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Non basta adottare l’IA: il valore si gioca nei processi



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L’intelligenza artificiale sta ridefinendo la catena del valore nelle imprese. Il vantaggio competitivo non dipende solo dai modelli, ma dalla capacità di integrarli nei sistemi esistenti, nelle infrastrutture, nei processi operativi e nelle competenze necessarie a governarne l’impatto

Pubblicato il 3 giu 2026

Giacomo Picchetto

Managing Partner di Alkemia SGR



competenze ai degli italiani; procurement innovativo
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NChi genera davvero valore nell’economia dell’IA? Chi riesce a intercettarlo? E chi, al contrario, rischia di perderlo? Sono queste le domande che oggi contano di più per le imprese. Perché l’intelligenza artificiale non sta soltanto modificando processi, lavoro e modelli operativi: sta ridisegnando la distribuzione del valore lungo l’intera catena economica. Capire dove questo valore si crea, dove si concentra e dove invece si disperde è diventato più rilevante che comprendere nel dettaglio il funzionamento dei modelli.

È proprio questa incertezza sul reale impatto economico dell’IA a spiegare un apparente paradosso emerso negli ultimi mesi. I mercati, come spesso accade, hanno reagito in anticipo e per semplificazioni: a febbraio 2026, l’accelerazione dei foundation model – dalle nuove versioni di Claude alle evoluzioni dei principali player – ha coinciso con un sell-off del comparto software globale che ha cancellato circa 2.000 miliardi di dollari di capitalizzazione. La lettura implicita era lineare: se l’IA riduce il costo di sviluppo e automatizza funzioni complesse, allora il software tradizionale perde valore.

Eppure, guardando ai fondamentali, il quadro cambia. Nello stesso periodo, aziende come ServiceNow hanno continuato a crescere a doppia cifra; Salesforce ha mantenuto livelli record di generazione di cassa; player europei come TXT e-solutions e SYS-DAT non solo hanno registrato tassi di crescita significativi, ma si attendono addirittura un’accelerazione delle crescite e delle marginalità. Il punto non è la scomparsa del software, ma lo spostamento del valore al suo interno.

Il paradosso del software: più IA, più valore nei sistemi esistenti

La chiave per risolvere questo apparente paradosso sta proprio qui: se l’IA può scrivere codice, progettare database e analizzare dati in autonomia, perché le imprese continuano a investire in software enterprise?

La risposta è meno intuitiva di quanto sembri. L’intelligenza artificiale non sostituisce i sistemi esistenti, ma ne amplifica il ruolo: si innesta su di essi, rendendoli più densi, più interconnessi e, soprattutto, più critici. ERP, CRM e piattaforme verticali incorporano logiche di business, dati proprietari e workflow costruiti nel tempo, difficilmente replicabili e, soprattutto, non sostituibili senza rischi operativi. È qui che emerge la distinzione centrale: l’IA non è una tecnologia da vendere, ma un’infrastruttura che abilita. Come già accaduto con Internet e il cloud, il punto non è l’accesso alla tecnologia, sempre più diffuso e standardizzato, ma la capacità di costruirci sopra modelli operativi coerenti, integrati e scalabili.

Il valore, quindi, non si concentra nei modelli fondazionali, ma in ciò che questi non possono replicare rapidamente: la conoscenza di dominio, la profondità e qualità dei dati, la loro connessione ai workflow reali e la relazione continuativa con il cliente. A questi elementi si aggiunge un ulteriore livello, spesso sottovalutato: la compliance. Nei contesti regolati non basta che un sistema IA funzioni, deve essere controllabile, tracciabile e conforme.

Il valore dell’IA si sposta nei processi aziendali

Per le imprese, questo implica un cambio di prospettiva: trattare l’IA come una tecnologia da adottare rischia di posizionarle nel punto sbagliato della catena del valore. Il vero nodo è la sua messa a terra nei processi e nei sistemi esistenti, non si tratta più di distribuire software, ma di intervenire nei processi, nel change management e nella traduzione operativa della tecnologia. Il valore si sposta, così, verso ciò che è meno scalabile perché più radicato nel contesto, e proprio per questo più difendibile.

Questo passaggio è già visibile nelle strategie dei grandi operatori: Anthropic sta raccogliendo 1 miliardo di dollari insieme a Blackstone, Hellman & Friedman e altri fondi di Private Equity per creare un braccio operativo dedicato all’implementazione di Claude nelle aziende in portafoglio; OpenAI si muove nella stessa direzione, con un target ancora più ambizioso pari a 4 miliardi di dollari. Il modello di riferimento non è quello delle licenze software tradizionali, ma quello di Palantir Technologies, che prevede ingegneri ICT “embedded” direttamente presso i clienti.

In questo passaggio dall’insight all’azione, l’IA smette di essere uno strumento e diventa parte del sistema operativo dell’impresa, determinando chi cattura valore e chi lo perde. La competizione si gioca sulla capacità di renderla operativa, mentre i modelli tendono a diventare commodities.

