Nel primo semestre del 2026 sono stati spediti circa 19.100 robot umanoidi, il 272 per cento in più rispetto a un anno prima. Oltre il 97 per cento proviene da produttori cinesi. Il mercato resta giovane e molte macchine sono ancora destinate alla ricerca, alla raccolta di dati, alle dimostrazioni o ai primi progetti pilota, ma la Cina sta già costruendo ciò che conta di più: volumi, filiera, dati e capacità produttiva.
L’Italia dispone di ricerca e di progetti promettenti, ma non dell’ecosistema necessario per produrre umanoidi su larga scala.
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Il mercato mondiale dei robot umanoidi e la corsa cinese
Il mercato mondiale dei robot umanoidi è ancora troppo piccolo e immaturo per giustificare molte delle profezie che lo circondano, ma cresce abbastanza rapidamente da poter modificare gli equilibri industriali del prossimo decennio. Secondo le stime di Smart Analytics Global, nel primo semestre del 2026 le spedizioni hanno raggiunto circa 19.100 unità, contro 5.100 nello stesso periodo del 2025. AgiBot e Unitree hanno concentrato insieme circa tre quarti del mercato e la stessa società prevede quasi 60.000 unità nell’intero anno.
Questi numeri devono essere letti con prudenza, senza però minimizzarne il significato. La categoria comprende robot bipedi a grandezza naturale, modelli destinati alla ricerca e all’istruzione e piattaforme con torso umanoide montate su ruote. “Spedito”, inoltre, non significa “installato in fabbrica”, e “installato” non significa capace di lavorare autonomamente per migliaia di ore con un ritorno economico dimostrato. Nel 2025, secondo Counterpoint Research, il 26 per cento dei ricavi proveniva ancora dall’intrattenimento e dalle esibizioni e un altro 22 per cento dalla produzione di dati: quasi metà del mercato dipendeva quindi da attività diverse dall’impiego industriale maturo.
La distanza rispetto alla robotica tradizionale resta enorme. Nel 2024 sono stati installati nel mondo 542.000 robot industriali convenzionali. Bracci robotici, cobot e macchine specializzate continueranno a essere più economici ed efficienti per moltissime attività. L’umanoide può trovare spazio soprattutto dove servono adattabilità, mobilità e capacità di utilizzare ambienti e strumenti progettati per il corpo umano.
La Cina costruisce la filiera dei robot umanoidi
Il dato più impressionante non è soltanto la crescita, ma la concentrazione del mercato. Smart Analytics Global attribuisce ai produttori cinesi oltre il 97 per cento delle spedizioni del primo semestre 2026 e alla Cina più dell’85 per cento della domanda. Stima inoltre che oltre il 70 per cento delle consegne sia ormai destinato ad applicazioni industriali e commerciali, una categoria ampia che comprende anche sperimentazioni e progetti pilota, ma che segnala il progressivo passaggio dalle fiere agli ambienti produttivi.
La Cina non sta costruendo soltanto robot finali. Sta facendo crescere intorno agli umanoidi una filiera di motori, attuatori, riduttori, batterie, sensori, telecamere, elettronica, mani robotiche, lavorazioni meccaniche e software. I principali produttori dispongono di propri impianti e, secondo Counterpoint, AgiBot, Unitree e UBTECH hanno sviluppato internamente anche tecnologie critiche come le mani robotiche. Questa densità industriale consente di modificare rapidamente un progetto, trovare un fornitore, produrre una nuova versione e ridurne il costo attraverso i volumi.
La base sulla quale poggia questa espansione non ha equivalenti. Nel 2024 la Cina ha installato 295.000 robot industriali, pari al 54 per cento del totale mondiale, ha superato i due milioni di unità operative nelle proprie fabbriche e ha visto i produttori nazionali conquistare il 57 per cento del mercato interno. Ogni robot impiegato in un ambiente reale incontra imprevisti, commette errori e genera dati: per questo la fabbrica cinese può diventare il nuovo data center della Physical AI, nel quale produzione, apprendimento e riduzione dei costi si alimentano reciprocamente.
Robot umanoidi: Stati Uniti ed Europa inseguono la Cina
Gli Stati Uniti hanno volumi inferiori, ma conservano vantaggi decisivi nell’intelligenza artificiale, nei semiconduttori avanzati, nel cloud e nei capitali. Nel gennaio 2026 Boston Dynamics ha presentato la versione produttiva di Atlas e ha annunciato i primi impieghi presso Hyundai e Google DeepMind, unendo decenni di sviluppo meccanico a nuovi modelli di AI destinati inizialmente alle applicazioni industriali e automobilistiche.
