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Sbloccare l’innovazione in Italia: ecco le infrastrutture che servono



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In Italia si parla spesso di bandi, progetti e centri di eccellenza, molto meno di infrastrutture per la ricerca applicata. Eppure è lì che si decide se un’idea resta una demo o diventa capacità industriale

Pubblicato il 17 feb 2026

Davide Liberato lo Conte

PhD Post-doc Research Fellow in Management Department of Management Sapienza University of Rome



terabit ricerca e innovazione; manifattura elettronica

Quando parliamo di “futuro della ricerca applicata”, non stiamo discutendo solo di finanziamenti o di eccellenza scientifica. Stiamo discutendo di architetture infrastrutturali che determinano se un risultato progettuale diventa tecnologia scalabile, standard di filiera, servizio pubblico, prodotto esportabile o resta un prototipo isolato.

Oltre la retorica “progetto-centrica”: la ricerca applicata è un sistema operativo nazionale

In Italia (e non solo) la ricerca applicata è stata a lungo trattata come una somma di progetti: call, consorzi, WP, deliverable, rendicontazione. È una logica comprensibile per allocare risorse e controllare l’esecuzione, ma è insufficiente per governare l’innovazione contemporanea. La ragione è tecnica: i domini a più alta intensità di crescita (AI, cybersecurity, advanced manufacturing, bio-digital, materiali, energy tech, space, quantum) richiedono cicli di sviluppo non lineari, in cui l’output scientifico viene continuamente ricalibrato su vincoli industriali, normative, dati disponibili, requisiti di sicurezza e costi di deployment.

La ricerca applicata moderna assomiglia più a un sistema operativo che a una sequenza di progetti: un insieme di componenti (laboratori, data platform, standard, protocolli, competenze, regole di accesso, IP policy, procurement, compliance) che devono funzionare insieme, con latenza bassa e interoperabilità alta. Se manca questo “OS”, l’Italia continuerà a produrre pubblicazioni e prototipi eccellenti senza riuscire a trasformarli in capability industriale e vantaggio competitivo stabile.

Un indicatore utile (e molto concreto) è il salto tra livelli TRL/MRL: la distanza tra TRL 3–5 (proof-of-concept e validazioni in ambiente controllato) e TRL 7–9 (dimostrazione e industrializzazione) non si colma con “un altro progetto”, ma con infrastrutture di test, dati, certificazione, cybersecurity, supply chain e governance che riducono il rischio tecnico e regolatorio del passaggio.

Cosa intendiamo davvero per “infrastrutture” nella ricerca applicata

Parlare di infrastrutture come “strumentazione e edifici” è riduttivo. Oggi la ricerca applicata richiede infrastrutture multilivello:

  • Infrastrutture fisiche e di sperimentazione: linee pilota, living lab, testbed industriali, ambienti pre-normativi, banchi prova certificabili, facility di metrologia e calibrazione, infrastrutture per prove di affidabilità e sicurezza. Senza queste, la transizione dal prototipo al prodotto resta una scommessa.
  • Infrastrutture digitali: HPC/HTC, cloud scientifico e industriale, MLOps platform, pipeline di data engineering, repository e registri di modelli, ambienti di simulazione e digital twin, piattaforme di osservabilità (telemetria, logging, tracing), toolchain DevSecOps. Qui si decide il destino dell’AI applicata: senza MLOps e monitoraggio, un modello resta una demo;
  • Infrastrutture dati: data lake e data mesh, cataloghi, sistemi di data governance, data quality e lineage, strumenti di anonimizzazione/pseudonimizzazione, access policy, consent management, secure enclave e confidential computing. La ricerca applicata data-driven vive o muore sulla qualità e sulla fruibilità dei dati;
  • Infrastrutture di interoperabilità: standard di settore, ontologie, vocabolari controllati, API e protocolli, formati machine-readable, sistemi di identità digitale e attributi, federazioni di accesso. Senza interoperabilità, si replica ciò che già esiste e non si scala;
  • Infrastrutture organizzative e legali: Technology Transfer Office evoluti (non amministrativi), competenze contrattuali, modelli di IP e data rights, policy di open science e dual-use, gestione conflitti di interesse, meccanismi di procurement innovativo. Qui si sblocca (o si blocca) la valorizzazione.

Queste infrastrutture non sono “supporto”: sono parte integrante della ricerca applicata. Non è un dettaglio: significa che finanziarle una tantum non basta. Serve manutenzione, aggiornamento e un modello di sostenibilità.

