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Fusioni telco: l’urgenza è chiara, la linea UE no



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Il vertice Alden Biesen riporta al centro la scala nelle telecomunicazioni UE, ma il Digital Networks Act non apre al consolidamento. Uno studio CEPR mette in discussione l’argomento dei rendimenti insufficienti, mentre il nuovo Cybersecurity Act obbligherebbe a investire. Che caos, ma la strada da seguire è una: fusioni al più presto

Pubblicato il 13 feb 2026

Sergio Boccadutri

Consulente antiriciclaggio e pagamenti elettronici



telco consolidamento

Il 12 febbraio 2026, mentre i 27 capi di Stato e di governo dell’Unione europea si riuniscono al castello Alden-Biesen in Belgio per discutere di competitività, il settore delle telecomunicazioni europee vive il momento forse più paradossale della sua storia recente.

Mai come ora il tema del consolidamento tlc è stato al centro del dibattito politico, eppure mai come ora le possibilità concrete di realizzarlo appaiono così remote.

L’ottimismo post-Draghi e la doccia fredda del Digital Networks Act sul consolidamento tlc

La vicenda ha radici nel settembre 2024, quando Mario Draghi pubblicò il suo rapporto sulla competitività europea.

L’industria delle telecomunicazioni lo lesse come una benedizione: Draghi non usava mezzi termini nel descrivere la frammentazione del mercato europeo, con oltre 100 operatori che servono in media 5 milioni di abbonati ciascuno, contro i 450 milioni per operatore in Cina e i 110 milioni negli Stati Uniti.

Un divario strutturale che, secondo il rapporto, impediva gli investimenti nelle reti di nuova generazione.

Il rapporto citava studi secondo cui “l’UE è al di sopra del numero ottimale di operatori nel settore delle telecomunicazioni” e che “la regolamentazione e la politica della concorrenza hanno disincentivato il consolidamento, favorendo una molteplicità di attori più piccoli”.

Il rapporto Letta, pubblicato pochi mesi prima, era sulla stessa lunghezza d’onda: il settore delle telecomunicazioni, insieme all’energia e alla finanza, era rimasto fuori dall’integrazione europea e richiedeva interventi urgenti.

Per quasi un anno, gli operatori europei hanno coltivato la speranza che Bruxelles avrebbe finalmente allentato la presa.

Nell’ottobre 2025, i CEO di Deutsche Telekom, Orange, Telefónica, TIM, Vodafone, Nokia ed Ericsson hanno firmato una lettera congiunta alla Commissione, chiedendo esplicitamente di “riconoscere il legame tra scala e investimenti” e di aprire la strada a fusioni che riducessero il numero di operatori mobili nei singoli mercati nazionali da quattro a tre: un tipo di operazione che la DG Competition ha storicamente osteggiato (ad esempio in Italia in occasione della fusione tra Wind e H3G impose l’ingresso di Iliad nel mercato per mantenere i quattro operatori nel mobile).

La risposta è arrivata il 21 gennaio 2026 con la pubblicazione della proposta di Digital Networks Act (DNA).

La delusione dell’industria tlc

La reazione dell’industria è stata tiepida.

La GSMA, che rappresenta gli operatori mobili a livello mondiale, ha definito il provvedimento una “evoluzione dove era necessaria una rivoluzione”, osservando che “a parte le proposte di ampia portata sulla politica dello spettro, è ormai chiaro che molte delle riforme originariamente promesse sono state lasciate sul tavolo”.

Il DNA nasce dalla fusione di quattro normative esistenti – il Codice europeo delle comunicazioni elettroniche del 2018, il Regolamento BEREC, il Programma sulla politica dello spettro radio e parti fondamentali del Regolamento sull’internet aperta – in un unico quadro regolamentare direttamente applicabile.

L’obiettivo dichiarato è ridurre la divergenza normativa nazionale creata dalla trasposizione e dall’interpretazione delle direttive vigenti, semplificando la conformità per gli operatori attivi in più Stati membri.

