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Fibra ottica, così arriva nelle zone a fallimento di mercato: le tre fasi

Dagli scavi e i permessi al coinvolgimento degli operatori, fino ai problemi che arrivano puntuali nella fase finale: la banda ultralarga in Italia è in ritardo, ma è anche vero le complessità e le lungaggini burocratiche non manca. E ai cittadini non resta che armarsi di pazienza e caparbietà

15 Lug 2020
Simone Sonzogni

Project Manager - Supervisione progetto BUL per il territorio del cremasco

Andrea Tironi

Project Manager - Digital Transformation


I cittadini e le aziende si aspettano la banda ultralarga ovunque: anche nelle zone a fallimento di mercato. Secondo la letteratura scientifica, questa è del resto un’infrastruttura che alcuni paragonano alle autostrade per importanza realizzativa. Forse anche maggiore, dato che internet veloce è condizione necessaria a supporto di tutti i diritti e dell’economia del nostro tempo.

È importante  tenere presente, però, che non si è mai vista un’autostrada arrivare in tutte le case di tutti i cittadini. Quindi stiamo parlando di un lavoro epocale, strategico, storico ed enorme. Lo era nel periodo pre-covid, lo è stato nel lockdown e lo è ancora di più in questo periodo di convivenza.

Come arriva la fibra nei cluster C e D

Di recente, i ritardi (purtroppo importanti) nel piano banda ultra larga nazionale sono emersi con chiarezza: si parla di due-tre anni rispetto al termine stabilito dal piano (copertura di tutti i cittadini ad almeno 30 Megabit entro il 2020); motivo per cui il decreto Semplificazione, appena approvato “salvo intese” dal Governo già prevede alcune misure per semplificare (e accelerare) i lavori. 

Del resto, possiamo dire, avendo vissuto l’esperienza della stesura della fibra ottica affiancando Open Fiber nei comuni del nostro territorio, che ogni cosa se vista nell’insieme è più complessa dei singoli punti di luce o ombra che si possono puntualmente evidenziare.

Cerchiamo quindi di sintetizzare le 3 fasi del percorso che riguarda il “portare la fibra ottica” a cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni nei cluster C e D. I cluster C e D sono le zone a fallimento di mercato, ovvero dove gli operatori con ottima probabilità non avrebbero mai investito perché antieconomico. Fortunatamente i fondi europei (e non solo) hanno permesso di procedere comunque alla copertura.

In particolare, parlerò, come dicevamo, parleremo dell’esperienza nei cluster C & D, dove abbiamo operato come www.consorzioit.net, ovvero la zona del cremasco, provincia di Cremona, Lombardia.

Gli scavi e i permessi

Dopo l’assegnazione della gara da parte di Infratel ad Open Fiber, c’è una fase di “raccolta permessistiche” che devono essere rilasciate da vari enti ad Open Fiber, in modo che Open Fiberpossa lavorare sui territori ed effettuare gli scavi.

Gli enti più importanti che hanno rilasciato permessistische nel nostro territorio sono stati:

  • comuni
  • province
  • sovrintendenze
  • gestori vari dei sottoservizi

Questo perché se Open Fiber deve fare degli scavi, deve prima richiedere i permessi e realizzare successivamente i ripristini, il tutto senza danneggiare infrastrutture di terzi.

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Le migliorie possibili in questa fase, che può durare dai 6 mesi ai diversi anni, e che si conclude con la conferenza dei servizi che poi dà il via ai lavori, sono:

