Il 1° luglio Bending Spoons suonava la campanella al Nasdaq. Il 15 settembre Exein annunciava il round che la porta nel club degli unicorni. Una settimana dopo Newcleo iniziava a scambiare a New York con il ticker NWCL. In mezzo, una sequenza di round e acquisizioni con cui alcune scaleup italiane hanno letteralmente smesso di aspettare un acquirente e hanno iniziato a comprare aziende in Europa.
Dodici settimane che, prese una per una, sono ottime notizie per le aziende coinvolte. Messe una dietro l’altra iniziano però a raccontare qualcosa di più interessante sull’ecosistema italiano. La scala delle operazioni sta cambiando e, per la prima volta, una parte importante di questa crescita arriva dal settore deep tech.
Lavorando ogni giorno con founder e investitori, questa accelerazione si vede. Ma si vedono altrettanto bene i punti ancora scoperti, che rischiano di diventare evidenti proprio adesso che le aziende italiane iniziano a giocare una partita diversa.
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Exein, il primo unicorno deep tech italiano
Il caso più significativo dell’estate arriva da Roma. Exein, la scaleup della “cybersecurity embedded”, per i dispositivi fisici, fondata nel 2018 e guidata da Gianni Cuozzo insieme a Gerardo Gagliardo e Giovanni Alberto Falcione, ha raccolto 270 milioni di dollari in un round guidato da Headline che la valuta 1,7 miliardi. Ora, con Satispay e Scalapay, gli unicorni italiani diventano tre. Ed Exein è il primo che arriva dal deep tech, situazione poco comune in tutto il mondo, ma che sicuramente può rappresentare una tendenza nei prossimi mesi.
La traiettoria racconta bene la velocità con cui sta crescendo l’azienda. In pochi anni la valutazione è salita fino a 1,7 miliardi di dollari e la tecnologia di Exein protegge oggi una rete di circa due miliardi di dispositivi tra automazione industriale, automotive, energia, sanità, semiconduttori, aerospazio e robotica. Il nuovo round servirà soprattutto all’espansione negli Stati Uniti e nell’area Asia-Pacifico.
Ma è il posizionamento tecnologico a rendere il caso particolarmente interessante. Exein sta costruendo il layer di sicurezza per robot, droni, veicoli e macchine che utilizzano l’intelligenza artificiale per interagire con il mondo fisico. Sta inoltre lavorando a un foundation model proprietario alimentato dalla telemetria raccolta attraverso la propria rete di dispositivi. Il round arriva mentre gli attacchi rilevati dall’azienda sono cresciuti fino a circa 5.000 nuovi attacchi non ripetitivi alla settimana, cinque volte rispetto all’anno precedente.
Una startup nata a Roma otto anni fa si trova quindi a competere su uno dei segmenti più strategici del prossimo decennio, con una presenza crescente negli Stati Uniti e in Asia. È probabilmente questo, ancora più della valutazione da unicorno, il passaggio da osservare.
Newcleo al Nasdaq: il nucleare italiano va a Wall Street
Una settimana dopo l’annuncio del round di Exein e la sua consacrazione a nuovo unicorno, il deep tech di matrice italiana è arrivato anche sui mercati pubblici.
Newcleo, la startup del nucleare di nuova generazione fondata da Stefano Buono, ha completato la “business combination” con la SPAC NewHold Investment Corp III e dal 22 settembre è quotata sul Nasdaq Global Select Market con il ticker NWCL. L’operazione ha portato circa 247 milioni di dollari di nuovi capitali nelle casse, di cui 216 milioni attraverso un PIPE sovrascritto e 31 milioni provenienti dal trust della SPAC, su una valutazione pre-money di circa 2,4 miliardi di dollari.
Qui siamo in un territorio ancora diverso. Newcleo sviluppa reattori modulari avanzati raffreddati a piombo e lavora sulla produzione di combustibile MOX. Difficile immaginare un settore più capital intensive. I nuovi capitali serviranno, tra le altre cose, a completare e mettere in funzione il dimostratore non nucleare da 10 MWth in Italia e a portare avanti il percorso regolatorio con le autorità di sicurezza nucleare statunitensi e francesi.
Il caso Newcleo richiede però una precisazione, soprattutto quando lo si inserisce nel racconto dell’ecosistema italiano. L’azienda nasce dall’iniziativa di imprenditori e scienziati italiani, Stefano Buono appunto, e mantiene in Italia, precisamente a Torino, una parte importante delle proprie attività tecnologiche, ma la capogruppo è una società britannica e oggi il gruppo indica Parigi e New York come proprie sedi operative.