Tuttavia, come ha osservato un analista indipendente, l’approccio della Commissaria Virkkunen segna una leggera discontinuità rispetto ai precedenti annunci di un cambio di passo nell’approccio, che sembrava essere destinato a modellarsi sulle analisi dei rapporti Letta e Draghi.

Insomma, la spinta verso una deregolamentazione forte (se non aggressiva) e, soprattutto, verso il consolidamento di mercato sembra affievolirsi.

Del resto, proprio nella conferenza stampa di presentazione del DNA il 21 gennaio, la Virkkunen aveva precisato che le linee guida sulle fusioni sono fuori perimetro DNA e continuano a rientrare nella politica della concorrenza: in parole povere il DNA non ha in nuce elementi che spingano verso il consolidamento del settore.

Gli operatori restano quindi liberi di fondersi nel rispetto del diritto antitrust, ma la creazione di “campioni europei” non è scontata a questo punto.

Consolidamento telecomunicazioni europee: lo studio CEPR che raffredda il settore

Si veda anche lo studio, pubblicato il 29 gennaio 2026 sul portale VoxEU del CEPR e firmato da Emanuele Tarantino, chief economist della DG Competition insieme a quattro colleghi della stessa direzione.

Analizza la redditività di 14 grandi operatori integrati dell’UE nel periodo 2014-2024: Deutsche Telekom, Orange, Telefónica, Telecom Italia, Vodafone, KPN, Telia, Telenor, Elisa, Proximus, Tele2, Telekom Austria, NOS e DIGI, lo stesso paniere del rapporto WACC 2024 del BEREC, tutti quotati, proprietari di infrastrutture e con rating investment grade.

Il metodo è il confronto classico tra rendimento del capitale investito (Return on capital employed – ROCE) post-tax su dati S&P, e costo medio ponderato del capitale (Weighted average cost of capital – WACC), quest’ultimo misurato sia con dati Bloomberg sia con la metodologia innovativa di Gormsen & Huber (2025), che stima il costo del capitale percepito dalle imprese a partire dalle trascrizioni delle earnings call trimestrali, dunque non solo la valutazione esterna del mercato, ma la percezione interna degli stessi operatori.

Il risultato principale è che il ROCE aggregato di gruppo ha superato il WACC per gran parte del decennio, con eccezioni circoscritte ai periodi di investimento più intenso in fibra e 5G: i bienni 2014-2015 e 2020-2021 se si include il goodwill, cioè l’avviamento, nel calcolo del capitale impiegato, il solo 2021 se lo si esclude.

La distinzione è sostanziale: il goodwill, l’avviamento accumulato in decenni di grandi acquisizioni, gonfia il denominatore del ROCE e ne comprime il valore, mentre escludendolo si misura la performance effettiva degli asset operativi (rete, spettro, infrastruttura), senza le distorsioni dei premi pagati per operazioni passate, seguendo la prassi adottata da Barclays e Bernstein nei report più recenti.

Lo studio osserva inoltre che il settore ha mantenuto negli ultimi vent’anni uno dei rapporti di distribuzione dei dividendi più elevati tra tutti i comparti europei, pur operando con leva finanziaria elevata: un dato che mina alla radice l’argomento secondo cui i rendimenti insufficienti impedirebbero gli investimenti nelle reti.

I limiti dello studio CEPR e le critiche emerse

Gli stessi autori dello studio CEPR avvertono che guardare solo alle medie di gruppo può essere fuorviante, perché nasconde differenze molto forti tra operatori.

In sintesi: alcuni riescono quasi sempre a generare un rendimento (ROCE) superiore al costo del capitale (WACC), mentre altri restano stabilmente sotto.

Queste differenze emergono ancora di più quando si scende a un livello più “granulare”, cioè alle singole attività nei diversi Paesi.

Questa analisi è disponibile solo per 7 dei 14 gruppi, e riguarda 9-11 operazioni nazionali.

In quel dettaglio, la distanza tra ROCE e WACC (sia la media sia la mediana) mostra un calo nel tempo, con un rimbalzo nel 2024 che appare coerente con la fase del ciclo di investimenti del settore.

