Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha avviato il procedimento per la gara sulle frequenze comprese tra 24,25 e 26,5 gigahertz, la porzione bassa della banda 26 GHz, il cui avviso sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale entro il 28 agosto. Sono duemiladuecentocinquanta megahertz di spettro, una quantità enorme, con il supporto tecnico della Fondazione Ugo Bordoni e le regole già fissate dall’Agcom lo scorso ottobre. La destinazione è dichiarata e circoscritta: costruire reti Fixed Wireless Access.
In attesa dell’avviso di gara, la riflessione deve spostarsi sulla strategia, perché queste frequenze si possono leggere in due modi opposti e la scelta non è di lana caprina. Il primo è vederle come un sostituto della fibra: perché scavare, se basta un’antenna? Il secondo, e più corretto, è vederle come uno strumento per ridurre il divario digitale in attesa che arrivi la fibra. La differenza decide se questi megahertz diventeranno un pezzo serio dell’infrastruttura del Paese o un’illusione di risparmio. Partiamo dall’FWA.
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Banda 26 GHz e FWA: come funziona l’accesso senza fili
L’FWA è una connessione fissa che percorre solo l’ultimo tratto via radio: sul tetto di casa o di un’azienda si installa una piccola antenna puntata verso la stazione dell’operatore (che non è quella delle soluzioni mobili), e da lì il segnale entra in un router esattamente come farebbe un cavo. Non ci si sposta e non si naviga camminando per strada: si sta fermi, a un indirizzo preciso.
La differenza con la fibra sta tutta nell’ultimo miglio, il tratto finale che raggiunge l’utente: un conto è avere il vetro fino dentro casa, un altro è arrivare allo stesso indirizzo con qualunque altra soluzione. L’FWA, dunque, non è una soluzione mobile applicata a un uso residenziale (spesso commercializzata dagli operatori), tutt’altro: è il modo per connettere un indirizzo fisso che non ha una buona connessione perché il cavo non è ancora arrivato. È un mercato con clienti propri e una logica industriale propria, e va valutato con metriche sue: copertura di territori difficili, poco traffico nelle ore di punta.
Banda 26 GHz: perché le onde millimetriche servono all’FWA
La banda 26 GHz appartiene alle onde millimetriche, la parte più alta dello spettro impiegato per il 5G, e ha un carattere doppio. Da un lato trasporta quantità enormi di dati, con velocità di più gigabit al secondo, la stessa classe di prestazioni della fibra. Dall’altro ha il fiato corto: il segnale copre poche centinaia di metri, si indebolisce sotto la pioggia battente e pretende una visuale quasi libera tra antenna e ricevitore, al punto che le foglie di un albero bastano a disturbarlo. È la ragione per cui non serve a coprire una provincia, ma a riempire di banda uno spazio delimitato e ben puntato.
Su questo limite l’industria ha lavorato molto, e i risultati cambiano il quadro. Le tecniche che concentrano il fascio verso il ricevitore, il cosiddetto beamforming, hanno portato la portata utile da poche centinaia di metri a oltre sette chilometri in campo aperto: nei test di Ericsson in area semi-rurale una cella a onde millimetriche consegna più di un gigabit in download a oltre sette chilometri di distanza.
A questa maturità tecnica si aggiunge una caratteristica che rende l’FWA adatto proprio dove la fibra arriva più tardi: la capacità cresce un’antenna alla volta, e l’operatore può investire in modo graduale, seguendo la domanda man mano che si forma. Così, dove le utenze sono poche e sparse su un territorio ampio, l’accesso senza fili porta subito una connessione di qualità in aree che dovrebbero altrimenti mettersi in fila e aspettare. Non è un modo di fare meglio della fibra, che resta l’infrastruttura di riferimento dove la densità la giustifica, ma di anticiparne i tempi: quando poi il cavo arriva, trova un territorio che nel frattempo non è rimasto tagliato fuori.
Banda 26 GHz e fibra: una relazione complementare
La radio a 26 GHz non elimina la fibra: la presuppone. Ogni stazione da cui parte il segnale wireless deve essere collegata a monte da una fibra che le porti il traffico, altrimenti l’antenna non ha nulla da trasmettere. Più si diffonde l’FWA, più fibra serve alle sue spalle, non meno. La GSMA, l’associazione mondiale degli operatori, lo mette nero su bianco: l’accesso senza fili non è pensato per rimpiazzare l’infrastruttura cablata, ma per “completarla” dove scavare non ha ancora senso economico.
