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Iperammortamento software industriale, quali investimenti rientrano e cosa cambia



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L’’iperammortamento per il software industriale nella legge di bilancio 2026 non è solo una misura fiscale: sancisce che il valore industriale passa dalle applicazioni che orchestrano processi, dati e decisioni operative

Pubblicato il 23 feb 2026



New Delhi Declaration on AI Impact (1);
iperammortamento software industriale

C’è un passaggio, nella legge di bilancio 2026, che segna una discontinuità culturale prima ancora che fiscale. La reintroduzione dell’iperammortamento dedicato al mondo del digitale, in sostituzione dell’attuale credito d’imposta 4.0 e 5.0, non è un semplice cambio di leva contabile.

È la presa d’atto che il valore industriale non risiede più soltanto nell’acciaio dei macchinari, ma nelle righe di codice che li governano. Finalmente il legislatore riconosce che il software industriale è infrastruttura produttiva. Non accessorio, non supporto, ma sistema nervoso dell’impresa.

Iperammortamento software industriale: perché cambia la logica

Per anni abbiamo raccontato Industria 4.0 come la stagione dei robot collaborativi, delle macchine interconnesse, dei sensori IoT. Tutto vero. Ma la vera integrazione, quella che crea efficienza, scalabilità e controllo dei dati, non nasce dalla meccanica. Nasce dall’architettura applicativa. Dall’ERP che dialoga in tempo reale con il MES in produzione, con il WMS e TMS in logistica, con l’ERP gestionale. Dalle piattaforme che orchestrano flussi, dagli algoritmi che ottimizzano la manutenzione predittiva, dalle applicazioni di intelligenza artificiale che trasformano dati grezzi in informazioni utili a prendere le decisioni operative giuste.

Dal ferro al codice: l’infrastruttura invisibile

Il nuovo iperammortamento fotografa questa realtà. Nel perimetro dell’agevolazione rientrano ERP integrati con sistemi MES, WMS e TMS, soluzioni di WFA per la gestione degli interventi tecnici, piattaforme di automazione dei flussi della supply chain, applicazioni di AI applicata ai processi. Ma il punto chiave non è la tipologia di software acquistato. È l’uso. L’agevolazione premia soluzioni interconnesse, integrate nei processi, parte attiva dell’operatività quotidiana. Non strumenti decorativi, ma infrastrutture digitali centrali.

Cosa conta davvero per l’agevolazione

La differenza è sostanziale. Negli anni passati si è assistito a una corsa all’incentivo: acquisti spesso guidati dalla finestra fiscale più che da una reale trasformazione organizzativa. Oggi la norma introduce una responsabilità: il software deve “far funzionare l’azienda ogni giorno”. Deve essere interconnesso, tracciabile, misurabile. In altri termini, deve generare produttività strutturale.

Iperammortamento software industriale e requisiti d’uso

Sul piano tecnico-fiscale, la misura è potente. Il costo di acquisizione, ai fini della determinazione delle quote di ammortamento e dei canoni di leasing, è maggiorato per gli investimenti effettuati dal 1° gennaio 2026 al 30 settembre 2028 secondo scaglioni progressivi. La maggiorazione è del 180% per investimenti fino a 2,5 milioni di euro, con un beneficio fiscale stimato, considerando un’IRES al 24%, pari al 43,2%. Per la quota oltre 2,5 e fino a 10 milioni di euro, la maggiorazione è del 100%, con un beneficio stimato del 24%. Per la fascia oltre 10 e fino a 20 milioni, la maggiorazione è del 50%, con un beneficio del 12%.

Scaglioni e benefici: cosa cambia nei numeri

Le aliquote risultano sensibilmente aumentate rispetto al recente passato, anche se il meccanismo dell’ammortamento comporterà tempi di godimento del beneficio più lunghi rispetto al credito d’imposta. È una scelta che spinge verso investimenti pianificati, non episodici. Verso strategie industriali pluriennali, non operazioni opportunistiche.

Le aliquote e il confronto con il credito d’imposta

Un altro elemento di rilievo è il “rientro” del software 4.0, escluso dagli incentivi nel 2025. Quell’esclusione aveva generato perplessità diffuse nel settore IT: si rischiava di finanziare l’hardware senza sostenere la componente immateriale che ne consente l’effettivo utilizzo a valore. Oggi il legislatore corregge quella distorsione. E lo fa in un momento cruciale per la competitività del Paese.

Iperammortamento software industriale e ritorno del 4.0

Perché il nodo non è solo fiscale. È geopolitico ed economico. Le imprese italiane, in particolare le medie e piccole che costituiscono l’ossatura del nostro tessuto produttivo, si trovano a competere in mercati dominati da piattaforme digitali globali. I giganti del web statunitensi hanno costruito il loro vantaggio competitivo su infrastrutture software proprietarie, su ecosistemi integrati, su capacità di sfruttamento dei dati su scala planetaria, su di un ombrello fiscale particolarmente generoso. La partita ora si gioca sulla capacità di trasformare l’informazione in efficienza, in servizio, in margine.