Le critiche allo studio, però, sono state incredibilmente poche, considerato invece l’approvazione che molti economisti hanno espresso sul rapporto Draghi.

Roberto Basso, direttore External Affairs and Sustainability di WindTre, ha contestato apertamente lo studio CEPR su Linkedin, facendo però ben presente che si tratta di opinioni personali, come quelle degli autori che, pur lavorando tutti per la DG Com, nel disclaimer precisano che non si tratta della posizione della DG Com (sic).

Basso nel suo post articola quattro obiezioni.

La prima riguarda l’analisi al netto del goodwill, che Basso giudica un esercizio di significato speculativo e rilevanza teorica ma di peso limitato nella storia concreta del settore: separare la performance industriale dalle variabili finanziarie è un’operazione largamente sterile, poiché né una strategia d’impresa né una politica industriale possono essere concepite ignorando la dimensione finanziaria.

L’unica valutazione con implicazioni di policy significative, secondo Basso, è quindi quella basata sui risultati comprensivi di goodwill, dove i numeri sono assai meno favorevoli.

La seconda obiezione riguarda la rappresentatività del campione: 14 operatori su oltre 100 in Europa non possono rappresentare un settore così frammentato, cosa che gli stessi autori riconoscono avvertendo che l’ampia dispersione nei risultati impone cautela nell’interpretare le medie settoriali.

Il rischio, osserva Basso, è che questa cautela pure espressa dagli autori venga travolta dalla tendenza giornalistica a condensare i risultati in conclusioni semplificate e infatti tali semplificazioni si sono già manifestate nelle poche ore successive alla pubblicazione dello studio.

La terza critica è forse la più incisiva e tocca la scelta di utilizzare bilanci consolidati di gruppo: questo significa, chiede Basso, che la performance di Deutsche Telekom include i risultati di T-Mobile US?

Se così fosse, diventa difficile presentare l’analisi come rappresentativa dell’industria europea, poiché i forti risultati delle partecipate extra-europee di alcuni gruppi compensano significativamente (e di fatto sovrastano) la performance delle operazioni europee.

Quando poi lo studio analizza separatamente le operazioni a livello UE per 7 dei 14 gruppi (un sottocampione ancora più esiguo), la differenza ROCE-WACC a livello mediano risulta negativa o prossima alla parità.

La quarta obiezione sposta il dibattito dal piano contabile a quello industriale: anche accettando tutte le premesse dello studio, può una differenza di uno o due punti percentuali tra capitale investito e suo costo essere davvero considerata soddisfacente da chi quel capitale lo fornisce?

Ed è sufficiente ad attrarre le centinaia di miliardi di euro necessari a sviluppare reti capaci di sostenere il traffico dati richiesto dall’intelligenza artificiale?

Queste domande, conclude Basso, sono abbastanza sostanziali da meritare un esame ben più approfondito, prima di liquidare con un cenno della mano gli argomenti dei rapporti Draghi e Letta sulla necessità di una riforma strutturale del settore.

Ad oggi solo Roberto Basso ha apertamente criticato lo studio, mentre molti altri economisti, anche quelli che spesso citano i rapporti Draghi e Letta come esempi da seguire, non si sono ancora espressi.

Questo ovviamente non significa che non lo faranno nelle prossime settimane.

Altre obiezioni allo studio sono comparse in alcune testate online di settore, ma senza indicazioni sui loro autori.

Una prima obiezione è relativa al fatto che una quota crescente degli investimenti nel settore delle telecomunicazioni transita attraverso veicoli come tower company, joint venture sulla fibra e società wholesale.

Questi asset restano economicamente essenziali per l’erogazione dei servizi ma possono non essere pienamente riflessi nei calcoli di capitale impiegato e rendimento a livello di operatore, facendo apparire i ritorni più sani di quanto la realtà economica sottostante giustifichi.

Un’altra critica è relativa alla distorsione dei risultati di gruppo: i rendimenti misurati a livello consolidato non riflettono la performance spesso debole del business core della connettività, che viene sussidiato trasversalmente da ricavi non-core o legacy.

In altre parole, l’aggregazione maschera la redditività effettiva delle reti.

