equilibri di potere

Manager a rischio: come l’AI cambia il lavoro dei dirigenti



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Digitalizzazione, AI e riorganizzazioni frequenti espongono dirigenti e quadri apicali a rischi professionali e legali inediti. I conflitti riguardano obiettivi, bonus, demansionamenti e uso improprio delle tecnologie. Chi saprà integrare competenze tecnologiche e umane avrà più probabilità di adattarsi alla nuova organizzazione del lavoro

Pubblicato il 24 giu 2026

Marco De Bellis

Avvocato giuslavorista



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La combinazione tra rallentamento economico, riorganizzazioni industriali, digitalizzazione accelerata e diffusione dell’intelligenza artificiale sta modificando non soltanto i modelli di business, ma anche gli equilibri di potere interni alle organizzazioni. Se per lungo tempo il management è stato percepito come il gruppo relativamente più protetto nell’ambito strutture aziendali, oggi anche dirigenti e quadri apicali sperimentano una crescente esposizione a rischi professionali, reputazionali e legali.

Il tema emerge con sempre maggiore frequenza nei contenziosi di lavoro, nelle negoziazioni di uscita, nelle controversie legate a bonus e sistemi di valutazione, ma anche nelle discussioni sull’utilizzo delle nuove tecnologie. L’AI, in particolare, rappresenta insieme una grande opportunità e una nuova fonte di vulnerabilità. Cambiano le competenze richieste, cambiano i criteri di performance e cambia anche il modo in cui le aziende prendono decisioni strategiche e organizzative.

La fine dell’idea di stabilità manageriale

Per decenni il dirigente è stato associato a una figura relativamente stabile: elevata autonomia, forte identificazione con l’azienda, prospettive di carriera lineari. Oggi questo schema appare molto meno solido. Le ristrutturazioni sono più frequenti, i cicli industriali più rapidi e le organizzazioni più inclini a ridefinire ruoli e funzioni.

Anche il management è entrato nella logica della “performance permanente“. I vertici aziendali vengono valutati in modo continuo attraverso KPI, analytics, obiettivi trimestrali e sistemi di monitoraggio sempre più sofisticati. La pressione non riguarda soltanto i risultati economici ma anche la capacità di adattarsi a processi di trasformazione digitale, sostenibilità, gestione reputazionale e compliance normativa.

In questo contesto cresce il numero di situazioni conflittuali tra azienda e manager, perché la trasformazione degli assetti organizzativi rende più frequenti le aree di attrito sui ruoli, sugli obiettivi e sulle responsabilità. Licenziamenti o uscite incentivate, contestazioni sugli obiettivi, revoca di deleghe o svuotamento del ruolo, mancata corresponsione di bonus variabili, trasferimenti o demansionamenti mascherati diventano così terreno di confronto sempre più delicato. A questi si aggiungono nuove responsabilità legate a cybersecurity, privacy e uso improprio delle tecnologie, che ampliano il perimetro del rischio manageriale e rendono più complessa la gestione dei rapporti tra impresa e figure direttive.

L’AI cambia anche il management

L’intelligenza artificiale sta incidendo non solo sui lavori esecutivi, ma anche sulle funzioni direttive, ridefinendo strumenti, responsabilità e criteri con cui vengono prese molte decisioni aziendali. L’uso di AI generativa e sistemi predittivi è già entrato in attività come la valutazione delle performance, la previsione dei trend commerciali, la gestione HR, il monitoraggio della produttività, l’analisi finanziaria, la selezione del personale e l’organizzazione dei processi decisionali. Questo significa che il management non è più chiamato soltanto a supervisionare i processi, ma anche a interpretare output algoritmici, verificarne l’affidabilità e integrarli in scelte coerenti con gli obiettivi dell’impresa.

Questo produce un effetto ambivalente. Da un lato aumenta l’efficienza, dall’altro riduce alcuni spazi tradizionali di discrezionalità manageriale. In molte organizzazioni il dirigente si trova a dover “validare” decisioni elaborate da algoritmi o sistemi di analisi automatizzata.

Il rischio giuridico dell’uso improprio dell’AI

Il rischio non è soltanto tecnologico ma anche giuridico. Se un manager utilizza strumenti AI in modo improprio — per esempio caricando dati riservati su piattaforme non autorizzate, utilizzando sistemi opachi nella selezione del personale o affidandosi a output non verificati — può esporsi a responsabilità professionali rilevanti.

