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Il G7 corteggia l’AI ma dimentica le telco: sbagliato, ecco perché



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Al G7 di Évian l’intelligenza artificiale è stata protagonista assoluta, con la partecipazione dei principali leader dell’industria AI. Tuttavia, l’assenza dei CEO delle telecomunicazioni evidenzia una contraddizione sempre più evidente: senza reti, fibra e infrastrutture digitali, non esiste alcun ecosistema AI sostenibile

Pubblicato il 19 giu 2026

Luigi Gambardella

esperto di politiche del digitale



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Al G7 di Évian, in Francia, l’intelligenza artificiale è stata al centro della scena. Al working lunch dedicato all’AI, al quale ha partecipato anche la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni insieme agli altri leader del G7, sono stati invitati alcuni dei protagonisti della nuova economia tecnologica globale: Sam Altman, Dario Amodei, Demis Hassabis e, per l’Italia, Uljan Sharka, founder e CEO di Domyn.

È una scelta comprensibile. Nessun governo può più discutere di crescita, produttività, sicurezza nazionale e competitività industriale senza confrontarsi con chi sta sviluppando le tecnologie destinate a trasformare il mondo.

Un’assenza che pesa nel dibattito sul futuro digitale: le telecomunicazioni

Ma proprio quella fotografia racconta anche un’assenza. Mentre i CEO delle grandi aziende dell’AI partecipano ai tavoli che contano, i CEO delle telecomunicazioni continuano a rimanere fuori dalla porta. È un paradosso che dura da anni, come ho potuto vedere personalmente (anche quando questo era un mercato molto più ricco) e che oggi appare sempre meno giustificabile.

Le telecomunicazioni non sono semplicemente un altro settore dell’economia. Sono l’infrastruttura sulla quale si regge l’intera economia digitale. Senza reti non esiste cloud. Senza fibra non esistono data center. Senza connettività non esistono piattaforme digitali, cybersicurezza, industria intelligente o intelligenza artificiale.

Sovranità tecnologica e infrastrutture tlc

Il punto è diventato ancora più evidente proprio a Évian. Le discussioni sull’accesso alle tecnologie più avanzate hanno mostrato quanto la sovranità tecnologica non sia più un concetto astratto. Se l’Europa teme di dipendere da tecnologie che possono essere limitate, bloccate o condizionate da decisioni prese altrove, allora dovrebbe porsi una domanda ancora più profonda: su quali infrastrutture vuole costruire la propria autonomia digitale?

L’intelligenza artificiale non riduce il ruolo delle reti. Lo amplifica. Ogni nuovo modello richiede più capacità di calcolo, più traffico dati, più data center, più connessioni in fibra, più sicurezza e più resilienza. Robotica avanzata, veicoli autonomi, telemedicina, manifattura intelligente, smart city e futuro 6G dipenderanno tutti da infrastrutture di telecomunicazione molto più sofisticate di quelle attuali.

AI e reti telco: un rapporto inscindibile

Il dibattito politico, però, continua a concentrarsi quasi esclusivamente sugli algoritmi, sui modelli e sulle piattaforme. È come discutere del futuro dell’aviazione invitando i produttori di aeroplani e le agenzie di viaggio, ma dimenticando aeroporti, piste e sistemi di controllo del traffico aereo.

Qualcuno potrebbe obiettare che le telco parlano già continuamente con i governi. È vero, ma quasi sempre dentro un perimetro regolatorio: aste per lo spettro, obblighi di copertura, prezzi wholesale, sicurezza delle reti, consultazioni pubbliche. Questo dialogo è necessario, ma non basta. Una cosa è convocare un settore per disciplinarlo. Un’altra è coinvolgerlo per disegnare il futuro digitale di un Paese.

Dal ruolo regolato al ruolo strategico: il G7 deve capire il ruolo delle telco nella geopolitica

È questa la differenza che il G7 dovrebbe cogliere. I leader dell’AI non sono stati invitati a Évian per discutere adempimenti, licenze o obblighi amministrativi. Sono stati chiamati perché la loro industria è ormai considerata parte della competizione geopolitica globale. Alle telco, invece, si continua spesso a chiedere come rispettare regole, obiettivi e vincoli. Molto più raramente si chiede loro quale infrastruttura serva per sostenere la prossima fase della crescita digitale.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: chi costruisce le reti sostiene investimenti enormi, continui e di lungo periodo, mentre gran parte del valore dell’economia digitale si concentra nelle mani di chi utilizza quelle reti per offrire servizi.

Ora l’intelligenza artificiale rischia di amplificare ulteriormente questo squilibrio. I governi chiedono più AI, più cloud, più data center, più capacità computazionale, più cybersicurezza e più sovranità digitale. Tutto legittimo. Ma raramente si interrogano su chi dovrà costruire e finanziare le infrastrutture necessarie per sostenere questa crescita.

Si invita chi genera e monetizza il traffico, ma non chi deve costruire e finanziare le reti che lo trasportano.

Edge cloud e nuovi modelli di crescita

Esiste anche una possibile risposta industriale. L’edge cloud integrato nelle reti degli operatori può diventare una nuova piattaforma commerciale per l’economia dell’AI: capacità di calcolo e archiviazione distribuite vicino agli utenti, alle imprese e agli oggetti connessi.

Per le telco significherebbe creare ricavi oltre la pura connettività; per piattaforme digitali e OTT, migliorare latenza, affidabilità e qualità dei servizi. Se il valore generato è reale, non c’è ragione per cui questi attori non debbano pagare soluzioni infrastrutturali capaci di migliorare le loro prestazioni.

La sfida europea tra AI e telecomunicazioni

La questione è particolarmente rilevante per l’Europa. Stati Uniti e Cina hanno sviluppato strategie industriali capaci di combinare infrastrutture, piattaforme e innovazione tecnologica. L’Europa, invece, ha spesso affrontato questi temi in compartimenti separati. Oggi discute di sovranità digitale, autonomia strategica e leadership nell’intelligenza artificiale. Ma nessuna sovranità digitale può esistere senza infrastrutture digitali forti, sicure e sostenibili.

Il G7 di Évian ha giustamente riconosciuto che l’intelligenza artificiale è una questione geopolitica. Ma dovrebbe riconoscere con la stessa chiarezza che anche le telecomunicazioni lo sono. Le reti non sono più soltanto infrastrutture tecniche. Sono asset strategici che determinano competitività economica, sicurezza nazionale e capacità di innovazione.

Perché le telco dovrebbero sedere ai tavoli del G7

Per questo, al prossimo G7, i leader mondiali dovrebbero invitare anche i CEO delle principali aziende di telecomunicazioni. Non per rappresentanza settoriale o cortesia istituzionale, ma perché le decisioni sul futuro digitale non possono essere prese ascoltando soltanto chi sviluppa gli algoritmi. Devono coinvolgere anche chi costruisce, gestisce e finanzia le reti sulle quali quegli algoritmi funzionano.

L’intelligenza artificiale può essere il motore della nuova economia digitale. Ma senza reti moderne, pervasive, sicure e sostenibili quel motore semplicemente non può partire. In un’epoca in cui l’AI domina l’agenda politica globale, continuare a escludere le telecomunicazioni dalle grandi discussioni strategiche non è più una dimenticanza tecnica. È un errore strategico. Significa ignorare una parte fondamentale dell’equazione sulla quale si giocheranno la competitività, la sicurezza e la sovranità digitale delle nostre

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