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Data center in Lombardia, la corsa all’IA mette alla prova i territori



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La crescita dei data center in Lombardia accompagna la spinta europea verso l’intelligenza artificiale e la sovranità digitale. Le nuove norme nazionali e regionali puntano ad accelerare gli investimenti, ma restano aperti i nodi su energia, acqua, consumo di suolo e consenso delle comunità locali

Pubblicato il 17 giu 2026

Dario Antares Fumagalli

DPO e consulente in materia di GDPR, AI e NIS2 presso la società Studio DFG



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Non passa giorno che qualche figura di primissimo livello, in Italia e in Europa, invochi un’accelerazione in materia di intelligenza artificiale.[1] Se è vero che questa tecnologia si sta sempre più imponendo come fattore determinante di competitività, è altrettanto vero che sta alimentando una domanda senza precedenti di capacità computazionale e di infrastrutture energetiche.

In questo scenario si innesta l’intervento normativo voluto dalla Regione Lombardia in materia di Data Center.

La Lombardia, infatti, si sta rapidamente trasformando nel principale hub italiano per la realizzazione di queste infrastrutture che sono oggi fondamentali ma pongono problematiche complesse in termini di sostenibilità ambientale e sociale, soprattutto su scala locale. Per questo, insieme agli investimenti, soprattutto nell’area del capoluogo lombardo e nell’hinterland, crescono anche le tensioni sociali e ambientali riguardanti il consumo di suolo, di energia, di acqua, la governance urbana e il rapporto tra interesse nazionale e autonomie locali.

Data center in Lombardia e sovranità tecnologica europea

Per contestualizzare, è utile ricordare che qualunque ambizione di sovranità tecnologica europea, oltre a passare per la semplificazione normativa, lo sblocco di capitali e la creazione di campioni su scala europea, passa per la moltiplicazione di quello che potremmo definire il serbatoio dei dati (indispensabili per le nuovissime tecnologie digitali) e, allo stesso tempo, il motore dei modelli di IA. Sotto questo profilo, è bene ricordare che a livello globale la leadership indiscussa è degli USA, che secondo rilevazioni recenti (2025)[2], dispongono di 5427 data center. Al secondo posto c’è la Germania che, tuttavia, vede da lontano la leadership, disponendo di 529 data center, tallonata dal Regno Unito con 523 infrastrutture analoghe, a sua volta seguita dalla Cina che si attesta su un numero di 449.

Nel suo complesso, l’UE nel suo complesso (3346) è, dunque, molto lontana dagli USA che, ricordiamolo, nel nuovo disordine globale non possono non essere considerati, per lo meno, competitor. Senza contare che un data center non vale l’altro, dal momento che la disponibilità di energia per il raffreddamento, di cablatura sottomarina in prossimità e di macchine più performanti (ad esempio, dotate di GPU in grado di performare al meglio in ottica di IA), possono segnare una differenza qualitativa notevole. L’Italia, coi suoi 146 data center, offre al suo contesto regionale (inutile anche solo ragionare in termini di autonomia nazionale) un contributo non irrilevante, ma nemmeno sufficiente a imporsi, in questo campo, come player autorevole.

Il DL Bollette e il nuovo quadro autorizzativo

Una novità, nell’ottica di sviluppo, arriva nel 2026 con l’introduzione dell’articolo 8 del Decreto-Legge n. 21/2026, il cosiddetto “DL Bollette”, che riconosce formalmente i data center come infrastrutture strategiche per la competitività nazionale.[3] La norma introduce una procedura autorizzativa unica per la realizzazione e l’ampliamento dei centri dati, affidata al Ministero dell’Ambiente o alle Regioni competenti tramite conferenza dei servizi.

La norma, che interviene su numerosi aspetti, compresi quelli ambientali, introduce un nuovo modello autorizzativo che sembra puntare a ridurre l’incertezza amministrativa che fino a oggi lasciava ampio margine discrezionale ai singoli Comuni. I tempi autorizzativi vengono formalmente limitati a dieci mesi, prorogabili solo in casi eccezionali, con l’obiettivo di accelerare investimenti ritenuti strategici per il sistema-Paese. Parallelamente, la Lombardia ha approvato la prima legge regionale italiana dedicata specificamente ai data center.[4] La norma introduce uno “Sportello regionale per i centri dati”, una cabina di regia tecnica e un sistema di pianificazione urbanistica orientato al riuso di aree industriali dismesse. La logica politica è chiara: evitare una crescita incontrollata e frammentata, cercando allo stesso tempo di mantenere attrattiva la regione per gli investitori internazionali. La Lombardia concentra già la quota più rilevante della potenza IT nazionale e continua a rappresentare il principale nodo italiano per il traffico dati europeo. Se, da un lato, la norma è stata vista da alcuni con timore che possa in qualche modo rallentare una corsa strategica per il Paese, è asseritamente concepita per rendere organica la disciplina in materia e, senza frenare lo sviluppo, evitare che avvenga in modo disordinato e insostenibile.