Le imprese iniziano quindi a introdurre policy interne sempre più rigide sull’uso dell’intelligenza artificiale, imponendo limiti su:

  • utilizzo di chatbot pubblici;
  • trattamento dei dati sensibili;
  • generazione automatica di contenuti;
  • sistemi di scoring e profiling;
  • cybersecurity e protezione delle informazioni strategiche.

La crescita del contenzioso

Secondo diversi osservatori del mercato del lavoro e del settore legale, le controversie tra dirigenti e aziende stanno aumentando sia in quantità sia in complessità. Non si tratta soltanto di licenziamenti, ma di conflitti legati alla ridefinizione continua dei ruoli.

Molte aziende, sotto pressione competitiva, accelerano processi di riorganizzazione che non si limitano a modificare gli assetti interni, ma incidono anche sugli equilibri decisionali e sulle relazioni tra le persone. Cambi di governance, fusioni e acquisizioni, ingresso di fondi, digitalizzazione forzata e revisione degli organigrammi possono così diventare fattori di discontinuità che, se non governati con attenzione, finiscono per generare frizioni, incertezze e resistenze dentro l’organizzazione.

In questi passaggi il management intermedio e apicale è spesso il primo a essere ridiscusso.

A ciò si aggiunge un altro elemento: la crescente tracciabilità digitale del lavoro manageriale. Mail, dashboard, piattaforme collaborative, analytics e sistemi di reporting rendono ogni decisione più documentabile, ma anche più contestabile. Questo aumenta il rischio di conflitti su responsabilità, obiettivi e accountability.

Il problema reputazionale

Per un manager il danno oggi non è soltanto economico. Un licenziamento conflittuale o un contenzioso pubblico possono avere effetti reputazionali pesanti, soprattutto in settori ad alta esposizione mediatica o relazionale.

LinkedIn, reputazione online e network professionali, rendono il mercato manageriale molto più trasparente ma anche più fragile.

Anche per questo molte aziende cercano di evitare lunghe cause e “pubbliche” (il c.d. “strepitus fori”) privilegiando accordi riservati, uscite consensuali e strumenti di conciliazione.

Come prevenire i conflitti

La gestione preventiva diventa sempre più importante. Molti contenziosi nascono infatti da ambiguità organizzative o aspettative divergenti.

Tra gli strumenti più efficaci per ridurre il rischio di conflitto emergono:

Chiarezza sugli obiettivi

KPI e sistemi premianti devono essere misurabili, realistici, verificabili e condivisi; obiettivi poco chiari sono una delle principali fonti di contenzioso sui bonus.

Governance dell’AI

Le imprese devono definire policy precise sull’utilizzo delle tecnologie emergenti:

  • quali strumenti sono autorizzati;
  • come gestire i dati;
  • quali controlli effettuare;
  • chi è responsabile delle decisioni automatizzate.

Formazione continua

La trasformazione tecnologica rende indispensabile l’upskilling del management. Non conoscere strumenti digitali e AI rischia di diventare rapidamente un fattore di marginalizzazione professionale.

Comunicazione interna: molte crisi degenerano perché i processi di riorganizzazione vengono gestiti male sul piano relazionale. La trasparenza resta un elemento decisivo.

La nuova figura del manager

Sta emergendo un modello manageriale diverso rispetto al passato, meno centrato sul controllo verticale e più orientato all’interpretazione dei dati, alla gestione della complessità, al coordinamento interdisciplinare, alla capacità relazionale e a una gestione etica delle tecnologie.

Il manager del futuro dovrà probabilmente convivere con sistemi intelligenti che automatizzano una parte delle attività decisionali. Il valore aggiunto umano si sposterà allora sulla sua capacità di giudizio, di assumersi responsabilità, di avere una visione strategica del business e attitudine alla leadership. Paradossalmente, più cresce la tecnologia, più diventano cruciali le competenze umane.

L’attuale fase di transizione appare ancora instabile. Le imprese cercano maggiore velocità e flessibilità, mentre il management cerca nuove forme di tutela e riconoscimento dentro organizzazioni sempre più fluide. L’AI e le tecnologie emergenti non elimineranno il ruolo manageriale, ma lo trasformeranno profondamente. Chi saprà integrare competenze tecnologiche, capacità relazionale e consapevolezza giuridica avrà probabilmente maggiori possibilità di adattamento. Il rischio, al contrario, è che la pressione sulla performance, la crescente automazione e la frammentazione dei rapporti di lavoro producano un management più esposto, meno stabile e più conflittuale. La sfida dei prossimi anni non sarà soltanto tecnologica. Sarà soprattutto organizzativa e culturale: costruire imprese capaci di innovare senza trasformare il cambiamento in un conflitto permanente tra azienda e management.

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