Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

tecnologia e ambiente

I datacenter vanno sott’acqua e riscaldano il mare: ma ne vale la pena?

Immergere i data sott’acqua per raffreddare i server e permetterci così di continuare a usare i social e minare Bitcoin (operazioni che richiedono grande potenza di elaborazione) implica un grave peggioramento delle condizioni climatiche del nostro pianeta. Un’aberrante realtà sulla quale dovremmo cominciare a riflettere

24 Gen 2019

Daniele Rigitano

Cyber Security Specialist @ Computer Emergency Response Team


I datacenter devono diventare sempre più potenti e quindi il loro futuro è sott’acqua per poter essere raffreddati…

Ma questo scenario, cosa implica? Che il già noto e drammatico fenomeno del surriscaldamento marino potrebbe essere ulteriormente aggravato per consentirci di continuare a insultarci su Facebook, mostrare i nostri selfie su Instagram o andare a caccia di Bitcoin. Tutte operazioni decisamente futili ma che richiedono un gran quantitativo di potenza computazionale che produce calore.

Ne vale la pena? La risposta è scontata (si spera). Proviamo a riflettere sul problema e ad azzardare una possibile soluzione.

Raffreddare i server, riscaldare il mare

Già nel 2016, alcuni ricercatori hanno dato il via ad un curioso progetto, facente parte di un piano volto a studiare nuove forme di collocazione dei data center. Nel dettaglio, L’obiettivo è quello di sperimentare il funzionamento dei data center immersi nell’acqua studiandone il funzionamento in tali condizioni, e verificando se una struttura così realizzata possa superare alcuni dei più classici problemi dei data center: il raffreddamento dei server.

I primi risultati di tale progetto devono aver convinto, poiché sono stati evidenziati alcuni vantaggi di questa implementazione, tra i quali una minore latenza[1] derivante dal fatto che tali strutture possano essere installate più vicine alle città rispetto ai data center canonici che, viceversa, sono assai distanti dai centri abitati.

Le prime sperimentazioni sono state condotte al largo della costa della California dove un POD è stato collocato a circa 9 metri di profondità per testare la fattibilità del progetto.

La durata di vita di queste infrastrutture si suppone possa essere di almeno 20 anni. Inoltre, tali data center sarebbero progettati per essere recuperati e riciclati dopo il suo ciclo di vita.

L’evoluzione dei data center

Attualmente sono pochi gli attori coinvolti in questo tipo di progetti, tutt’ora ancora sperimentali. Il rischio è che il successo di tali test possa diventare un apripista per le grandi multinazionali impegnate in questo campo.

Ipotizziamo se un domani multinazionali di spessore come Microsoft, Apple, Amazon, IBM, Google – per citarne solamente alcune – o la italiana Aruba, migrassero i loro data center dalle loro attuali sedi e li “immergessero” nei fondali marini.

Quale sarebbe l’impatto?

La crescente necessità di risorse per data center e Cloud ha portato allo sviluppo di data center Cloud pubblici chiamati data center hyperscale – scalabili. Si prevede che entro il 2021 ci saranno 628 data center hyperscale a livello globale, contro i 338 del 2016, con una crescita quasi raddoppiata nel periodo analizzato.

Entro il 2021, i data center hyperscale supporteranno il 53% di tutti i server data center (27% nel 2016), il 69% di tutta la potenza di elaborazione dei data center (41% nel 2016), il 65% di tutti i dati archiviati nei data center (51% nel 2016) e il 55% di tutto il traffico data center (39% nel 2016).

Ma, a quale scopi sono destinati questi data center?

Vantaggi dei data center

Tutta questa potenza di calcolo è realmente necessaria?

Dal punto di vista imprenditoriale, il proliferare di queste infrastrutture ha permesso di esternalizzare i servizi forniti dalle varie aziende e dalla pubblica amministrazione.

Facilmente, ed in maniera estremamente scalabile, chiunque può “affittare” infrastrutture di Cloud Computing per i propri scopi. Questa possibilità permette di abbattere i costi di esercizio a fronte di un “hardware” sempre performante e del quale non si hanno gli oneri di manutenzione ed aggiornamento.

Quindi si potrebbe ipoteticamente affermare che l’utilizzo di data center, che contengono al loro interno centinaia e centinaia di server, è volto a migliorare sia il benessere dell’utente finale, che le finanze di PMI e PA.

Nella realtà vi è un altro aspetto di utilizzo di questo tipo di infrastrutture decisamente meno nobile e paurosamente futile.

Data center e futilità sociale

È ovvio che i social network che utilizziamo nel quotidiano operano grazie a data center a loro dedicati.

Lo scopo iniziale dei social, ovvero interconnettere utenti a migliaia di km di distanza, fu una trovata strabiliante. La possibilità di poter interloquire in tempo reale nonostante le grandi distanze fisiche ha permesso il mantenimento di rapporti personali che solo qualche decade fa sarebbero stati impensabili.

