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Robot umanoidi, la scommessa cinese: creare oggi il mercato di domani



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La Cina accelera nella produzione di robot umanoidi mentre una parte consistente della domanda arriva ancora da training centre e ricerca. Il vero test sarà capire se le sperimentazioni industriali si trasformeranno in riordini su larga scala e se i dati raccolti creeranno un vantaggio duraturo

Pubblicato il 28 ago 2026

Luigi Gambardella

esperto di politiche del digitale



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La Cina sta producendo robot umanoidi a una velocità che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata difficile da immaginare. Le immagini di macchine che corrono, ballano, combattono o partecipano a competizioni sportive attirano inevitabilmente l’attenzione, ma rischiano di distrarre dalla domanda che oggi conta davvero: quanti robot umanoidi vengono effettivamente venduti, chi li sta comprando e, soprattutto, per fare che cosa?

È precisamente questo l’interrogativo posto dal Financial Times nell’inchiesta pubblicata il 19 agosto 2026, Who is really buying China’s humanoid robots?. Il giornale britannico mostra come una parte rilevante della domanda provenga ancora da training centre sostenuti dai governi locali, università e istituti di ricerca, creando un mercato nel quale non è sempre semplice distinguere la domanda commerciale indipendente da quella generata all’interno dello stesso ecosistema di politica industriale.

Robot umanoidi in Cina: cosa misurano davvero i numeri

Prima di trarre conclusioni, però, bisogna partire dai numeri e soprattutto capire che cosa misurano.

Nel 2025 le principali società di ricerca collocavano il mercato mondiale ancora nell’ordine di poche decine di migliaia di unità: Omdia stimava 13.318 spedizioni globali, mentre Counterpoint, utilizzando una definizione più ampia basata sulle installazioni, indicava circa 16.000 robot, oltre l’80 per cento dei quali installati in Cina. La differenza fra le due cifre è già un primo avvertimento: in un mercato così giovane non esiste ancora uno standard condiviso per definire con precisione cosa sia un umanoide e, soprattutto, cosa debba essere contabilizzato come produzione, spedizione, installazione o vendita.

Nel 2026 la crescita ha accelerato drasticamente. Secondo Smart Analytics Global, nel solo primo semestre sono stati spediti nel mondo circa 19.100 robot umanoidi, contro 5.100 nello stesso periodo del 2025, con una crescita del 272 per cento. AGIBOT avrebbe raggiunto una quota del 44 per cento e Unitree del 31 per cento: insieme, le due aziende cinesi rappresenterebbero circa tre quarti dell’intero mercato mondiale. Ancora più significativo è il dato geografico: secondo la stessa ricerca, i produttori cinesi hanno rappresentato oltre il 97 per cento delle spedizioni globali di umanoidi nel primo semestre del 2026, mentre la sola domanda cinese ha assorbito oltre l’85 per cento del mercato mondiale.

Counterpoint arriva, attraverso un perimetro metodologico differente, a oltre 22.000 unità nello stesso periodo. Reuters ha inoltre riportato una cifra ancora più elevata, superiore a 40.000 umanoidi consegnati dalla Cina nei primi sei mesi dell’anno. Quest’ultimo dato non deve però essere confrontato direttamente con le stime precedenti, perché appare costruito su una definizione più ampia del mercato e può includere categorie di robot e configurazioni che altri analisti non contabilizzano allo stesso modo. Reuters stessa, in un altro approfondimento sul settore, sottolinea come gli umanoidi cinesi continuino peraltro a essere meno efficienti dei lavoratori umani in molte applicazioni reali.

La conclusione più prudente è quindi anche quella più utile: nel 2025 il mercato mondiale era ancora nell’ordine delle 13.000-16.000 unità; nei primi sei mesi del 2026 ha già superato le 20.000 secondo le principali stime indipendenti, mentre definizioni più estese producono numeri significativamente superiori.

E l’anno non è ancora finito.