Infine, sarebbe inadeguato il confronto intersettoriale: paragonare le telecomunicazioni ad altri settori capital-intensive è fuorviante, data la combinazione unica di investimenti upfront elevati, prezzi regolati e obsolescenza tecnologica rapida.

A differenza delle utility, gli operatori telecom devono reinvestire continuamente solo per mantenere la parità di servizio, con un potere di pricing limitato per recuperare quei costi.

Ma ci sono altri aspetti dello studio del CEPR che non convincono.

Il campione dei 14 operatori BEREC è fisso per l’intero periodo 2014-2024, ma il settore europeo in quel decennio ha subito una selezione darwiniana: operatori che non remuneravano il capitale sono stati acquisiti, fusi o ridimensionati, si pensi a Tele2 Netherlands ceduta a T-Mobile, o al percorso di 3Italia confluita in Wind3.

Analizzare solo i sopravvissuti, per giunta i più grandi e solidi, e concludere che il settore remunera il capitale rischia di rivelarsi un errore di survivorship bias: è come calcolare il rendimento medio dei fondi di investimento includendo solo quelli ancora attivi e ignorando quelli liquidati.

Inoltre, l’uso della metodologia Gormsen & Huber, basata sulle trascrizioni delle earnings call introduce un problema sottile.

Nelle earnings call gli operatori hanno un incentivo strutturale a sottostimare il proprio costo del capitale percepito: dichiarare un WACC elevato equivale a segnalare al mercato che i propri progetti sono rischiosi e che si opera in un contesto sfavorevole, deprimendo la valutazione azionaria.

Il WACC “percepito” estratto dalle earnings call è quindi probabilmente distorto al ribasso, il che gonfia meccanicamente lo spread ROCE-WACC.

Anche il dividend payout ratio come argomento a doppio taglio.

Gli autori citano l’elevato payout ratio del settore come prova che i rendimenti sono stati sufficienti: se gli operatori distribuiscono dividendi generosi, evidentemente il denaro c’è.

Ma questa lettura ignora che molti operatori europei hanno mantenuto dividendi elevati a debito, aumentando la leva finanziaria, fatto che lo stesso studio alla fine riconosce.

Un payout ratio elevato finanziato con debito non è prova di redditività: è prova di una politica di distribuzione insostenibile, dettata dalla pressione degli azionisti e dall’impossibilità di offrire loro una storia di crescita credibile.

È il sintomo della malattia, non della salute.

Ma soprattutto, se gli stessi autori dello studio CEPR raccomandano prudenza nel leggere le medie settoriali (perché costruite sui dati di soli 14 operatori su circa 100) per quale motivo hanno scelto comunque di pubblicarlo?

Il punto è che così lo studio può diventare una leva politica di contropressione rispetto alle richieste del settore.

E se la DG Com dovesse richiamarlo o utilizzarlo operativamente nonostante il disclaimer, quello sarebbe l’indizio più chiaro della reale finalità.

Proprio questa possibilità avrebbe dovuto imporre, fin dall’inizio, un livello di cautela analogo anche nella decisione di procedere con la pubblicazione in assenza di dati più solidi.

Di certo l’elemento di contesto politico rimane e non può essere ignorato: lo studio è stato pubblicato da economisti della DG Competition su una piattaforma accademica di prestigio (il CEPR è il think tank economico più influente d’Europa) con un tempismo che lo colloca strategicamente tra la pubblicazione del DNA e il vertice di Alden Biesen.

La clausola di rito secondo cui “le opinioni espresse non rappresentano una posizione ufficiale della DG Competition o della Commissione europea” convince fino a un certo punto quando tutti gli autori collaborano alla stessa direzione generale.

Cybersecurity Act e consolidamento telecomunicazioni europee: la tempesta perfetta

A rendere il quadro ancora più complesso, e a mettere in evidenza la contraddizione fondamentale della politica europea verso le telecomunicazioni, è intervenuto il nuovo Cybersecurity Act (CSA2), presentato dalla Commissione il giorno precedente al DNA, il 20 gennaio 2026.