Col tempo, lo scopo di queste piattaforme è radicalmente cambiato. A discapito dei buoni propositi iniziali, negli ultimi anni si sono sviluppate forme di utilizzo condannabili, delle quali è di seguito fornita una breve lista:

keyboard_arrow_right
keyboard_arrow_left
denigrazione socialeriacutizzarsi del razzismo, del fascismo ed antisemitismo, del bullismo ed in generale del turpiloquio nei post sui social network
teoria del nullamoltitudine di gruppi composti da soggetti che, senza alcuna base scientifica, tentano di confutare ciò che è scientificamente dimostrato. Banali esempi sono gli antivaccinisti e terrapiattisti
marketingprofilazione e compravendita di dati personali per scopi commerciali e pubblicitari
sock puppetstentativo di influenzare l’opinione pubblica e politica tramite una moltitudine post preconfezionati riconducibili ad altrettanti profili falsi, comandati tramite software automatizzato
influencersoggetti di dubbie capacità intellettuali e professionali, che tentano di condizionare orde di adolescenti tramite post a foto relative a temi dei quali millantano essere “specializzati”
selfiela moda di auto-immortalarsi in primo piano, sorridenti, “vincenti. Con cocktail in mano in qualche locale notturno, in comitive raggianti o in pose che simulano le stesse viste su qualche rivista glamour o sulla locandina di qualche film di Hollywood
sexting e sex extortionutilizzo a luci rosse di questo media, anche per scopi non prettamente legali
terrorismoalcune piattaforme social come Facebook, consentono la creazione di gruppi segreti. Tramite questi strumenti, militanti di fazioni estremiste possono dialogare e coordinarsi in tutta sicurezza[2]
web challengesono delle “sfide” che consistono nel pubblicare un video mentre si fa qualcosa di stupido, che molto spesso può portare anche a conseguenze dannose per la salute di chi le esegue

Le cryptovalute

In aggiunta a quanto succitato, si sta sviluppando una questione relativa alle criptovalute: è di recente scoperta che molte infrastrutture Cloud siano state utilizzate per effettuare “mining” di Bitcoin. Questa informazione è estremamente drammatica, ed evidenzia quanto sia pericoloso l’utilizzo improprio dei data center.

Di fatto, minare cryptovalute richiede grande potenza di elaborazione, volta all’esecuzione di complessi calcoli matematici. Tecnicamente, il mining di Bitcoin è un’operazione di brute forcing in cui lo scopo è trovare un numero il cui doppio hash SHA-256 sia inferiore ad un certo target (obiettivo). Il target che viene calcolato sulla base del coefficiente di difficoltà imposto dall’algoritmo di generazione della cryptovaluta: maggiore è la difficoltà, minore è il target, e maggiori saranno i tentativi necessari per trovare il suddetto numero.

La difficoltà è intrinseca all’algoritmo stesso, ed è in continuo aumento poiché inversamente proporzionale al numero di Bitcoin da minare rimanenti[3].

Surriscaldare il mare per continuare a farci i selfie

Dobbiamo ora sforzarci di capire che tutto quello che istantaneamente pubblichiamo/condividiamo è storicizzato “da qualche parte” e richiede continuamente potenza di calcolo per essere elaborato.

Recenti studi hanno confermato che più della metà delle foto pubblicate su Instagram sono praticamente dei “doppioni”. Il profilo @insta_repeat enfatizza il concetto, dimostrando quanto appena affermato. Per non parlare della quantità spropositata di selfie che gli utenti pubblicano sui propri profili.

Oggi, in aggiunta a questi futili fenomeni sociali, si è aggiunto il problema del mining compulsivo delle criptovalute[4],[5]. In sostanza in ogni istante, migliaia di macchine stanno facendo miliardi di calcoli a vuoto volti a “rallentare” l’esaurimento di una moneta… che materialmente non esiste!

Riassumendo: ogni volta che su un social leggiamo un insulto o una teoria strampalata, che vediamo una foto o un video, o su un sito di e-commerce “spendiamo” un Bitcoin, reclamiamo inconsapevolmente al fornitore del servizio un gran quantitativo di potenza computazionale per eseguire la nostra richiesta.

Nessuno si rende conto che tutta questa potenza di calcolo produce calore. Che tale calore va dissipato. Ma soprattutto che tale calore viene prodotto per l’ottenimento dell’esecuzione di azioni puerilmente sterili.

È quindi facilmente intuibile che immergere dei data center nei fondali marini potrebbe non essere la soluzione ottimale: è ben noto il problema del surriscaldamento dei mari, quindi figuriamoci se nel prossimo futuro le grandi multinazionali iniziassero a complicare la situazione climatica già precaria, con questa iniziativa.

Se le risorse computazionali fossero utilizzate unicamente per erogare servizi di reale utilità pubblica, il dispendio energia/calore si potrebbe considerare almeno ben destinato. Apprendere invece che gran parte di questa potenza di calcolo è spesa per elaborare fatui contenuti, e che contemporaneamente contribuisce a peggiorare le condizioni climatiche del nostro pianeta, è un’aberrante realtà. È comprensibile che, per le grandi multinazionali il business sia il fattore fondamentale per poter garantire uno sviluppo costante dei servizi erogati ma, giunti a questo punto, forse vi è la necessità di una maggiore sensibilizzazione riguardante il tema del clima.

Una possibile soluzione

Una soluzione parziale potrebbe consistere nel prevedere controlli a monte sui contenuti pubblicati nelle piattaforme social, in modo da arrestare la divulgazione di materiale che violi le regole minime di pubblicazione. In questo modo si limiterebbe almeno il proliferare incontrollato di video, immagini, post che siano inappropriati e/o volontariamente duplicati.

Una soluzione ottimale potrebbe consistere nel rivedere seriamente ed a livello globale i termini e le condizioni di utilizzo dei servizi erogati tramite le piattaforme di Cloud Computing.

___________________________________________________________________

  1. il tempo necessario ai dati per viaggiare dalla fonte alla destinazione.
  2. il gruppo segreto di Facebook non è rintracciabile all’interno di Facebook stesso, ed il permesso d’accesso è riservato solo ai membri selezionati dall’amministratore.
  3. https://valutevirtuali.com/2017/10/24/quanti-Bitcoin-ci-circolazione-ad-oggi/
  4. https://www.tomshw.it/altro/Bitcoin-puo-provocare-un-innalzamento-della-temperatura-globale/
  5. https://www.zeusnews.it/n.php?c=26803

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo 1 di 4