L’anello mancante italiano: infrastrutture di “transizione” tra ricerca e produzione

In molti settori, l’Italia soffre soprattutto nella fase intermedia: dove la scienza deve diventare ingegneria industriale, e l’innovazione deve entrare in processi certificabili, replicabili e sicuri. Qui emergono colli di bottiglia tipici:

  • Mancanza di testbed condivisi per prove realistiche (es. AI in sanità, mobilità, industria; cybersecurity in OT/ICS; energy management su reti reali);
  • Assenza di “data commons” governati per addestrare e validare modelli in modo legalmente robusto e tecnicamente solido;
  • Difficoltà di procurement: le PA e molte grandi organizzazioni acquistano “prodotti finiti” o consulenze, ma faticano a costruire contratti che finanzino sperimentazioni graduali (PoC → pilota → scale-up) con criteri verificabili;
  • Gap di compliance by design: GDPR, sicurezza, logging, auditabilità, risk assessment vengono aggiunti dopo (“compliance as a patch”), con costi elevati e ritardi che uccidono la scalabilità.

Se la ricerca applicata deve diventare leva competitiva, servono infrastrutture di transizione: ambienti dove validazione tecnica, validazione economica e validazione regolatoria avvengono insieme, riducendo incertezza e tempi.

Il nodo “dati”: senza governance e diritti d’uso, la ricerca applicata non industrializza

Oggi gran parte dell’innovazione applicata è data-centric. Ma l’Italia si scontra con un problema strutturale: i dati esistono (in imprese, PA, sanità, filiere) ma sono difficili da usare per motivi tecnici e giuridici. Le questioni operative sono molto concrete:

  • Data quality: incompletezza, duplicazioni, incoerenza semantica, bias di raccolta, drift. Senza un programma di data quality e metriche, l’AI applicata produce risultati fragili;
  • Lineage e audit: in ambiti regolati (finanza, sanità, PA) bisogna dimostrare “da dove arrivano” i dati e come sono stati trasformati. Senza lineage, non c’è fiducia e non c’è certificabilità;
  • Access control e federazione: servono modelli di accesso basati su identità e attributi (ABAC), federazione tra enti, segregazione per ruoli, controllo su export e riuso;
  • Data rights: chi può fare cosa (addestrare, validare, derivare, commercializzare)? Senza un modello contrattuale e policy, le organizzazioni diventano conservative e tutto si blocca.

Qui entra in gioco la necessità di infrastrutture dati “di sistema”: cataloghi, policy engine, strumenti di privacy engineering, ambienti di calcolo sicuro (secure enclave), e soprattutto regole di uso riutilizzabili (clausole standard, data sharing agreement modulari, schemi di licenza per dataset, governance di accesso).

Dall’AI “demo” all’AI “operativa”: MLOps, monitoraggio e responsabilità tecnica

Uno dei punti più sottovalutati nel dibattito pubblico è che l’AI applicata non è un modello: è un servizio operativo. E un servizio operativo richiede infrastruttura. Un impianto serio di ricerca applicata in AI deve prevedere:

  • Pipeline di training/validation riproducibili, con versioning di dati e feature (feature store), e gestione degli esperimenti.
  • Model registry con metadati, metriche, dataset di riferimento, limitazioni d’uso e note di rischio.
  • MLOps e CI/CD per rilasci controllati, canary deployment, rollback, test automatici (performance, robustness, fairness).
  • Monitoraggio post-deploy: drift detection, data shift, performance decay, alert su anomalie, misure di stabilità.
  • Observability e logging: tracciabilità delle decisioni (quando possibile), audit trail, gestione incidenti, processi di patching.
  • Human-in-the-loop dove necessario: soglie di intervento umano, escalation, ruoli e responsabilità.

Senza queste componenti, la “ricerca applicata” si ferma alla demo. Con queste componenti, diventa una capability industriale trasferibile.

Infrastrutture regolatorie: compliance-by-design come abilitatore, non freno

Per la ricerca applicata contemporanea, la regolazione non è un vincolo esterno: è un parametro di progetto. Questo vale in modo netto per GDPR e cybersecurity, e sempre di più per i regimi di rischio dell’AI. La differenza tra innovazione che scala e innovazione che si arena sta nella capacità di costruire:

  • privacy engineering (data minimization, pseudonimizzazione, DPIA integrata, gestione consensi, retention policy);
  • security-by-design (threat modeling, secure SDLC, hardening, gestione vulnerabilità);
  • risk management (valutazioni periodiche, incident response, processi di revisione).