Il provvedimento introduce per la prima volta un quadro orizzontale a livello europeo per la sicurezza delle catene di approvvigionamento ICT, con implicazioni potenzialmente devastanti per il settore delle telecomunicazioni.

Il cuore della questione è la sostituzione obbligatoria degli apparati forniti da vendor classificati “ad alto rischio”.

Sebbene la proposta non faccia nomi, il bersaglio è trasparente: Huawei e ZTE, i fornitori cinesi che ancora oggi equipaggiano una quota rilevante delle reti europee.

Il CSA2 trasforma in strumento legislativo vincolante la 5G Cybersecurity Toolbox del 2020, finora rimasta un insieme di raccomandazioni volontarie che molti Stati membri hanno ignorato o applicato con lentezza esasperante.

I numeri rendono la scala del problema immediatamente evidente.

Secondo le analisi di Strand Consult e i dati del 5G Observatory citati nella stessa valutazione d’impatto della Commissione, circa il 30% degli apparati installati nell’UE proviene da fornitori ad alto rischio.

La concentrazione è particolarmente elevata in tre paesi (Germania, Italia e Spagna) che da soli rappresentano oltre il 55% degli apparati da sostituire nei prossimi cinque anni.

In Germania, dove Huawei fornisce circa il 59% degli apparati 5G installati, i tre principali operatori hanno concordato con il governo solo nel 2024 di iniziare a escludere gli apparati Huawei e ZTE dalle reti 5G, con una scadenza prevista per la fine del 2026.

Stime indipendenti collocano il costo della sostituzione nella sola Germania intorno ai 2,5 miliardi di euro.

In Italia, alcuni operatori mantengono una significativa dipendenza da apparati cinesi nelle reti mobili, così come in Spagna.

Il CSA2 prevede che gli operatori mobili dispongano di 36 mesi dalla pubblicazione della lista dei fornitori ad alto rischio per completare la sostituzione dei componenti chiave.

I tempi per le reti fisse, incluse fibra ottica e cavi sottomarini, saranno definiti successivamente.

Ma è qui che la contraddizione della politica europea diventa stridente.

Da un lato, Bruxelles chiede agli operatori investimenti colossali per la sostituzione degli apparati da sommare a quelli già necessari per il completamento delle reti 5G, al dispiegamento della fibra e alla preparazione del terreno per il 6G.

Dall’altro, la stessa Bruxelles nega agli operatori la possibilità di raggiungere la scala che consentirebbe di sostenere questi investimenti.

Un operatore che serve 5 milioni di abbonati in un mercato nazionale non ha la stessa capacità di assorbire i costi di un “rip and replace” di un operatore che ne serve 110 milioni.

Ad esempio il programma di “rip and replace” varato negli USA con il Secure and Trusted Communications Networks Act è passato da una stima iniziale di 700 milioni di dollari nel 2019 a quasi 5 miliardi, con il governo federale che si è trovato a corto di oltre 3 miliardi rispetto ai fondi necessari per rimborsare gli operatori.

Se un paese con un mercato integrato e operatori di scala continentale ha incontrato difficoltà di questa portata, è lecito chiedersi come potranno gestire il processo 27 mercati frammentati con oltre 100 operatori di dimensioni modeste.

Questa doppia stretta – investire di più con meno risorse e senza poter crescere per acquisizione, rischia concretamente di rendere impossibile il rispetto delle tempistiche previste dal CSA2.

Tre anni sono un orizzonte impossibile per operatori che devono simultaneamente finanziare la sostituzione degli apparati cinesi, proseguire gli investimenti in 5G e fibra, e fronteggiare la pressione competitiva sui prezzi che la stessa Commissione considera essenziale per la tutela dei consumatori.

Le alternative tecnologiche, peraltro, sono limitate.

Solo Ericsson e Nokia si qualificano oggi come fornitori credibili per l’intera gamma di prodotti RAN 2G-5G.

In altre parole, si chiede agli operatori di sostituire un terzo dei propri apparati in tre anni, rivolgendosi a un duopolio nordico che potrebbe non avere la capacità produttiva per soddisfare simultaneamente la domanda di tutto il continente.