L’Europa non è assente, ma è frammentata. La tedesca NEURA Robotics sviluppa 4NE1, la spagnola PAL Robotics lavora da oltre vent’anni sulla robotica umanoide con piattaforme come TALOS e KANGAROO, mentre 1X, cresciuta tra Norvegia e Stati Uniti, è oggi basata a Palo Alto. Il continente sa generare tecnologie e imprese, ma fatica a integrarle in una filiera comune e, in alcuni casi, a mantenerne in Europa il centro di gravità.
Anche la Germania, che dispone di un sistema industriale assai più robusto di quello italiano, non è autosufficiente. Nel febbraio 2024 NEURA riconosceva che la maggior parte dei propri volumi era ancora prodotta in Cina e annunciava il trasferimento della produzione a Metzingen. Il reshoring mostra la volontà di recuperare controllo, ma dimostra anche quanto le catene europee della robotica siano ancora intrecciate con quelle cinesi.
Robot umanoidi in Italia: ricerca senza filiera
L’Italia non parte da zero. Nel 2024 ha installato 8.783 robot industriali, restando il secondo mercato europeo dopo la Germania, pur in calo del 16 per cento rispetto all’anno precedente. Possiede competenze profonde nella meccanica, nella meccatronica, nell’automazione e nelle macchine utensili. Esistono inoltre iniziative imprenditoriali reali: Oversonic sviluppa RoBee per applicazioni industriali, sanitarie e logistiche, mentre Generative Bionics sta portando verso il mercato Gene.01, nato dal patrimonio tecnologico dell’Istituto Italiano di Tecnologia.
Ma avere alcuni progetti non significa avere un ecosistema. Per costruire un prototipo servono ottimi ingegneri; per produrre migliaia di umanoidi servono fornitori di attuatori, riduttori, motori, batterie, sensori, sistemi di visione, processori e mani robotiche, oltre a impianti, capitali, certificazioni, assistenza e grandi clienti. Questo sistema, in Italia, oggi non esiste. Possediamo alcuni anelli della catena, ma non la catena.
Generative Bionics e Gene.01
Generative Bionics rappresenta il tentativo italiano più ambizioso di colmare questa distanza. Fondata nel luglio 2024, ha raccolto 70 milioni di euro con un round guidato dal Fondo Artificial Intelligence di CDP Venture Capital e partecipato, tra gli altri, da AMD Ventures, Duferco, Eni Next, RoboIT e Tether. L’IIT le ha concesso licenze esclusive su tecnologie sviluppate nei propri programmi e la società si fonda, secondo lo stesso Istituto, su oltre vent’anni di ricerca, sviluppo e prototipazione. Il capitale deve finanziare anche la validazione industriale e la costruzione del primo impianto produttivo: la produzione seriale non è dunque un risultato già raggiunto, ma un obiettivo ancora da realizzare.
Gene.01 e la ricerca italiana sui robot umanoidi
Nel luglio 2026 Generative Bionics ha presentato Gene.01 sottolineando il passaggio dal concept a una piattaforma funzionante e sensorizzata in sei mesi. Il risultato ingegneristico è importante, ma la formula racconta soltanto l’ultimo tratto della corsa. RobotCub, il progetto europeo dal quale nacque iCub, iniziò il 1° settembre 2004 sotto il coordinamento dell’Università di Genova. L’IIT avviò le proprie attività scientifiche nel 2006 ed entrò formalmente nel progetto nel 2007, inaugurando il primo laboratorio di robotica nel quale venne sviluppato iCub.
La formulazione corretta è quindi semplice: Gene.01 è passato dal concept alla sua attuale configurazione funzionante in sei mesi, ma non è nato tecnologicamente in sei mesi. Dietro quella accelerazione c’è un patrimonio scientifico avviato nel 2004 e sviluppato nei laboratori dell’IIT dal 2007. La precisazione non toglie merito alla società; restituisce valore ai ricercatori e agli investimenti pubblici. Impone però una domanda più severa: se l’Italia lavora sulla robotica umanoide da quasi vent’anni, perché arriva soltanto ora al tentativo di trasformare quella conoscenza in produzione industriale?