È una configurazione che abbiamo già visto in altre storie nate dall’ecosistema italiano. Il talento, una parte della ricerca e spesso i founder partono da qui. Quando però servono centinaia di milioni di capitale e l’accesso ai mercati pubblici, struttura societaria, investitori e quotazione tendono a spostarsi altrove.
È un tema che dovrebbe interessarci almeno quanto il successo delle singole aziende. Con Newcleo però la leva decisiva non sono i capitali, bensì anche aspetti commerciali e regolatori, dato che il nucleare non è ancora un segmento legalmente percorribile nel nostro paese.
Da prede a consolidatori: le scaleup italiane comprano in Europa
C’è poi un altro fenomeno che considero meno visibile, ma forse ancora più indicativo della maturazione dell’ecosistema, al quale stiamo assistendo in modo eloquente nelle ultime settimane.
Per anni una delle exit più frequenti per una startup italiana è stata l’acquisizione da parte di un gruppo industriale più grande, di un peer o di una startup più capitalizzata, tutti di origine straniera. Nel 2026 appunto cominciamo a vedere con maggiore frequenza il movimento opposto: scaleup italiane che raccolgono capitale, anche da importanti VC internazionali, per comprare aziende europee e consolidare i propri mercati.
Lexroom e il venture capital per consolidare il mercato
Lexroom è uno degli esempi più chiari. Dopo il Series B da 50 milioni di dollari guidato da Left Lane Capital, ha annunciato in pochi giorni le acquisizioni di Brocardi in Italia, Query Juriste in Francia e Praven Intelekt in Bulgaria. Un’azienda ancora giovane utilizza quindi il venture capital non soltanto per finanziare crescita organica e internazionalizzazione, ma per diventare direttamente un consolidatore europeo.
La stessa dinamica si vede, con modalità diverse, in altri settori. Contents, scaleup milanese attiva nell’AI orchestration a livello enterprise, ha di recente acquisito il 100% della spagnola Balio, sesta acquisizione del gruppo, dopo l’estensione del Series B che ha portato la raccolta complessiva a 25 milioni di dollari. Hlpy ha chiuso un round ibrido da 20 milioni di euro tra equity e debito destinato anche ad acquisizioni strategiche e ha rilevato il 100% di Carvoilà. Cosmico ha raccolto 12 milioni di euro guidati da P101 e prevede altre operazioni entro la fine dell’anno. Sul fronte deep tech, D-Orbit aveva aperto il 2026 con un round da 110 milioni di euro.
Sono aziende e mercati molto diversi, ma il meccanismo inizia ad assomigliarsi. Il capitale raccolto non serve più soltanto a finanziare il burn necessario per conquistare quote di mercato ma viene utilizzato anche per aggregare concorrenti, tecnologia, clienti e distribuzione, di fatto accelerando la crescita in modo sostanziale.
Bending Spoons e il modello delle acquisizioni
Bending Spoons ha portato questo modello alla massima scala possibile, costruendo attorno alle acquisizioni una parte centrale della propria strategia. Il 1° luglio ha debuttato al Nasdaq con una capitalizzazione di circa 25 miliardi di dollari dopo il primo giorno di negoziazione e con un portafoglio costruito attraverso decine di acquisizioni, tra cui Vimeo, Eventbrite, AOL e di recente Miro.
Non tutte le scaleup italiane diventeranno Bending Spoons, ovviamente. Ma vedere aziende molto più piccole iniziare a utilizzare lo stesso playbook significa che qualcosa nella cultura imprenditoriale sta cambiando, ed è un ottimo segnale.
I numeri dietro il salto di scala del tech italiano
I dati aggregati confermano questa accelerazione, anche se raccontano un mercato meno lineare di quanto possano suggerire i grandi round.
Nel primo semestre 2026 gli investimenti in startup e imprese innovative italiane hanno raggiunto 813 milioni di euro distribuiti su 145 round. Secondo l’Osservatorio realizzato da Growth Capital con Italian Tech Alliance, escludendo i mega round il secondo trimestre è stato il secondo migliore di sempre, con una crescita significativa sia della media sia della mediana delle operazioni.
Il mercato sta quindi aumentando la dimensione delle operazioni. Ed è un passaggio importante, perché per anni uno dei problemi del venture italiano è stato proprio la difficoltà di accompagnare le aziende oltre le prime fasi.