Per l’Italia, un tema strategico è la creazione di sandbox e ambienti di prova regolati, dove università, imprese e PA possano sperimentare con regole chiare, riducendo il rischio di blocco. Non è “deregolazione”: è progettazione intelligente della sperimentazione.

La sostenibilità economica delle infrastrutture: il punto che decide se tutto regge dopo i finanziamenti

Molti programmi (anche ben finanziati) falliscono nella fase successiva: quando termina il budget iniziale e l’infrastruttura resta senza un modello di gestione. Le infrastrutture per ricerca applicata hanno costi ricorrenti: cloud, storage, licenze, personale tecnico, cybersecurity, aggiornamenti, audit, energy cost, manutenzione strumentale.

Serve quindi una strategia di sostenibilità che combini:

  • modelli di accesso a tariffa (per imprese, PA, terzi), con pricing trasparente;
  • co-finanziamento industriale su capacità condivise (non solo su singoli progetti);
  • governance di portafoglio (scelte su cosa mantenere, cosa aggiornare, cosa dismettere);
  • indicatori di utilizzo e impatto (non solo output scientifici).

Un’infrastruttura che non viene usata è un costo, non un asset. Per questo il criterio “quanto abbiamo speso” è inutile se non accompagnato da “quanta capacità abbiamo creato e quanta domanda reale la utilizza”.

Il problema della frammentazione: troppe isole, poca federazione

L’Italia tende a moltiplicare iniziative: centri, hub, programmi, reti. Il punto non è il numero: è il coordinamento. Infrastrutture isolate producono:

  • duplicazione;
  • standard incompatibili;
  • difficoltà di accesso per le PMI;
  • inefficienza nel data sharing;
  • dispersione di competenze tecniche rare (data engineer, MLOps, security architect).

La soluzione non è centralizzare tutto, ma federare. Federazione significa regole comuni (identità, accesso, standard, cataloghi), interoperabilità e governance. Un modello realistico è “federated infrastructure”: nodi territoriali e settoriali autonomi, ma con un backbone comune di regole tecniche e legali.

Ricerca applicata e filiere: l’infrastruttura migliore è quella che riduce il costo di coordinamento

Se la ricerca applicata deve impattare sul tessuto produttivo italiano, deve parlare la lingua delle filiere: manifattura avanzata, moda, agroalimentare, meccanica, energia, turismo, health tech. Nelle filiere, il problema tipico non è solo inventare una tecnologia: è ridurre il costo di coordinamento tra attori diversi, rendere i dati interoperabili, costruire standard e metriche condivise, creare strumenti replicabili.

Qui le infrastrutture diventano un “bene comune” competitivo: una piattaforma di test e dati condivisa può aumentare l’efficienza dell’intera filiera e migliorare anche l’accesso al credito e la capacità di export (perché aumenta tracciabilità, qualità e affidabilità).

Un’agenda tecnica per il futuro: cosa fare (davvero) se vogliamo una ricerca applicata che scala

Se l’obiettivo è un salto strutturale, servono mosse con contenuto tecnico preciso:

  1. Costruire testbed nazionali federati in domini chiave (AI per industria e PA, cybersecurity OT, health data, energy systems, smart mobility), con regole di accesso e dataset governati.
  2. Istituire un backbone di data governance: cataloghi, policy engine, standard semantici, contratti modulari per data sharing, e ambienti di calcolo sicuro.
  3. Rendere obbligatorio l’MLOps nei progetti AI applicata, con deliverable verificabili (model registry, monitoraggio, drift, audit trail), per evitare “AI da slide”.
  4. Sviluppare procurement innovativo a fasi, con contratti che finanzino sperimentazioni progressive e prevedano metriche tecniche (SLA, performance, sicurezza, compliance) e non solo narrative.
  5. Finanziare la manutenzione, non solo la costruzione: almeno una quota dei programmi deve coprire costi ricorrenti, personale tecnico e cybersecurity.
  6. Valutare capacità e uso, non solo output: metriche di utilizzo reale, imprese servite, tempo medio per passare da PoC a pilota, riduzione del rischio regolatorio, riuso di componenti (software/dati/modelli).
  7. Federare e standardizzare, evitando che ogni hub inventi regole proprie su identità, accesso e dati.

Questa agenda non è “politica” nel senso generico: è ingegneria istituzionale e tecnica. Senza, la ricerca applicata rimane episodica.

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