l'allarme

Industria 4.0, le aziende sono stanche: “Governo, è tempo di una strategia”

La crisi già minaccia gli investimenti in innovazione industriale, mentre il Governo si limita a piani estemporanei. Le imprese vanno indirizzate attraverso una strategia Paese, che significa ok ad iper e super ammortamento, ma non basta. Serve favorire e incentivare i processi produttivi, formazione, consulenza

18 Giu 2020
Gianni Potti

presidente CNCT - Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici


Di fronte alla crisi che – dati recenti del politecnico di Milano alla mano – sta già riducendo le capacità di investimento delle aziende in innovazione, è ora di dire al Governo che serve una svolta.

Basta provvedimenti mordi e fuggi

Non vogliamo solo voucher o provvedimenti mordi e fuggi, i veri imprenditori vogliono, anzi pretendono da un Governo una precisa strategia, un progetto per il futuro dell’Italia, in tantissimi ambiti strategici, ed ancor più sui temi del digitale, dalle infrastrutture di banda ultralarga e 5G, fino alla digital transformation e Industria 4.0.

Basta giochetti! In questi giorni ho visto che il Primo Ministro chiamava il piano Industria 4.0 plus/Industria 5.0, con un piano Transizione 4.0…Ridicolo.

A noi questo nominalismo non interessa, vorremmo sapere, oltre al già visto, che altro c’è nel futuro del Paese. Quindi, caro premier Conte, caro ministro Patuanelli, dateci un segnale.

Abbiamo tutte le migliori intenzioni, stiamo investendo di tasca nostra nelle nostre imprese, ma basta con la mediocre comunicazione, vogliamo dal governo provvedimenti utili alle imprese, che significa salvaguardare posti di lavoro e provare a tornare competitivi.

New normal è digitale

La tragedia sanitaria che abbiamo vissuto nei mesi scorsi ha costretto molti di noi a fare i conti con un isolamento sociale affrontabile solamente attraverso i contatti digitali. Lo smartworking, le videoconferenze, le chat private tra amici sono diventate una necessità quotidiana con effetti importanti sulle reti informatiche e sul futuro delle relazioni professionali e umane: tra marzo e maggio i principali operatori di rete hanno registrato un incremento dell’uso delle infrastrutture anche pari a tre volte rispetto a prima dell’emergenza e lo smartworking è diventato una modalità di lavoro pressoché universale sia negli uffici pubblici che nelle strutture amministrative private. Un fenomeno le cui conseguenze di medio breve termine non saranno secondarie: secondo Idc che proprio di digitale si occupa, entro il 2024, e cioè tra poco più di tre anni, il 30% delle grandi aziende mondiali avrà modificato la struttura stessa del lavoro affidandosi al virtuale, mentre secondo la Commissione Europea, entro il 2020 in UE il valore totale della produzione dell’industria X-Reality (quella che prevede la fusione tra reale e virtuale) dovrebbe raggiungere i 15-34 miliardi di euro e il numero di posti di lavoro diretti e indiretti affermarsi tra i 225mila e i 480mila.

Di fatto un’esplosione vera e propria che va compresa e agevolata anche sul nostro territorio, anche grazie all’impegno volontario e coraggioso di molti imprenditori. Tutto ciò per dire che il “new normal” (la cosiddetta nuova normalità) sarà quella appena descritta. Indietro non si torna!

La ricerca del Politecnico di Milano

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Ed è partendo da queste considerazioni che va allestito un piano del digitale applicato ad Industria 4.0. Pensate che l’Industria 4.0 italiana nel 2019, prima di Covid19  ha toccato quota 3,9 miliardi segnando una crescita del 22% rispetto all’anno precedente. Il dato ci viene proposto dalla ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano, secondo cui nel 2019 il 60% del mercato è stato dedicato a Industrial IoT, 16% Industrial Analytics, 9% Cloud Manufacturing.