Competizione globale e filiera IT italiana

Se l’Italia vuole difendere e rilanciare la propria manifattura, non può limitarsi a incentivare l’acquisto di macchine utensili. Deve rafforzare la propria filiera tecnologica. Deve consentire alle aziende IT italiane di sviluppare soluzioni avanzate, integrabili, competitive con quelle estere. E deve creare una domanda interna qualificata, capace di assorbire innovazione, in un circolo virtuoso che si auto alimenta.

Il nuovo iperammortamento va in questa direzione. Premiare ERP integrati, piattaforme di automazione, applicazioni di AI significa stimolare un mercato domestico del software industriale. Significa dare ossigeno a system integrator, software house, consulenti tecnologici. Significa, in ultima analisi, creare cultura e competenze.

Non è un dettaglio. La competizione con i colossi americani non si vince sul terreno delle dimensioni finanziarie. Si gioca sulla specializzazione, sull’aderenza ai processi, sulla capacità di personalizzazione, sulla presenza fisica. Le aziende italiane IT hanno spesso dimostrato di saper sviluppare soluzioni sartoriali, perfettamente integrate nei flussi produttivi delle PMI, ma senza un adeguato sostegno strategico di politica industriale è difficile competere con le Big Tech. La transizione digitale viene percepita come costo ricorrente, non come asset.

Iperammortamento software industriale: esecuzione e competenze

Resta aperta una questione cruciale: la capacità delle imprese di progettare investimenti coerenti. Il rischio, come sempre, è che la misura venga letta in chiave meramente fiscale. Ma il software integrato per realizzare le sue potenzialità richiede ripensamento dei processi, formazione del personale, governance dei dati, non basta installare un ERP evoluto se l’organizzazione continua a lavorare come prima.

L’iperammortamento diventa leva di trasformazione quando viene accompagnato da una strategia e da una buona execution. Occorre mappare i flussi informativi, definire KPI misurabili, integrare vendite, produzione, logistica, distribuzione, amministrazione. Occorre, soprattutto, investire in competenze digitali. Senza data analyst, senza project manager IT, senza figure capaci di orchestrare l’integrazione tra sistemi, l’incentivo rischia di rimanere sulla carta.

Competenze e governance: cosa serve per non fallire

La buona notizia è che la finestra temporale – fino al 30 settembre 2028 – offre un orizzonte sufficiente per pianificare. Sul piano macroeconomico, l’impatto potenziale è significativo. Ogni euro investito in software industriale genera effetti moltiplicativi in termini di produttività, riduzione degli errori, ottimizzazione delle scorte, accelerazione dei cicli di incasso. In un Paese caratterizzato da margini compressi e competizione internazionale crescente, l’efficienza operativa è un fattore decisivo.

C’è poi un tema di attrattività. Un sistema produttivo digitalizzato è più interessante per investitori esteri, per talenti tecnologici, per partnership internazionali. L’Italia sconta un ritardo storico nella spesa in ICT rispetto alla media europea. Colmare questo gap è condizione necessaria per evitare una progressiva marginalizzazione.

Una finestra lunga fino al 2028 e l’effetto produttività

Ma la vera sfida sarà l’esecuzione. Le imprese dovranno dimostrare di saper tradurre l’incentivo in trasformazione reale. Le software house italiane dovranno cogliere l’occasione per alzare l’asticella dell’innovazione: architetture cloud-native, interoperabilità, cybersecurity by design, intelligenza artificiale explainable.

Se il tessuto economico risponderà, il 2026 potrebbe segnare l’inizio di una nuova stagione. Non più Industria 4.0 come etichetta, ma come infrastruttura diffusa. Un ecosistema in cui il dato scorre tra reparti, la manutenzione è predittiva, la supply chain è visibile end-to-end e le interfacce uomo-macchina sono conversazionali, in linguaggio naturale. In fondo, la competitività non è un concetto astratto. È la capacità di produrre meglio, più velocemente, con meno sprechi. È la possibilità di offrire servizi digitali integrati ai clienti, di personalizzare l’offerta, di reagire a shock esterni con agilità.

Iperammortamento software industriale e sovranità digitale

Per troppo tempo abbiamo considerato l’innovazione digitale come un capitolo a parte, quasi un accessorio rispetto al “vero” business. La legge di bilancio 2026 ci ricorda che il business, oggi, non può non essere digitale. E che senza infrastrutture software solide, integrate e intelligenti, la manifattura italiana rischia di perdere terreno.

La partita è aperta. Lo Stato ha mosso la sua pedina. Ora tocca alle imprese. Investire non solo per ottenere un beneficio fiscale, ma per costruire un vantaggio competitivo duraturo. Perché nel confronto con i giganti del web americani non possiamo replicare la loro scala, ma possiamo giocare le carte dell’integrazione profonda tra tecnologia e saper fare industriale, dell’agilità e della rapida capacità di adattamento. E, forse, sarà il primo passo verso una sovranità digitale concreta, costruita non sulle dichiarazioni, ma sul perfezionamento dei processi che ogni giorno fanno funzionare meglio le nostre imprese.

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