Il vertice di Alden Biesen e l’idea di Europa a più velocità

In questo contesto burrascoso per le telco europee si è svolto il vertice informale dei leader europei del 12 febbraio ad Alden Biesen concepito da António Costa come sessione di brainstorming strategico, ma i suoi esiti, pur non vincolanti, ridefiniscono il quadro politico in cui si muove il dibattito sulla scala delle telecomunicazioni europee.

Nella lettera d’invito, Costa aveva toccato direttamente il nodo del settore, osservando che “molte delle nostre imprese in settori chiave come il digitale, le telecomunicazioni, i mercati dei capitali e l’energia non hanno la scala necessaria per raggiungere i livelli di investimento e innovazione richiesti in un mercato globale” e che “il consolidamento nel Mercato Unico, che consenta alle imprese competitive di tutta l’UE di raggiungere una scala adeguata, è necessario per competere a livello globale”.

La mattinata è stata dedicata alla presentazione di Mario Draghi sull’impatto del nuovo contesto geopolitico sulla competitività dell’UE; il pomeriggio a uno scambio con Enrico Letta sulle potenzialità inespresse del Mercato Unico.

Il dato politico più rilevante è l’accelerazione impressa al concetto di Europa a più velocità.

Draghi ha rilanciato la proposta di cooperazione rafforzata, la declinazione operativa del “federalismo pragmatico” articolato nel discorso alla KU Leuven del 2 febbraio, per consentire a gruppi di Stati volenterosi di procedere più rapidamente con le riforme senza attendere l’unanimità dei 27.

Macron ha fissato un termine: decisioni concrete entro giugno, e se non si avanza a 27 “abbiamo il diritto di optare per la cooperazione rafforzata per andare più veloci”.

La premier danese Mette Frederiksen, tradizionalmente scettica, ha ammesso che oggi sosterrebbe l’Europa a due velocità: “Se me lo aveste chiesto cinque o dieci anni fa, avrei detto no”.

Il dato è significativo: il tabù dell’integrazione differenziata si è dissolto nel giro di pochi mesi.

Prima del vertice, il pre-summit convocato da Meloni e Merz ha riunito i leader di ben 20 paesi – con la partecipazione di De Wever – attorno a un’agenda centrata su industria, deregolamentazione e obiettivi climatici pragmatici.

Meloni ha dichiarato che la sfida è “capire se l’Unione europea può dare risposte concrete, efficaci, immediate sui temi della competitività, perché non c’è più tempo da perdere”.

Merz ha ribadito la necessità di una “revisione sistematica di tutte le regolamentazioni europee” per verificarne la semplificazione, dichiarandosi pienamente d’accordo con Macron su questo punto.

Tuttavia, le divergenze restano profonde: Merz ha respinto il piano francese per nuovo debito comune europeo, mentre Meloni si è detta “personalmente favorevole” agli Eurobond pur riconoscendone la divisività.

Sull’asse Made in Europe, Macron punta su requisiti minimi di contenuto europeo negli acquisti pubblici; Merz preferisce la formula “made with Europe”, estesa ai partner commerciali più stretti.

Il vertice ha prodotto due esiti per il settore delle telecomunicazioni.

Il primo è l’annuncio da parte di Ursula von der Leyen di una “One Europe, One Market Roadmap and Action Plan” da presentare al Consiglio europeo di marzo, con scadenze e obiettivi per completare il mercato unico entro fine 2027.

Costa ha sintetizzato l’ambizione: “Nel 1992 siamo passati dal mercato comune al mercato unico; ora passiamo dal mercato unico a un unico mercato”.

Il secondo è la discussione esplicita sulla revisione delle linee guida sulle fusioni per favorire l’emergere di “campioni europei” nei settori strategici, telecomunicazioni incluse.

Macron ha accennato a un possibile accordo sulla riforma delle regole sulle concentrazioni per “rendere più facile l’emergere di grandi campioni europei nella competizione internazionale”.

Una bozza delle nuove linee guida è attesa per aprile.