Dove si sposta il valore in relazione al peso fisico dell’IA

Questa dinamica porta con sé una conseguenza ulteriore: mentre l’intelligenza del software si diffonde, il valore si concentra negli asset fisici che ne rendono possibile l’esecuzione. A emergere è la dimensione più concreta, e meno discussa, della rivoluzione in atto: il suo peso fisico.

Di fatto, ogni progresso nei modelli genera un corrispettivo fabbisogno di capacità di calcolo, storage, connettività, energia e sicurezza. I numeri lo rendono evidente: la capacità dei data center globali dovrà triplicare entro il 2030, mentre il consumo energetico associato all’IA potrebbe arrivare a rappresentare il 3–4% della produzione elettrica globale.

Un quadro in cui il cloud regionale assume un ruolo strategico. I vincoli europei, infatti, in materia di data residency, trasparenza e controllo impongono che dati e processi restino entro perimetri giurisdizionali definiti. La prossimità conta, perciò, sia per ragioni tecniche – i workload AI in tempo reale richiedono latenze sempre più basse – che normative. A questo si aggiunge il fattore energetico, che è sempre più determinante: l’accesso stabile a energia – idealmente rinnovabile e a costi competitivi – rappresenta un vantaggio operativo concreto, in termini di maggiore prevedibilità dei costi, migliori margini e posizionamento sul mercato.

Il valore delle competenze

La competizione, dunque, si gioca anche sull’allocazione degli asset che rendono possibile l’operatività dell’IA. È questo un punto strategico per le imprese europee, per le quali il vantaggio più concreto potrebbe derivare proprio dal rafforzare le infrastrutture locali – cloud regionali, capacità energetica, sicurezza – in grado di sostenere l’adozione dell’IA in modo conforme ed efficiente. È su queste basi, meno visibili ma più radicate, che si determina la capacità di generare e difendere valore nel tempo.

In ultimo, questa riflessione sul valore derivante dall’applicazione dell’intelligenza artificiale impone alle aziende una riconfigurazione della struttura del lavoro. Al di là della narrativa diffusa – che tende a ridurre una dinamica complessa a due assunti semplicistici, ovvero che alcune professioni scompariranno e che l’IA ridurrà complessivamente l’occupazione – le imprese sono chiamate a ridefinire competenze, responsabilità e modelli operativi.

Il cambiamento in atto, infatti, fa sì che il valore non si sposti solo tra imprese o settori, ma anche all’interno delle organizzazioni: se alcuni ruoli, soprattutto quelli più esecutivi e standardizzabili, vedono ridursi il proprio perimetro, acquisiscono centralità figure in grado di operare all’intersezione tra tecnologia, dominio e infrastruttura. L’intelligenza artificiale, dunque, non elimina l’occupazione, ma ne trasforma il contenuto.

I dati dell’Osservatorio sulle Competenze Digitali 2025, realizzato da AICA, Anitec-Assinform e Assintel, rendono evidente questa trasformazione: in Italia la domanda di profili ICT supera strutturalmente l’offerta, con circa 136.000 posizioni aperte ogni anno a fronte di 73.000 nuovi ingressi. Il nodo non è solo quantitativo ma qualitativo: cresce la richiesta di competenze integrate, dal prompt engineering alla cybersecurity, che operano all’intersezione tra tecnologia, infrastruttura e processi.

Competenze digitali e formazione come leva strategica

Il problema, quindi, non è la riduzione dei posti di lavoro, ma la distanza crescente tra competenze disponibili e competenze richieste. Da un lato, le aziende devono affrontare un processo continuo di re-skilling, trasformando ruoli esistenti e accompagnando le persone nell’evoluzione dei processi; dall’altro, il sistema formativo – universitario e tecnico – fatica a tenere il passo con una domanda che evolve alla stessa velocità della tecnologia.

È in questa tensione tra trasformazione interna e formazione pre-lavoro, che si gioca una parte rilevante della competitività, a una velocità che il sistema formativo, da solo, difficilmente riuscirà a sostenere. La formazione, perciò, non può più essere delegata, ma diventa una funzione strategica dell’impresa, al pari della tecnologia e delle infrastrutture.

Alla luce di queste dinamiche, la domanda iniziale – chi genera valore, chi lo intercetta e chi rischia di perderlo – trova una risposta meno teorica e più operativa. Il valore non si concentra nella tecnologia in sé, ma nella sua messa a terra nei processi, nei sistemi e nelle infrastrutture che ne rendono possibile l’utilizzo.

Per le governance più consapevoli, la priorità non è l’adozione dell’IA, ma il presidio dei punti della catena in cui il valore viene generato, poiché è su questi snodi – e sulla loro gestione in modo coerente e operativo – che si gioca la sostenibilità del vantaggio competitivo nel medio-lungo periodo.

In questo senso, l’intelligenza artificiale non è una scelta tecnologica, ma una leva di trasformazione ed è sulla capacità di governarla nei contesti reali che si misura oggi la possibilità di generare valore in modo stabile e duraturo.

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