La validazione industriale con Fincantieri
La prima risposta arriverà dalla collaborazione con Fincantieri. Il programma per sviluppare un umanoide destinato ad alcune attività di saldatura durerà quattro anni; i primi test a Sestri Ponente sono previsti entro la fine del 2026, le prime funzionalità operative entro i primi due anni e successivamente saranno necessarie attività di affinamento e certificazione. Anche Italdesign descrive il proprio lavoro su Gene.01 come un percorso dal prototipo alla pre-serie industriale. Gene.01 è quindi una piattaforma funzionante che entra ora nella validazione, non ancora un prodotto fabbricato in serie e sostenuto da dati pubblici su affidabilità, costo e disponibilità operativa.
La filiera di Gene.01 tra Europa e Cina
La questione più importante riguarda ciò che si trova dentro il robot. Generative Bionics ha scelto Synapticon come partner strategico per il sistema di azionamento, che comprende motori, servo-drive, encoder, firmware, controllo del movimento e sicurezza funzionale. L’accordo prevede assemblaggio finale, calibrazione e prove di sicurezza nello Spazio economico europeo, prevalentemente in Germania, oltre a scorte nell’Unione, alternative europee prequalificate e tracciabilità dei componenti critici.
Synapticon e la tracciabilità dei componenti
È una scelta industrialmente seria, ma non dimostra che la componentistica sia interamente tedesca o europea. Synapticon è una società tecnologica tedesca, ma dichiara di utilizzare impianti per la produzione elettronica in Germania, Svizzera, Ungheria e Cina, strutture per la produzione meccanica in Germania e Cina e attività di assemblaggio su quattro continenti.
Generative Bionics non acquista quindi necessariamente direttamente da un produttore cinese, ma per una parte critica di Gene.01 entra in una catena produttiva che comprende esplicitamente la Cina. Il passaggio attraverso un fornitore europeo non basta a escludere che motori, riduttori, encoder, elettronica o altri subcomponenti possano avere origine cinese o transitare attraverso impianti cinesi. Allo stato delle informazioni pubbliche non è possibile affermare che lo specifico sistema destinato a Gene.01 incorpori certamente componenti cinesi, ma non è neppure possibile presentarlo come integralmente europeo.
“Progettato in Italia”, “basato su ricerca italiana”, “assemblato in Europa” e “costruito con componenti europei” sono affermazioni differenti. Proprio perché Generative Bionics rivendica una Physical AI europea e sovrana, dovrebbe pubblicare almeno per macro-categorie la quota italiana, europea, cinese e proveniente dal resto del mondo della distinta base di Gene.01, insieme all’origine delle componenti critiche e agli obiettivi di progressiva europeizzazione della filiera. Non si tratta di pretendere un robot autarchicamente nazionale, ma di rendere misurabile quanto valore aggiunto, controllo tecnologico e capacità produttiva rimarranno in Italia e in Europa.
Questa trasparenza rafforzerebbe la credibilità della società. Se emergesse una quota europea crescente, sarebbe la prova che il progetto sta contribuendo davvero a costruire un ecosistema. Se risultasse invece una forte dipendenza da fornitori asiatici, si capirebbe su quali componenti concentrare una politica industriale europea. La nazionalità del primo fornitore, infatti, non coincide necessariamente con l’origine industriale delle parti contenute nel prodotto.
Robot umanoidi in Italia: la fabbrica da costruire
Le possibilità che l’Italia diventi nel breve periodo un produttore mondiale di massa di umanoidi general purpose sono basse. La strada più credibile consiste nel puntare su applicazioni industriali ad alto valore, nelle quali sicurezza, sensoristica, personalizzazione, certificazione e integrazione con processi complessi contino più del prezzo minimo. Ma anche questa strategia richiede capitali, impianti, clienti e una filiera europea che oggi è ancora incompleta.
Il 97 per cento attribuito ai produttori cinesi non significa che la competizione tecnologica sia già chiusa. Dimostra però che la Cina ha costruito un sistema capace di aumentare rapidamente i volumi, abbassare i costi, raccogliere dati e utilizzare la produzione come acceleratore dell’innovazione. L’Italia possiede ricerca, ingegneri, una base manifatturiera e alcuni progetti promettenti, ma non ancora la filiera necessaria per fabbricare umanoidi su larga scala.
Gene.01 può diventare un successo, ma oggi è la promessa più credibile di un’industria che deve ancora nascere. Il giudizio più severo è anche il più difficile da contestare: l’Italia non è in ritardo perché ha cominciato tardi, ma perché ha cominciato presto e non è riuscita a trasformare abbastanza rapidamente la conoscenza in industria.
La sfida non è dimostrare che sappiamo costruire un robot umanoide. È dimostrare che sappiamo costruire la fabbrica, i fornitori e il mercato capaci di produrne migliaia.














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