Applicata al settore delle telecomunicazioni, la cooperazione rafforzata potrebbe teoricamente consentire la creazione di un mercato unico delle telecomunicazioni con operatori sovranazionali tra un nucleo di paesi disponibili, andando ben oltre il meccanismo di passporting previsto dal Digital Networks Act.

Ma la distanza tra teoria e pratica resta considerevole.

Il Draghi Observatory, che monitora l’attuazione delle 383 raccomandazioni del rapporto sulla competitività, registra ad oggi solo il 15,1% di raccomandazioni pienamente attuate, in aumento dal 11,2% di settembre 2025 – un ritmo che, proiettato nel tempo, lascia perplessi.

Come ha osservato un analista di Chatham House, “è dubbio che i leader daranno più seguito al federalismo di Draghi di quanto ne abbiano dato finora al suo rapporto sulla competitività”.

E infatti, il vero nodo politico resta la posizione della Commissaria Teresa Ribera.

La sua visione è chiara: la competitività europea nelle telecomunicazioni si costruisce attraverso l’integrazione del mercato unico, abbattendo le barriere alla fornitura transfrontaliera, armonizzando le regole sullo spettro, creando un vero mercato unico delle telecomunicazioni, non creando campioni nazionali attraverso fusioni in-market.

La revisione delle linee guida sulle fusioni, la cui consultazione pubblica si è chiusa nel settembre 2025, dovrebbe portare a un approccio più flessibile che tenga conto degli effetti su investimenti, innovazione e resilienza.

Ma il deputy director-general per le fusioni Guillaume Loriot ha tracciato il perimetro: “Il controllo delle concentrazioni non riguarda la scala in quanto tale.

La questione è sempre il potere di mercato”.

L’apertura di Alden Biesen sui campioni europei e la cautela strutturale della DG Competition rappresentano i due poli di un campo di forze il cui equilibrio definirà il futuro del consolidamento europeo nelle telecomunicazioni.

Verso il Mobile World Congress: un settore stretto in una morsa

Intanto l’industria si prepara ad approdare a Barcellona per il Mobile World Congress di inizio marzo, un evento che negli ultimi anni si è trasformato da fiera commerciale a maxi-evento di lobbying, con incontri fitti tra dirigenti del settore e funzionari europei.

Si vedrà dunque se la realtà che sembra emergere dalla confluenza dei segnali, il DNA giudicato insufficiente, lo studio sulla redditività del CEPR, la linea Ribera sull’integrazione anziché sul consolidamento, è che l’Europa delle telecomunicazioni dovrà probabilmente convivere con la propria frammentazione ancora per molto tempo.

Le tlc europee devono consolidarsi, il tempo stringe

Le modifiche alle linee guida sulle fusioni potranno facilitare alcune operazioni marginali, ma la svolta strutturale invocata dall’industria appare sempre più improbabile.

A questa impasse strategica si aggiunge ora il conto del Cybersecurity Act.

Gli operatori europei si trovano stretti in una morsa: da un lato, l’imperativo di sicurezza che impone la sostituzione degli apparati cinesi con tempi e costi che mettono a dura prova i bilanci; dall’altro, l’impossibilità di raggiungere la scala che renderebbe questi investimenti sostenibili.

Bruxelles chiede agli operatori di essere più sicuri, più innovativi e più competitivi, ma nega loro gli strumenti per farlo.

Il vertice di Alden Biesen, con la partecipazione diretta di Draghi e Letta, avrebbe potuto teoricamente imprimere un’accelerazione politica.

Ma la storia dell’integrazione europea insegna che la distanza tra i brainstorming strategici dei capi di Stato e le decisioni concrete è spesso incolmabile.

Per le telecomunicazioni europee, il messaggio è chiaro: la finestra di opportunità aperta dal rapporto Draghi si sta chiudendo.

E con il Mobile World Congress alle porte, gli operatori del continente dovranno fare i conti con una realtà nella quale le risposte che cercano da Bruxelles semplicemente non arriveranno, mentre le richieste, quelle sì, continueranno ad accumularsi.

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