Ed è proprio l’economia a fissare il confine tra le due tecnologie. Portare la fibra fino all’abitazione costa, secondo le stime della GSMA, tra i 500 e i 1.000 dollari per utente; servire lo stesso utente via radio ne costa tra 100 e 400. In Europa il divario è ancora più netto nelle zone a bassa densità: circa 400 euro a unità immobiliare per l’FWA, contro quasi 1.800 per la fibra. Dove le case sono fitte e numerose il cavo resta imbattibile e conviene stenderlo; dove sono sparse su un territorio ampio, scavare per raggiungerne poche diventa un investimento che non rientra, e la radio è la risposta razionale. Non è una scelta ideologica tra vecchio e nuovo, è una questione di densità e di costi al metro.
A certe condizioni l’FWA è banda ultralarga a pieno titolo. L’obiettivo europeo del Digital Decade è portare a ogni famiglia, entro il 2030, una connessione da un gigabit, e non prescrive con quale tecnologia arrivarci: una rete senza fili che tocca i livelli di prestazione richiesti alle reti a altissima capacità concorre a quel traguardo esattamente come la fibra.
Che resta la spina dorsale, e in Italia sta avanzando bene: la copertura in fibra fino a casa ha raggiunto circa il 72 per cento delle unità immobiliari a metà 2025, tra le più alte d’Europa. Il nodo, semmai, è a valle: gli abbonamenti attivi si fermano intorno a un quinto delle case raggiunte, sotto la media europea, e resta un quarto abbondante del Paese (in gran parte piccoli comuni di montagna e di campagna) dove il cavo non è ancora arrivato e dove stenderlo rende poco. È lì che l’accesso senza fili trova la sua funzione. Lo mostra Eolo, che proprio sui 26 GHz ha acceso una rete FWA in 5G fino a un gigabit al secondo, conforme agli standard delle reti a altissima capacità e già attiva in oltre trecento comuni: nella sola estensione di quest’anno in provincia di Frosinone ha portato la banda ultralarga a venticinque centri e a circa duecentomila persone. E la vende all’ingrosso ad altri operatori per non duplicare le reti nelle aree marginali, presentandola per quello che è: un tassello che si aggiunge alla fibra dove la fibra non c’è, non una sua alternativa.
FWA a 26 GHz: mercato, 5G privato e imprese
I numeri dicono che non è una nicchia. Le connessioni FWA nel mondo, calcola l’ultimo Ericsson Mobility Report, passeranno da 160 milioni di fine 2024 a 350 milioni nel 2030, quasi un quinto di tutta la banda larga fissa del pianeta, e per allora otto su dieci viaggeranno su 5G. L’Europa non sta a guardare: ha rappresentato quasi tre quarti dei nuovi lanci di FWA in 5G dell’ultimo anno. Il mercato europeo dell’accesso senza fili, valutato oggi attorno ai 14 miliardi di dollari, è dato in raddoppio verso i 29 miliardi entro l’inizio del prossimo decennio, ed è la componente in onde millimetriche quella destinata a correre di più.
Reti 5G private e formula rete-come-servizio
C’è poi un fronte che riguarda direttamente le imprese. Le stesse frequenze permettono a un’azienda di costruirsi una rete propria, dedicata a un singolo sito e non condivisa con nessuno, dove servono prestazioni costanti e ritardi minimi. È un mercato ancora giovane ma in forte accelerazione: quello europeo delle reti 5G private è stimato in crescita da circa 2,5 a quasi 12 miliardi di dollari fra il 2026 e il 2031, e la fascia a 26 GHz è quella che sale più in fretta, perché è l’unica a offrire le velocità richieste dagli usi industriali più esigenti. Poiché poche piccole e medie imprese hanno in casa le competenze per gestire una rete radio, si sta diffondendo la formula della rete-come-servizio: l’operatore la costruisce e la gestisce per conto del cliente, che la paga a canone come un qualsiasi servizio.
La gara per la banda 26 GHz e il mercato FWA
Il modo in cui il Ministero costruisce l’asta decide chi potrà offrire tutto questo. L’Agcom ha ipotizzato di dividere lo spettro in undici blocchi da 200 megahertz, più una fascia cuscinetto da 50 per tenere separati gli operatori ed evitare interferenze. I diritti d’uso dureranno a lungo, almeno quindici anni, perché costruire reti fitte di antenne rientra solo su orizzonti ampi; il pagamento potrà avvenire a rate annuali, con sconti legati al raggiungimento di obiettivi di copertura, un incentivo a costruire davvero e non a parcheggiare le frequenze in attesa di rivenderle.