Smart Analytics Global prevede ormai che le spedizioni globali possano avvicinarsi alle 60.000 unità nel 2026, quasi triplicando rispetto all’anno precedente, con ricavi industriali intorno a 1,6 miliardi di dollari. Morgan Stanley ha invece rivisto più volte al rialzo le proprie stime sulla Cina: dalle 14.000 unità inizialmente previste è passata prima a 28.000 e poi a 50.000 umanoidi nel solo mercato cinese.

Sono numeri impressionanti, ma non dimostrano ancora che decine di migliaia di robot stiano entrando nelle fabbriche per sostituire altrettanti lavoratori. A quel punto la domanda su chi li stia realmente comprando diventa molto più importante del semplice dato sulle spedizioni.

Chi compra davvero e perché

Secondo Interact Analysis, citata dal Financial Times, a giugno in Cina erano già stati creati o programmati oltre 90 training centre per l’embodied intelligence. Si tratta di strutture nelle quali operatori umani teleoperano i robot, facendo loro ripetere migliaia di volte operazioni apparentemente semplici come afferrare un oggetto, spostarlo, inserirlo in una scatola, utilizzare uno strumento o aprire una porta. L’obiettivo non è necessariamente produrre qualcosa, ma generare i dati necessari per addestrare la Physical AI.

Il peso di questi centri è già rilevante. Leju Robotics ha dichiarato che nel 2025 i training centre hanno rappresentato circa il 45 per cento delle vendite del proprio umanoide Kuavo. UBTECH ha comunicato ordini per circa 140 milioni di renminbi provenienti da centri sostenuti dal settore pubblico. Nel caso di Unitree, quasi tre quarti dei ricavi generati dagli umanoidi nei primi nove mesi del 2025 provenivano invece dall’istruzione e dalla ricerca, comprese le università.

Sono dati importanti perché mostrano che una parte consistente della domanda attuale non nasce ancora dal classico calcolo di ritorno sull’investimento di una fabbrica privata.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato concludere che non esista domanda commerciale.

Un esempio concreto viene da China Mobile, che nel 2025 attraverso una propria controllata ha assegnato ad AGIBOT e Unitree ordini per complessivi 124 milioni di renminbi, circa 17 milioni di dollari, comprendenti umanoidi full-size e sistemi robotici più piccoli. In parallelo, automotive, elettronica, logistica e manifattura avanzata stanno diventando terreni sempre più importanti per le sperimentazioni industriali.

Reuters ha recentemente mostrato al World Robot Conference di Pechino robot di Leju, DexForce, Robotera e X Square impegnati non soltanto in dimostrazioni spettacolari ma anche nel sorting dei pacchi, nell’assemblaggio elettronico e in altre attività concrete. Lo stesso articolo sottolinea tuttavia come il settore sia ormai arrivato alla prova decisiva: dimostrare non ciò che un umanoide riesce a fare davanti a una telecamera, ma il valore economico che può creare per un cliente.

Serve quindi evitare ogni entusiasmo prematuro.

Robot umanoidi in Cina alla prova del ritorno economico

Una fabbrica non ha bisogno di un robot che assomigli necessariamente a un essere umano. Ha bisogno della soluzione più economica, affidabile e produttiva per svolgere una determinata operazione. In molti casi un braccio robotico tradizionale, un sistema automatizzato progettato specificamente o un robot mobile possono essere ancora molto più efficienti di un umanoide.

Il valore dell’umanoide emerge quando l’ambiente non può essere facilmente riprogettato, quando le attività cambiano frequentemente oppure quando diventa economicamente conveniente utilizzare una macchina general purpose capace di apprendere lavori differenti. Per questo la vera competizione non si giocherà sulla capacità di fare una capriola o di correre qualche secondo più velocemente, ma su parametri molto più prosaici: quante ore il robot può lavorare senza guastarsi, quanto dura la batteria, quanto velocemente esegue un ciclo, quanto costa mantenerlo e quale ritorno sull’investimento produce.

Persino Wang Xingxing, fondatore e CEO di Unitree, pur prevedendo un possibile “ChatGPT moment” per la robotica, ha ammesso che il software non ha ancora raggiunto il livello necessario per una diffusione di massa e che il salto decisivo potrebbe richiedere ancora anni.