  • Comuni: tipicamente i comuni verificano solo dal punto di vista tecnico quanto richiesto da Open Fiber, senza verificare se sono stati dimenticati civici o zone del paese. Ogni comune potrebbe fare un controllo puntuale dei civici, richiedendo a Open Fiber le coperture in suo possesso, in modo da agevolare Open Fiber nella comprensione di coperture mancanti prima dell’inizio degli scavi, e non poi segnalarlo durante gli scavi o addirittura dopo i collaudi.
  • Comuni: i comuni tipicamente danno il nulla osta poco prima della scadenza indicata da Open Fiber per le risposte (se rispondessero subito sarebbe meglio). Addirittura, a volte sono in ritardo e rischiano di bloccare i lavori (per motivi a noi sconosciuti, se non di poca attenzione o incomprensione del progetto o di mera politica).
  • Sovrintendenza: sembra che la sovrintendenza archeologica sia l’ostacolo maggiore verso Open Fiber a livello di permessi e blocco di scavi. Scavando in Italia, è difficile non trovare facendo una buca qualsiasi almeno un pezzo di strada romana o un ciottolo etrusco. In questo caso va fatta segnalazione alla sovrintendenza archeologica e pare che l’ostacolo maggiore sia che non solo questa richiede la conservazione del ritrovato, ma anche che venga lasciato dove è stato trovato. Questo blocca i lavori, porta a riprogettazione e varianti che poi possono portare a nuovi ritrovamenti creando dei blocchi ripetuti.
  • Open Fiber: non ha una modulistica di richiesta permessi impeccabile, quindi all’occhio di una PA molto attenta (o burocratica) non sfugge l’approssimazione o l’imprecisione. Su questo Open Fiber sta lavorando per migliorare i propri documenti e rendere quindi i rilasci di permessi molto più veloci.
  • Gestori: non sempre i gestori hanno mappe aggiornate e precise, ovvero a volte non indicano tubazioni o hanno posizioni errate associate ai loro cavidotti o tubi. Quindi quando si fanno gli scavi si rischia di tagliare cavi o tubazioni di vario tipo, con conseguente blocco dei lavori per ripristino o problemi macro come paesi senza gas o luce.
  • Amministratori locali: gli amministratori locali sono più attenti ai ripristini delle strade dopo scavo che non al progetto nell’insieme. Come ha senso che un amministratore sia puntuale nel chiedere un ripristino di strada fatto a regola d’arte, sarebbe anche importante che un amministratore locale possa cogliere l’importanza di essere un territorio che prima degli altri ha la fibra ottica. Questo può rendere il territorio più attraente per famiglie giovani, imprese e dare sviluppo al territorio. Inoltre, le amministrazioni comunali potrebbero anche dare supporto a Open Fiber nella richiesta dei permessi sui loro territori, visto che li conoscono bene e conoscono anche gestori e sovrintendenza o enti locali provinciali o di altro tipo. Facilitare il percorso per cui la fibra viene portata è una importante responsabilità che diversi enti locali non sentono.

Una volta raccolti i permessi ci sono gli scavi effettivi, con mille problemi peculiari (tubi non indicati che esistono e come detto vengono rotti, tubi che esistono e dovrebbero essere riutilizzati ma sono stati chiusi o tagliati in lavori precedenti, pozzetti bloccati sotto il manto stradale o interrati malamente, “umarei” da tenere a bada o che vanno in comune a segnalare ogni piccola situazione anomala, cartelli da mettere che magari non sono perfetti secondo la normativa locale o nazionale e quindi gli stessi uffici comunali bloccano i lavori da loro autorizzati, etc.).

Finiti i lavori (che sono la parte più lunga delle 3 fasi), c’è il collaudo che chiude i lavori e poi la commercializzazione e la fase 1 termina. A seguito del covid19, il collaudo viene fatto post commercializzazione e quindi si passa subito alla fase 2, risparmiando dai 2 ai 3 mesi di tempo sulla possibilità di attivare la fibra.

Arrivati a questo punto (dopo aver scavato) un ente pensa che il grosso sia passato (dopo 2 anni di burocrazia e 1-2 anni di lavori). Ora tocca agli operatori e l’ente può rilassarsi, i suoi cittadini avranno la fibra … o forse no?

Coinvolgimento degli operatori

Finiti gli scavi, si pensa che sia automatico che gli operatori arrivino a coprire il territorio. Come mostrato dal servizio di Report, la cosa non è automatica.

Infatti, e giustamente, gli operatori arrivano solo se ha economicamente senso per loro coprire l’area, ovvero se l’area ha un interesse di qualche valenza (100 utenti, 200 utenti, 1000 utenti?).

Quindi, nei cluster C e D anche se gli scavi sono stati tolti dai costi per gli operatori (perché sostenuti da Open Fiber che poi dà in uso la fibra agli operatori stessi secondo tariffe normate) può essere che per gli operatori possano comunque ritenere non vantaggioso coprire il territorio con i loro servizi.