Investimenti, territori e capitalismo infrastrutturale

Del resto, il problema non è trascurabile. Se è vero che queste infrastrutture sono indispensabili, tanto quanto lo sono state finora quelle di generazione dell’energia elettrica o di raffinazione degli idrocarburi, è anche vero che il loro exploit non può avvenire in modo selvaggio. Ad oggi il modello economico che si sta consolidando è quello di un capitalismo infrastrutturale ad alto impatto: grandi operatori tecnologici acquisiscono aree industriali, siglano accordi energetici dedicati e costruiscono poli altamente automatizzati ma con un impatto territoriale significativo.

Negli Stati Uniti il fenomeno ha già prodotto forti tensioni politiche. Non sono rare le notizie di comunità locali in cui si sono verificati disordini o che hanno avviato proteste contro nuovi insediamenti di Big Tech, accusati di consumare enormi quantità di energia e acqua senza produrre benefici occupazionali proporzionati.[5] In molti casi, i data center impiegano poche decine di tecnici altamente specializzati a fronte di investimenti miliardari e di un forte impatto urbanistico. Senza contare l’impatto sui costi dell’energia per cittadini e imprese che, a seconda del regime di redistribuzione operante in una data regione, finisce per penalizzare tutta la comunità in modo sensibile. Come spesso accade, gli USA anticipano fenomeni che poi si replicano, con le dovute differenze, a casa nostra. Un esempio emblematico è il caso del maxi data center previsto nell’area ex Novaceta di Magenta — un investimento stimato in circa 2,5 miliardi di euro – che a fronte del già ricordato contributo allo sviluppo tecnologico nazionale, ha sollevato le contestazioni di residenti e ambientalisti per l’impatto sul territorio.[6]

Consumi energetici, acqua e impatto ambientale dei data center

In generale, in vicende di questo genere i problemi reali e temuti sono diversi. Il primo profilo critico ha a che vedere con la sostenibilità ambientale. I data center richiedono elevatissimi consumi elettrici e, in molti casi, importanti quantità d’acqua per il raffreddamento. L’effetto cumulativo di decine di nuovi impianti concentrati nella stessa area geografica rischia di produrre pressione sulle reti energetiche e idriche regionali. Ad esempio, uno studio pubblicato nel 2026 sull’“effetto isola di calore dei data center” stima un incremento medio locale della temperatura di circa 2°C nelle aree circostanti i grandi hyperscaler AI, con possibili conseguenze sanitarie e climatiche sulle comunità urbane.[7] Altre ricerche internazionali mostrano come il settore dei data center stia diventando uno dei principali consumatori di elettricità. Negli Stati Uniti, secondo uno studio del 2024, queste infrastrutture rappresentano oltre il 4% del consumo elettrico nazionale, con emissioni climalteranti ancora fortemente legate ai combustibili fossili. Queste problematiche hanno ovvie implicazioni di natura ambientale/ecologica, ma non solo. Infatti, le criticità appena sintetizzate sono seguite a ruota, come conseguenza diretta, da problemi di natura socioeconomica e, a cascata, politica. Aumenti spropositati dei costi dell’energia per gli stakeholder locali (cittadini e imprese), minor vivibilità del territorio, sottrazione di ricchezza sotto forma di impoverimento paesaggistico e urbanistico senza adeguati contrappesi in termini di beneficio economico locale (es. pochi posti di lavoro, impossibilità di competere nel settore per piccoli player locali), sono alcuni dei profili di impatto negativo più critici. Ciò tanto più in regioni come la Lombardia, caratterizzate da elevata densità urbana e industriale. In tal senso, le critiche più dure sostengono che la nuova legge regionale non introduca vincoli sufficientemente stringenti e rischi di replicare quanto già avvenuto altrove: crescita rapida, forte cementificazione e pianificazione territoriale tardiva.

