scenario

Iran, perché le sorti dello stretto di Hormuz agitano la filiera globale



Indirizzo copiato

La crisi tra Iran, Israele e Stati Uniti ha trasformato lo Stretto di Hormuz in un fattore di rischio globale. Il possibile blocco del traffico marittimo colpisce energia, logistica e catene del valore, mentre i mercati reagiscono con rincari e crescente instabilità

Pubblicato il 9 mar 2026

Francesco Serra

avvocato, Università Mediterranea di Reggio Calabria

Pietro Stilo

Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria



intelligence iraniana

Le ritorsioni da parte iraniana in seguito all’attacco da parte di Usa e Israele erano prevedibili, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti militari, ai quali si è aggiunta una leva strategica di pivotale delicatezza e cioè l’interruzione del traffico navale nello Stretto di Hormuz.

L’utilizzo da parte iraniana dello Stretto di Hormuz come strumento geopolitico conduce a riflettere sul valore dei cosiddetti “colli di bottiglia” o “strozzature”, punti fondamentali per i traffici marittimi commerciali globali, che se bloccati possono recare importante nocumento all’economia globale, da qui l’importanza centrale di questi “chokepoints” e della loro tutela e sicurezza.

Da precisare che l’Iran da tempo versa in una situazione interna seriamente critica. Il regime infatti affronta proteste legate a questioni economiche e sociali difficili, tra le quali un’inflazione galoppante aggravata dalle sanzioni internazionali che persistono nonostante vari tentativi di negoziato.

Ad amplificare i disagi si aggiungono le questioni geopolitiche: infatti le relazioni con l’Occidente, soprattutto quelle con lo Stato di Israele e gli USA, sono da tempo ai minimi storici, situazione che si è ulteriormente compromessa con gli strikes del 28 febbraio scorso.

Perché lo Stretto di Hormuz pesa sui mercati globali

Interruzioni di questi punti strategici, anche parziali, possono infatti innescare effetti domino, molto preoccupanti. Da alcune analisi da fonti come Bloomberg, indicano che le tariffe di nolo per tanker sono già salite ai massimi livelli da sette mesi, riflettendo quindi l’ansia dei mercati.

Energia, logistica e vulnerabilità delle filiere

La chiusura dello Stretto di Hormuz, quale chokepoint vitale per il commercio petrolifero e di gas globale, spinge indifferibilmente tutti i decision maker mondiali a interrogativi profondi sulla resilienza e relativa gestione delle catene globali del valore, delle forniture e della distribuzione, in tutti i settori, ma soprattutto in quelli più incidenti poiché senza alternative immediate, in specie quelli energetico e tecnologici soprattutto dei semiconduttori.

In particolare questi due ambiti hanno caratteristiche di unicità che non hanno alternative in tempi medio-brevi, infatti il petrolio ed il gas che si estraggono dai siti dei Paesi del Golfo non sono di semplice sostituzione sia per la dipendenza da queste fonti energetiche senza una vera transizione ad altre fonti, sia perché la qualità ed i prezzi di questi minerali sono convenienti, mentre per quanto riguarda i semiconduttori molti provengono dall’Asia, in particolare da Cina, Corea del Sud e Taiwan che ha il quasi monopolio della produzione di quelli più avanzati.

Lo Stretto di Hormuz come chokepoint vitale per petrolio e gas

Geograficamente, lo Stretto di Hormuz è largo appena 33 chilometri nel punto più angusto del Golfo e rappresenta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale, transitando circa il 20% del petrolio globale e il 25% del gas naturale liquefatto (GNL). Serve un’area tra le più importanti in termini di densità di aree dalle quali si estraggono tali risorse energetiche, per poi essere esportate via mare verso i Paesi a maggiore industrializzazione, Cina compresa.

Ogni giorno, oltre 20 milioni di barili di greggio e prodotti derivati viaggiano verso mercati asiatici, europei e americani, rendendolo insostituibile per la stabilità dei prezzi energetici. La chiusura, anche temporanea, ha già cominciato a provocare ripercussioni immediate: un’impennata dei prezzi del petrolio, con stime che prevedono un balzo oltre i 100 dollari al barile, mentre per il Gas è a cifre altissime circa 62 $/MWh, oltre ad un aumento dei costi di assicurazione e trasporto.

L’Iran, controllando la sponda settentrionale dello Stretto, ha la capacità di minarlo o attaccare navi con missili, come dimostrato in passati incidenti. Secondo il Crisis Group, il 30% del commercio marittimo di greggio mondiale passa da qui, esponendo l’economia globale a rischi sistemici. Non a caso, compagnie di spedizione come CMA CGM hanno ordinato alle loro navi di cercare riparo immediato nel Golfo, segnalando un’interruzione già in atto delle rotte commerciali.

Le catene globali del valore sotto pressione

Certamente, in questo preciso momento critico per gli assetti economici di tutto il mondo, le catene globali del valore (GVC) – quelle reti complesse che collegano produzione, logistica e consumo su scala planetaria – sono particolarmente esposte a shock come questo. L’energia è uno dei fulcri: un’interruzione nel flusso di petrolio e gas da Hormuz potrebbe causare ritardi nelle forniture di materie prime per industrie chimiche, plastiche e manifatturiere.

L’Asia, che riceve l’80% del GNL transitante dallo Stretto, subirebbe i colpi più duri, con ripercussioni su economie come Cina, India e Giappone.

In Europa, il benchmark del gas TTF, secondo le stime più pessimistiche, potrebbe addirittura superare i 90 euro per MWh, aggravando la crisi energetica post-Ucraina.

Per l’India, dipendente dalle importazioni mediorientali, una chiusura significherebbe prezzi più alti per il greggio e ritardi nelle catene di fornitura, con effetti a cascata su trasporti e produzione.

Stretto di Hormuz e resilienza delle supply chain

Gli analisti di HSBC sottolineano come Hormuz rappresenti la linea sottile tra volatilità dei prezzi e una vera crisi di approvvigionamento globale. Inoltre, tensioni come queste aumentano i premi di rischio nei mercati, spingendo aziende a diversificare rotte – ad esempio verso pipelines alternative, ma con capacità limitate – e accelerando transizioni verso energie rinnovabili.

Dal punto di vista delle GVC, questa crisi evidenzia la fragilità dei “chokepoints”. Esperti del settore supply chain avvertono di “stress test” imminenti, con prezzi del carburante in rialzo e ritardi che potrebbero propagarsi a settori non energetici, come l’elettronica e l’automotive.

Mentre i mercati monitorano l’attualità e si interrogano sul futuro, le GVC devono evolvere verso maggiore resilienza, investendo in diversificazione e tecnologie per mitigare rischi geopolitici o di differente natura.

Questa crisi iraniana non è solo un capitolo di tensioni regionali, ma un monito sulle interconnessioni globali. Lo Stretto di Hormuz, più che un passaggio marittimo, è il simbolo di come la geopolitica possa spezzare le catene del valore che sorreggono l’economia globale.

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x