Il deep tech e la necessità di capitali più grandi
Il deep tech rende questa necessità ancora più evidente. Nel 2025 il settore ha assorbito una quota crescente del venture capital europeo, confermando un cambiamento iniziato già da diversi anni. Cybersecurity, spazio, semiconduttori, difesa, robotica, energia e nuovi materiali richiedono però quantità di capitale molto superiori rispetto al software tradizionale e tempi di sviluppo più lunghi.
È esattamente qui che emerge la parte meno rassicurante dei numeri italiani. Il 2026, infatti, si era aperto con appena 53 round nel primo trimestre, il dato più basso degli ultimi cinque anni secondo Growth Capital e Italian Tech Alliance. Pre-Seed e Seed rappresentavano il 58% delle operazioni ma appena l’8% del capitale investito.
Il mercato continua quindi a spostarsi verso ticket più grandi e aziende più mature, mentre la parte iniziale della pipeline perde peso.
Ed è difficile non vedere una contraddizione. Celebriamo oggi aziende nate e finanziate diversi anni fa proprio mentre diventa più difficile finanziare quelle che dovrebbero prendere il loro posto domani.
Cosa si vede da dentro: pipeline e capitale per il deep tech
È probabilmente questo il punto che mi interessa di più, anche perché riguarda quello che osservo ogni giorno lavorando con founder e investitori in tutta Europa.
La pipeline delle aziende che dovranno crescere domani
Il primo tema è la pipeline. Exein, Newcleo, D-Orbit e le scaleup che oggi stanno facendo acquisizioni sono il risultato di cicli di investimento iniziati anni fa. Gli unicorni del 2030, se arriveranno, stanno probabilmente raccogliendo oggi il loro Seed o Series A. Se continuiamo a concentrare il capitale sulle aziende già emerse senza alimentare adeguatamente la base, tra quattro o cinque anni avremo semplicemente meno candidati in grado di arrivare a quella scala, e questo non è assolutamente banale.
Il capitale paziente per finanziare il deep tech
Il secondo tema è il capitale paziente. Il deep tech non permette scorciatoie. Servono anni di sviluppo, capitale importante e investitori capaci di continuare a finanziare l’azienda quando i round passano dalle decine alle centinaia di milioni. Exein ha trovato il lead investor in Headline e ha raccolto capitali da investitori internazionali come Goldman Sachs, Sofina e Balderton, oltre al supporto di EIB Group e KfW Capital. Newcleo è arrivata sul Nasdaq attraverso una SPAC americana.
Non è un problema che il capitale sia internazionale. Anzi, per aziende che vogliono competere globalmente è inevitabile e spesso auspicabile. Il problema nasce quando manca un capitale domestico sufficientemente profondo da partecipare alle fasi decisive e trattenere una quota maggiore del valore creato.
Il capitale diffuso nelle fasi iniziali
C’è infine il tema del capitale diffuso. La sospensione delle detrazioni fiscali per gli investimenti in startup ha colpito proprio business angel e investitori privati, una componente che pesa soprattutto nelle fasi iniziali. È un paradosso difficile da ignorare: nel momento in cui l’ecosistema dimostra finalmente di poter produrre aziende deep tech da miliardi, rendiamo meno conveniente finanziare quelle che stanno iniziando oggi.
Un salto di scala del tech italiano da rendere strutturale
Tre o quattro anni fa una sequenza di quotazioni, round e acquisizione come quella a cui abbiamo assistito sarebbe stata difficile da immaginare.
Il salto di scala quindi c’è. Il punto adesso è capire se stiamo costruendo le condizioni perché diventi strutturale oppure se tra qualche anno guarderemo al 2026 come a una stagione particolarmente fortunata.
Per me la risposta passa soprattutto da tre nodi che sono già visibili oggi: riportare capitale sulle fasi iniziali, costruire investitori domestici capaci di seguire il deep tech quando i round diventano da centinaia di milioni e creare le condizioni perché una parte maggiore delle aziende nate qui possa mantenere in Italia non soltanto ricerca e talento, ma anche struttura, capitale e valore.
I casi di questi mesi dimostrano che il problema italiano non è più soltanto riuscire a creare aziende tecnologiche di livello globale. Adesso dobbiamo capire se siamo anche capaci di costruire intorno a loro un ecosistema della stessa scala per poter andare nel posto che ci compete.



























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