Quindi è compito dell’ente cercare di fare pubblicità presso i propri cittadini in modo da far vedere agli operatori che c’è domanda e quindi invogliare questi ultimi a dare copertura ai cittadini di fibra. Se poi oltre ai cittadini (che sono la parte più corposa numericamente ma meno interessante) si aggiungono aziende e PA, l’interesse degli operatori sale.

Tra l’altro non tutti gli operatori possono coprire i nuovi territori, ma solo quelli convenzionati con Open Fiber. Quindi anche qui va capito chi contattare. Nel nostro caso abbiamo sentito Fastweb, Tiscali e alcuni operatori locali e abbiamo creato l’interesse per la copertura. Contattare puntualmente gli operatori nazionali, locali e i broker locali di connettività può essere una strategia per creare competizione e interesse.

A questo punto, se gli operatori ci sono, va diffusa la conoscenza di che operatori coprono il territorio tra i cittadini in modo che richiedano il servizio.

Il miglior posto per verificare se hanno copertura è il sito Open Fiber (o bandaultralarga.italia.it).

Problemi puntuali sulle attivazioni

Nella fase 3, i cittadini iniziano a chiedere di essere connessi e iniziano (per un 5-10% circa delle attivazioni, probabilmente anche meno) alcune difficoltà. Mentre a Milano se un 5-10% ha problemi, nessuno di questi va da Sala a dirglielo perché la cosa va sui giornali, nei paesi piccoli i cittadini vanno subito dal Sindaco.

Piano piano abbiamo capito che la soluzione ai problemi puntuali spesso è la pazienza.

Il cittadino va sul portale di uno degli operatori indicati dal sito Open Fiber quando ha verificato la copertura e richiede l’allaccio. La parte burocratica di solito va liscia, poi viene detto che verrà una squadra tecnica a verificare la possibilità di allaccio. La squadra tecnica viene e verifica la situazione (del resto per portare la fibra in casa serve un sopralluogo). Se tutto è ok la squadra rientra alla base, dà ok e l’operatore può dare ok al cittadino, quindi in 15-20 giorni l’allaccio avviene.

Può anche essere che la squadra trovi dei problemi, di vario tipo e allora lo comunica al cittadino (che solitamente capisce: “non avrà mai la fibra”). Al che la squadra rientra e inizia un fraseggio Open Fiber-Operatore per trovare soluzioni. La squadra che interviene è tipicamente di Open Fiber, perché l’allaccio ROE (punto più vicino a cui arriva la fibra prima di portarla in casa) è in capo a Open Fiber.

Il cittadino è un consumatore e come tale in ottica Amazon premia la velocità. Quindi se la fibra non arriva in 15 giorni (ovvero se l’operatore non si fa sentire prima che venga la squadra a verificare o dopo) comincia a domandarsi se mai arriverà. E quindi cerca qualcuno a cui chiedere una mano che può andare dall’operatore al Sindaco. Spesso è solo una questione di pazienza, può essere che l’operatore non sia ancora strutturato per dare risposte immediate o che ci sia qualche problema di allacciamento che progressivamente viene risolto nel dialogo tra operatore e Open Fiber, solo che in buona parte dei casi nessuno lo dice al cittadino lui non lo sa.

Nei casi più sfortunati, può capitare che il civico non risulti attivo, ma in verità è solo un problema di database disallineato o di civico errato nei gestionali Infratel-Open Fiber. Solitamente questa questione viene risolta, ma anche qui ci vuole tempo.

In altri casi ancora l’allaccio della propria abitazione può comportare l’attraversamento di una strada e quindi ulteriore richiesta di permessistica. E quindi passa altro tempo, anche se poi il risultato finale è l’allaccio.

Quindi a meno di casi particolari, il cittadino dopo richiesta viene attivato e non deve fare scavi, ma deve solo, nel caso di problemi, portare pazienza che una soluzione arriverà, magari non nei tempi che lui si aspetta, ma comunque arriverà.

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Il compito del cittadino è quindi di essere caparbio.

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