La scelta più delicata riguarda l’estensione geografica dei diritti: assegnare le frequenze regione per regione apre la porta agli operatori locali e agli specialisti dell’FWA, quelli che conoscono un territorio e ne servono le imprese senza dover coprire l’intero Paese; assegnarle a livello nazionale favorisce i grandi gruppi. È una decisione che pesa sulla concorrenza, perché un mercato con molti attori regionali produce soluzioni più aderenti ai bisogni delle singole filiere. Il Ministero ha anche previsto una tutela per chi già usa queste frequenze per i vecchi collegamenti radio locali, con una proroga di due anni oltre la scadenza di fine 2026, per non buttare via investimenti ancora produttivi mentre si passa al 5G.
Banda 26 GHz nelle aree remote: i fondi già stanziati
C’è però una domanda che la politica dovrebbe porsi prima di presentare la banda 26 GHz come la risposta al divario digitale. Quelle stesse aree, i piccoli comuni, le case sparse, i territori di montagna, hanno già avuto i loro fondi pubblici, e non pochi. Il Piano per le aree bianche, avviato nel 2015 con quasi tre miliardi di euro, prevedeva fin dall’origine di usare la fibra dove le case sono fitte e proprio l’FWA dove sono disperse: l’accesso senza fili nei territori difficili non è un’idea nuova, è un impegno preso e finanziato dieci anni fa. A quei fondi si sono aggiunti i tre miliardi e mezzo del Piano Italia a 1 Giga del PNRR, destinati a portare il gigabit nelle aree grigie.
Il problema è che quei piani non hanno mantenuto la promessa nei tempi previsti. La Corte dei conti, in una delibera del dicembre 2025, ha fotografato il Piano aree bianche come un cantiere che non riesce a chiudersi: completamento slittato a fine 2026, altri 660 milioni di contributo pubblico chiesti dal concessionario, un sistema di penali che gira a vuoto, con oltre 80 milioni comminati e appena 2 incassati e il resto finito in tribunale. E la componente FWA di quel piano, quella che doveva raggiungere i civici dispersi, è ferma a un milione e mezzo di unità collaudate su un obiettivo di 2,3 milioni.
Italia a 1 Giga non sta meglio: superata la scadenza del 30 giugno 2026 restava scoperto oltre un quarto dei civici, e la risposta è stata rinviare al 2030 la parte più difficile e tamponare il resto con voucher per il satellite.
Prima di stanziare nuovo spettro per lo stesso obiettivo, insomma, varrebbe la pena chiedersi perché i soldi già spesi non hanno chiuso il divario, e attribuire le responsabilità: un’anagrafe dei civici che ancora non esiste, una governance con troppi attori in cui ogni ritardo si diluisce, autorizzazioni locali che si incagliano, penali che nessuno riesce a incassare. La banda 26 GHz può essere uno strumento utile, ma se finisce dentro lo stesso meccanismo che finora ha prodotto ritardi rischia di diventare l’ennesima toppa, non la soluzione. Le frequenze, da sole, non posano antenne e non tirano fibra: lo fanno operatori dentro regole e piani che vanno prima rimessi in ordine.
Banda 26 GHz e fibra: la sfida dell’esecuzione
Conviene mettere la gara nel contesto giusto. Uno studio condotto per Qualcomm ed Ericsson stima che, sommando tutti gli usi possibili delle onde millimetriche nei principali mercati europei, i benefici per il prodotto interno lordo potrebbero superare i 140 miliardi di euro entro il 2040, a fronte di una ventina di miliardi di costi: cifre di parte, prodotte da chi quella tecnologia la vende, e da leggere con prudenza, ma che indicano un ordine di grandezza che l’Europa finora non ha colto, restando indietro rispetto a Stati Uniti e Asia proprio nell’uso di queste frequenze.
Per l’Italia l’occasione è concreta: con una gara ben disegnata e le frequenze disponibili dal 2027, si mette in mano alle imprese e ai territori uno strumento per non restare al buio digitale mentre la fibra completa, negli anni, il suo percorso. A patto di ricordare che cosa è davvero la banda 26 GHz: non un’alternativa alla fibra buona per fare cassa in fretta, ma lo strumento per portare connettività di qualità là dove il mercato, da solo, non stenderebbe il cavo. La differenza, come sempre, la farà l’esecuzione: la stessa che, sui piani già finanziati, finora è mancata.













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