paese sta segnando il passo, nonostante gli obiettivi europei e gli ingenti investimenti. Piuttosto la questione principale sembra essere quella della distribuzione geografica, a fronte di una concentrazione elevata dei progetti attuali in una regione (la Lombardia) e soprattutto in una provincia (Milano) con fonti rinnovabili prevalentemente dislocate nel Sud Italia.

Dunque, nel caso di gigafactory italiana avrebbe senso pensare a una localizzazione che non aggravi il problema geografico. E al tempo stesso, come pronunciato da Draghi in terra di Germania, permetta all’Europa e con essa all’Italia di porre mano a una delle tre attuali vulnerabilità principali, quella del ritardo tecnologico, in particolare nell’IA.

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