La stessa ricerca però ci dice anche che le conseguenze dell’emergenza Covid19 si fanno sentire e parecchio, considerato che come previsioni 2020: un quarto delle imprese punta a posticipare metà degli investimenti e il fatturato rischia di registrare una contrazione nell’ordine almeno del 5-10%. Ma non finiscono qui le difficoltà per le imprese, perché causa l’incertezza il 26,5% delle imprese posporrà almeno metà degli investimenti.

Le imprese chiedono di rilanciare il Super e Iper ammortamento per i beni strumentali, maggiormente apprezzato rispetto al credito d’imposta per ricerca e sviluppo (17%), agli incentivi per beni immateriali (18%) o a quelli per assunzione e formazione (8% e 11%). Un terzo degli imprenditori quindi dice che vorrebbe di nuovo Super e Iper ammortamento.

Perché bisogna rilanciare sul digitale in azienda

Durante Covid19, ma anche adesso si è fatto moltissimo smart working, ma più in generale nell’emergenza sanitaria le tecnologie digitali sono diventate strumenti per reagire alle difficoltà e alla crisi. Osservando bene quanto è successo possiamo tranquillamente affermare che si sono confermate, durante Covid19, gli item di Industria 4.0, ancor più ora che si va verso la cosiddetta nuova normalità. Ad esempio le tecnologie IoT permettono di migliorare il distanziamento sociale nei luoghi di lavoro, localizzando e tracciando i percorsi, oppure utilizzando veicoli a guida autonoma nella logistica interna.  Telecamere sensibili tracciano spostamenti nelle città, fissate in qualche piazza o sui droni. Insomma gli esempi potrebbero essere infiniti e confermano che le tecnologie digitali permetteranno di potenziare le capacità di monitoraggio, controllo e presa di decisioni nei sistemi produttivi e logistici, come nei negozi o nei centri urbani.

Ma abbiamo anche capito che c’è un ma tra noi imprese, perché non sono tantissime quelle che hanno investito in questi anni con un progetto complessivo di 4.0. Hanno investito le grandi imprese, poco le medie, pochissimo le PMI che sono invece, specie al nord l’ossatura del sistema imprenditoriale. Lo studio infatti conferma che:

  • un quarto delle imprese porta avanti progetti sparsi, senza una roadmap, un programma strategico o un coordinamento;
  • il 42% persegue diversi progetti in modo coordinato, ma senza una roadmap o un programma strategico complessivo;
  • il 24% segue una roadmap generale.
  • Solo una percentuale limitata (circa il 10%) ha invece un programma globale che guida in modo strutturato l’identificazione e la gestione dei diversi progetti.

In conclusione

Un gap che pagheremo caro. Ecco perché queste imprese vanno indirizzate attraverso una strategia Paese, che significa ok ad iper e super ammortamento, ma non basta. Serve favorire e incentivare i processi produttivi, che vanno organizzati e re-ingenierizzati. Serve consulenza, serve formazione, serve in una parola dare valore aggiunto ai prodotti, magari in una logica moderna di prodotto/servizio. Infine va fatto urgente ordine, ancor più con l’arrivo in autunno dei DIHE (digital innovation hub europei), tra Competence Center (per me verticali, pochi, di alta innovazione e ricerca), Digital Innovation Hub e PID. Anche qui tra Stato, Regioni,. Università, Camere di Commercio è ora di fare ordine, troppi sprechi, troppe sovrapposizioni. Risultato: abbiamo otto anni di ritardo rispetto a Germania e nord Europa, poche imprese sono entrate davvero nel 4.0, men che meno la PA, e i soggetti deputati – come dicevo – sono spesso sovrapposti e in concorrenza tra loro.

Covid19 si sta rivelando un formidabile acceleratore di ogni cosa, tecnologia, processi sociali. Lo sarà anche per la evoluzione delle nostre imprese. Quindi o acceleriamo o saremo fuori da Imprese 4.0.

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