Per questo il dato veramente importante da osservare nei prossimi mesi non sarà soltanto quante unità vengano prodotte o spedite, ma quante vengano riordinate dopo i primi test industriali.

Se un costruttore automobilistico compra dieci robot per testarli, quello è un segnale di curiosità. Se sei o dodici mesi dopo ne ordina cinquecento, quello è un mercato.

Questo è il numero che oggi ancora manca.

Ed è anche il motivo per cui la questione dei training centre è più complessa di quanto sembri. È certamente possibile criticare un sistema nel quale il governo locale finanzia il centro, il centro acquista i robot e successivamente produce dati che vengono utilizzati dagli stessi produttori per migliorare le proprie macchine. Il Financial Times osserva che la struttura presenta caratteristiche che ricordano alcune forme di circular financing.

La scala, i dati e la scommessa industriale

Ma ridurre tutto questo a domanda artificiale rischia di farci perdere il significato industriale dell’operazione.

La Cina sta facendo con i robot qualcosa che abbiamo già visto con fotovoltaico, batterie e veicoli elettrici: sta cercando di creare la scala prima che il mercato sia completamente maturo, accettando che una parte degli investimenti generi inefficienze, sovracapacità e fallimenti nella convinzione che la scala stessa acceleri la curva di apprendimento.

E nel caso degli umanoidi la curva di apprendimento riguarda qualcosa di ancora più prezioso dell’hardware: i dati.

Per addestrare i grandi modelli linguistici sono state necessarie enormi quantità di testi, immagini e informazioni digitali. Per addestrare la Physical AI serviranno invece milioni e poi miliardi di interazioni con il mondo fisico: come afferrare un oggetto, quanta forza utilizzare, come reagire quando scivola, come muoversi intorno a un ostacolo, come coordinare visione e manipolazione e come correggere autonomamente un errore.

È probabilmente questa la vera posta in gioco dei training centre.

Un robot che oggi non genera ancora un ritorno economico soddisfacente può comunque produrre dati che migliorano il modello che controllerà migliaia di robot domani. Per questo il valore strategico dell’esperimento cinese non può essere misurato soltanto sul conto economico del singolo centro o sulla produttività della singola macchina.

La Cina non sta necessariamente scommettendo sul fatto che l’umanoide del 2026 sia già pronto. Sta facendo una scommessa diversa e probabilmente più importante: che costruendo, utilizzando e addestrando abbastanza robot oggi potrà disporre di macchine molto migliori, molto meno costose e molto più intelligenti nel 2028 o nel 2030.

Ed è qui che emerge il vero problema europeo.

Robot umanoidi in Cina e il rischio per l’Europa

Non serve necessariamente cercare di replicare la Cina costruendo un umanoide interamente europeo. La sua supply chain di motori, riduttori, attuatori, batterie, sensori, elettronica e componentistica è ormai difficilmente replicabile in tempi brevi. L’Europa può invece giocare una partita molto più credibile nei modelli di intelligenza artificiale per la robotica, nel software, nella visione artificiale, nella sicurezza, nella simulazione, nell’integrazione dei robot nelle fabbriche e nelle applicazioni verticali dove possiede ancora una straordinaria competenza industriale.

Il rischio è aspettare che la redditività del mercato sia completamente dimostrata prima di iniziare a costruire le competenze necessarie per entrarci.

Perché nel frattempo la Cina non sta semplicemente producendo robot. Sta producendo fornitori, ingegneri, fabbriche, dati, modelli e soprattutto esperienza.

La domanda decisiva dei prossimi dodici mesi sarà quindi molto semplice: le aziende che oggi stanno provando dieci o venti umanoidi torneranno dai produttori per comprarne centinaia?

Se non accadrà, dovremo riconoscere che una parte importante del boom del 2026 era domanda anticipata e sostenuta dalla politica industriale.

Se accadrà, invece, la Cina non avrà semplicemente costruito più robot dell’Europa.

Avrà costruito il mercato mentre noi stavamo ancora discutendo se valesse la pena entrarci.

Il primo ordine dimostra curiosità.

Il secondo dimostrerà se la rivoluzione degli umanoidi è davvero cominciata.

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