Data center AI, conflitto sociale e consenso politico

Sul piano più puramente politico, poi, lo sviluppo esplosivo dei data center AI-correlato sta producendo anche un nuovo tipo di conflitto sociale. Negli Stati Uniti il fenomeno è già stato interpretato come una forma di “dissenso anti-tech”. Le proteste contro le grandi infrastrutture digitali vengono monitorate con crescente attenzione dalle autorità federali e dagli apparati di sicurezza, soprattutto quando coinvolgono gruppi ambientalisti o movimenti locali contrari all’espansione delle Big Tech. Il tema non riguarda soltanto la sicurezza fisica delle infrastrutture, ma anche la gestione politica del consenso attorno alla transizione digitale. Anche in Italia emergono dinamiche simili, seppure su scala diversa. Il dibattito pubblico online mostra una crescente polarizzazione: da un lato chi considera i data center essenziali per la sovranità digitale europea e per la competitività economica; dall’altro chi intravede nel fenomeno un male assoluto da ostacolare risolutamente.

Il pattern della polarizzazione è ormai una costante, che però impedisce al meccanismo sociale democratico e condiviso di esprimere uno dei suoi principali valori, ossia la capacità di dar luogo (pur, a volte, disordinatamente e con un certo tasso di ingiustizia) ad una sintesi delle istanze che, senza frenare lo sviluppo, eviti di obliterare totalmente le perplessità dei meno entusiasti o delle minoranze. Tale modello, che ha garantito, tra altri fattori, successo e benessere alle democrazie occidentali, appare ora in profonda crisi. Tutto è ridotto ad un braccio di ferro brutale tra bande animate da interessi a volte inconsapevolmente metabolizzati sotto forma di assoluti etici e refrattarie, dunque, a interagire dialetticamente per trovare vie accettabili da tutti.

La necessità di governare la transizione digitale

Di certo, di data center, come di cablaggio sottomarino e di governance della supply chain dei semiconduttori, in Europa e in Italia c’è assoluto bisogno. Basti ricordare quanto ripetuto più volte con solennità da Mario Draghi, che nei suoi report ha posto la competizione tecnologica al centro di qualunque strategia di difesa della sovranità europea, per non parlare dell’eventuale proiezione esterna. Ma, più ancora che le parole ormai frequenti di analisti e figure istituzionali, lo sottolineano i fatti, prime fra tutte le vicende belliche, a partire da quella ucraina, in cui gli UAV (droni) acquisiscono più rilevanza ogni giorno che passa.[8]

D’altra parte, è bene governare oculatamente il percorso di transizione e sviluppo, non trascurando le ricadute locali e territoriali dello sviluppo di queste infrastrutture (come anche dell’utilizzo stesso dei servizi AI). Ciò perché, in un tempo di disordine come quello attuale, non è escluso che attorno a controversie come quelle sui data center possano attivarsi focolai di dissenso capaci di destabilizzare l’ordine politico già precario. Ma anche e, forse, soprattutto perché è bene ricordare che il fine ultimo dello sviluppo tecnologico è proteggere il valore aggiunto che nei nostri territori si è generato per secoli e se il prezzo da pagare per competere fosse svuotarli di risorse, benessere, uguaglianza e vitalità, allora sarebbe davvero necessario chiedersi “cui prodest?”.

Note

[1] https://www.corriere.it/economia/finanza/26_maggio_29/panetta-ai-leva-decisiva-per-la-produttivita-italiana-intervento-pubblico-decisivo-8b15d411-53f7-4cdf-8355-875835cf4xlk.shtml

[2] https://www.cargoson.com/it/blog/numero-di-data-center-per-paese

[3] https://www.lcalex.it/i-data-center-come-infrastrutture-strategiche-il-nuovo-quadro-autorizzativo/

[4] https://www.lombardianotizie.online/data-center-nuova-legge/

[5] https://www.corriere.it/economia/finanza/25_ottobre_20/rivolte-usa-data-center-e7c5732a-854f-4b08-b3c1-ba9d32ffbxlk.shtml

[6] https://ticinonotizie.it/data-center-2-intanto-a-magenta-la-protesta-monta/

[7] https://www.fortuneita.com/2026/04/02/leffetto-isola-di-calore-dei-data-center/

[8] https://www.rainews.it/articoli/2026/05/kiev-usa-droni-ai-per-colpire-convogli-che-riforniscono-le-truppe-russe-analisi-della-bbc-53d1f358-a629-4739-98a1-6f5646e0cec5.html

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