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Pax Silica, se la transizione industriale passa dalla geopolitica: lo scenario



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Il silicio non è solo un materiale utile all’industria, ma è al centro degli interessi geopolitici globali: ecco perché, quali sono gli impatti sulle imprese e cosa sta succedendo nel mondo

Pubblicato il 17 feb 2026

Rosario Cerra

Presidente e Fondatore del Centro Economia Digitale



minerali rari (1)

La storia non si ripete, ma cambia carburante. Se il XX secolo è stato scolpito dalla Pax Americana e lubrificato dal petrolio, il XXI secolo sta cementando le sue fondamenta su un nuovo substrato: il silicio. Siamo entrati ufficialmente nell’era della Pax Silica, teorizzata e promossa da figure chiave della “Tech Diplomacy” come Keith Krach, sottosegretario Usa allo sviluppo economico, durante il primo mandato Trump e oggi top manager di una major dell’elettronica in California.  

Quella di cui siamo testimoni non è una semplice transizione industriale. È la riscrittura del codice genetico della geopolitica globale, in cui l’industria manifatturiera trova un nuovo ruolo da protagonista, sposata con la transizione digitale in corso. Inoltre, come spiega Giorgio Rutelli di Adnkronos, in scena entra l’India, non più come una comparsa, ma come nodo cruciale in quella che potremmo definire la “Nato del Silicio”. 

Il nuovo paradigma della high-tech economy

Nella high-tech economy, i microprocessori non sono merce, bensì munizioni. E i minerali critici (litio, cobalto, terre rare) non sono semplici commodity, ma il nuovo uranio, asset assoluti di sovranità nazionale. L’ingresso dell’India nella Minerals Security Partnership (Msp), l’alleanza di 14 Paesi più l’Ue, lanciata dagli Usa nel giugno 2023 per garantire catene di approvvigionamento sicure e sostenibili di minerali critici, ha segnato la fine dell’innocenza tecnologica e l’inizio di una strategia di Friend-shoring aggressivo. L’Msp ha anche una chiara connotazione anti-cinese, ed è quindi in piena coerenza con la tradizionale rivalità nutrita da Delhi verso Pechino.  

Fino a ieri, la globalizzazione si basava sull’efficienza: produrre dove costava meno. Oggi, quel modello è obsoleto. Il nuovo imperativo è la sicurezza della supply chain. Usa e India hanno entrambe compreso che non esiste potenza militare senza supremazia computazionale. 

Ism 2.0: il salto tecnologico indiano 

L’annuncio del primo febbraio dell’India semiconductor mission 2.0 nel bilancio dell’Unione, con uno stanziamento massiccio di 40mila crore di rupie (pari a circa 5 miliardi di dollari), è la prova tangibile di questo scambio strategico. Non più solo un assemblaggio a basso valore aggiunto, ma un tentativo di risalire la catena del valore verso il design e la proprietà intellettuale. Il governo Modi ha già in mano le fabbriche dei chip. Ora intende passare alla produzione locale di equipment, materiali, sviluppo di Ip indiana full-stack e rafforzamento delle supply chain. In un secondo momento, l’attenzione sarà posta sui centri di ricerca e formazione guidati dall’industria per sviluppare tecnologia e forza lavoro qualificata.  

È l’evoluzione naturale dell’adesione indiana all’Msp. L’infrastruttura diplomatica crea ora un’infrastruttura industriale. Questo piano ambizioso dimostra come l’India stia convertendo il proprio posizionamento geopolitico in una capacità tecnologica concreta. In cambio dell’allineamento strategico con l’Occidente, Nuova Delhi ottiene trasferimenti tecnologici e investimenti che nessun’altra economia emergente può negoziare con la stessa forza contrattuale.

La tecnologia oltre le alleanze tradizionali

India e Stati Uniti non sono alleati naturali nel senso storico del termine. Hanno interessi divergenti e culture politiche distanti. Eppure, collaborano per competere contro un rivale sistemico comune, la Cina appunto, sulla raffinazione dei minerali e sulla produzione di chip.

L’India porta in dote due asset che l’Occidente non può replicare. Per prima cosa, un mercato interno capace di assorbire l’output tecnologico e fornire talenti su scala industriale. Al tempo stesso il suo posizionamento geografico nel quadrante Indo-Pacifico. 

Questi vantaggi sono stati percepiti dall’Unione Europea in occasione dell’accordo di libero scambio che Ursula von der Leyen e Antonio Costa hanno firmato in India con Modi. Bruxelles si sta rendendo conto della necessità di definire rapidamente una via di cooperazione anche con quegli interlocutori con cui è in competizione. Tuttavia, le frizioni emerse con l’Amministrazione Usa a seguito dei dazi voluti da Trump sui beni indiani in ingresso nel mercato americano suggeriscono una relazione complessa: se da un lato l’interesse strategico è alto, dall’altro la competizione commerciale resta accesa.

Pace o conflitto? Il paradosso dei minerali critici

Tuttavia, bisogna guardare in faccia la realtà senza assecondare facili ottimismi. La Pax Silica porta con sé un paradosso intrinseco. Se da un lato crea nuove alleanze che stabilizzano il fronte democratico, dall’altro arma le catene di approvvigionamento.

I minerali critici sono diventati strumenti di coercizione. La Cina ha dimostrato questa capacità nel luglio 2023, implementando controlli sulle esportazioni di gallio e germanio, poi intensificati a dicembre 2024 con un divieto specifico verso gli Usa. Sebbene questi controlli siano stati tecnicamente sospesi, dal novembre 2025 fino al novembre 2026, la minaccia rimane latente. Questa “finestra di respiro” assomiglia più a una mossa tattica per riorganizzare le scorte che a una reale distensione. Pechino ha dimostrato di poter usare l’accesso ai materiali strategici come arma economica. 

La risposta dell’India e del blocco Msp è la diversificazione forzata. Questo scenario trasforma il commercio internazionale in un campo minato. Non stiamo assistendo alla “pace” nel senso tradizionale, ma a una tregua armata tecnologica. La stabilità non deriva dalla fiducia reciproca, ma dalla mutua deterrenza nella capacità di produrre e bloccare l’accesso alla tecnologia avanzata. 

La sfida dell’ecosistema

L’India riuscirà a diventare la fabbrica del mondo libero per i chip? La sfida non è solo politica, è infrastrutturale e culturale. Per creare una high-tech economy non bastano gli accordi firmati a Washington o Nuova Delhi, oppure ancora con Bruxelles. È necessario un ecosistema dell’innovazione integrato di energia stabile, logistica impeccabile e un quadro normativo che favorisca la rapidità d’esecuzione rispetto alla burocrazia. 

Dal 2023, quando è entrata nell’Msp, l’India ha progressivamente convertito il capitale diplomatico in investimenti concreti. L’Ism 2.0 appena annunciato rappresenta la maturazione di questa strategia triennale. Dall’adesione alla partnership globale, alla costruzione di capacità nazionali autonome.

Siamo all’inizio di una nuova era. La Pax Silica promette sviluppo e connettività, ma il prezzo del biglietto è l’allineamento strategico. L’India ha scelto da che parte stare, trasformando i suoi minerali e le sue fabbriche in bastioni di difesa. Resta da vedere se questa “Nato del Silicio” saprà garantire la pace o se, inavvertitamente, accelererà la frammentazione del mondo in blocchi tecnologici incomunicabili.

La partita è aperta, e il silicio è la nuova polvere da sparo

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