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La Cina costruisce la sua rete globale per l’AI: ecco il Waico



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La Cina usa la conferenza di Shanghai per estendere la competizione sull’intelligenza artificiale. Non solo più sulle prestazioni dei modelli ma anche capacità di distribuirli, puntando su infrastrutture, standard, open source, formazione e cooperazione con i Paesi emergenti

Pubblicato il 24 lug 2026

Luigi Gambardella

esperto di politiche del digitale



AI Cina Waico
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La competizione internazionale sull’intelligenza artificiale, in primi Usa-Cina, ora riguarda non solo più i modelli ma anche le infrastrutture necessarie per diffonderli. Capacità di calcolo, accesso ai dati, piattaforme open source, formazione, applicazioni industriali e standard tecnici stanno diventando fattori decisivi.

In più, è una competizione che si apre a rete coinvolgendo i Paesi alleati. La Cina così stringe ancora di più i legami con il Global South.

È il quadro emerso a Shanghai durante il World Artificial Intelligence Conference 2026 (WAIC), dove il sottoscritto è stato speaker.

Qui la Cina ha presentato una strategia che lega sviluppo tecnologico, politica industriale e cooperazione con i Paesi emergenti.

LIVE: AI Shapes Tomorrow – A Tour of World Artificial Intelligence Conference 2026

L’obiettivo di Pechino quindi non è soltanto ridurre il divario con gli Stati Uniti nella progettazione dei modelli AI (e quelli cinesi sono sempre più competitivi e molto usati per via della natura open e prezzi bassi), ma costruire una rete internazionale di Paesi, imprese e istituzioni che utilizzino tecnologie e standard cinesi.

Il passaggio è rilevante anche per l’Europa. La capacità di regolare l’intelligenza artificiale non garantisce, da sola, un ruolo nella sua evoluzione. Senza infrastrutture, investimenti e applicazioni industriali, il continente rischia di disciplinare sistemi progettati e distribuiti altrove.

Infrastrutture e cooperazione nella strategia AI di Pechino: il WAICO

A Shanghai, la National Development and Reform Commission cinese ha presentato un piano d’azione dedicato alla cooperazione e allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Il documento indica tra le priorità l’accesso ai dati e alla capacità di calcolo, il sostegno ai modelli open source, la formazione, le applicazioni industriali e la collaborazione internazionale sugli standard.

Waico e i centri internazionali per le applicazioni AI

Il presidente cinese Xi Jinping ha inoltre annunciato la creazione della World Artificial Intelligence Cooperation Organization, Waico, un organismo con sede a Shanghai che riunisce inizialmente 29 Paesi.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, tra gli aderenti figurano Brasile, Russia, Indonesia e Sudafrica, mentre l’India non partecipa. Pechino punta ad ampliare il numero dei membri e a utilizzare l’organizzazione per sostenere l’adozione di tecnologie cinesi nei Paesi in via di sviluppo.

La proposta comprende anche la creazione di centri internazionali per la cooperazione nelle applicazioni dell’intelligenza artificiale. Queste strutture dovrebbero fornire infrastrutture, piattaforme open source e programmi di formazione in collaborazione con Paesi africani, mediorientali, latinoamericani e del Sud-est asiatico.

La Cina ha già avviato un centro di questo tipo con i Paesi dell’Asean. L’iniziativa si concentra sulla costruzione delle infrastrutture, sulla diffusione di piattaforme accessibili e sulla preparazione di tecnici e sviluppatori.

La strategia cinese sull’intelligenza artificiale oltre i modelli

Un modello avanzato produce effetti economici solo quando può essere integrato nei processi produttivi, nei servizi pubblici, nella sanità, nella ricerca, nella logistica e nell’istruzione. Servono centri di calcolo, reti, competenze tecniche, sistemi interoperabili e costi sostenibili.

Il vantaggio competitivo dipenderà quindi dalla capacità di creare un ecosistema completo. La leadership non sarà misurata soltanto sulla base del modello più potente, ma sulla diffusione delle tecnologie, sul numero di sviluppatori che le utilizzano e sulla capacità di trasformarle in prodotti e servizi.

È un’evoluzione simile a quella attraversata da Internet e dalle telecomunicazioni. Il controllo delle piattaforme, degli standard e delle reti ha avuto conseguenze economiche e politiche più durature del successo di una singola applicazione.

Il Sud globale nell’offerta tecnologica della Cina

In questo scenario, per molti Paesi emergenti, il problema non è sviluppare un modello capace di competere con i sistemi statunitensi o cinesi. La priorità è avere accesso a strumenti utilizzabili, infrastrutture meno costose e personale in grado di adattare l’intelligenza artificiale alle esigenze locali.

La proposta cinese risponde a questa domanda. Pechino offre modelli, assistenza tecnica e formazione, con l’obiettivo di ridurre i costi di ingresso. In cambio, può aumentare la dipendenza da piattaforme, fornitori e standard sviluppati in Cina.

George Chen, partner dell’Asia Group intervistato dal Financial Times, ha descritto Waico come una possibile piattaforma per esportare tecnologie e modelli open source cinesi. A suo giudizio, Pechino punta a fare in modo che un numero crescente di Paesi utilizzi soluzioni cinesi invece di prodotti statunitensi.

Il prezzo costituisce un elemento centrale. I modelli proprietari offerti da aziende come OpenAI e Anthropic possono risultare troppo costosi per imprese e amministrazioni con risorse limitate. I modelli aperti permettono invece di modificare il software, eseguirlo su infrastrutture locali e adattarlo a lingue e settori specifici.

Kevin Xu, fondatore di Interconnected Capital, ha paragonato questa possibile divisione del mercato a quella tra Android e iOS. Le aziende statunitensi potrebbero conservare i prodotti più redditizi, mentre i modelli aperti, molti dei quali sviluppati in Cina, potrebbero raggiungere una diffusione più ampia.

DeepSeek, Qwen e la credibilità internazionale dell’AI cinese

La credibilità dell’offerta cinese è cresciuta dopo l’affermazione di DeepSeek e dei modelli Qwen di Alibaba. Questi sistemi hanno mostrato che le aziende cinesi possono realizzare tecnologie competitive e distribuirle con modalità più aperte rispetto a molte piattaforme statunitensi.

Il cosiddetto “momento DeepSeek”, iniziato nel gennaio 2025, ha modificato anche la diplomazia tecnologica cinese. Secondo l’analisi del Financial Times basata sui comunicati del ministero degli Esteri di Pechino, i riferimenti all’intelligenza artificiale negli incontri tra la leadership cinese e i rappresentanti di altri Paesi sono aumentati dopo il successo dell’azienda.

L’AI è entrata così nell’offerta internazionale della Cina accanto alle telecomunicazioni, al cloud, ai sistemi di pagamento e alle infrastrutture digitali. Questo percorso era già iniziato con la Digital Silk Road, annunciata nel 2015 nell’ambito della Belt and Road Initiative.

Secondo il Council on Foreign Relations, la Digital Silk Road ha sostenuto progetti relativi a reti di telecomunicazione, cloud computing, commercio elettronico, pagamenti mobili, città intelligenti e sistemi di sorveglianza. Circa un terzo dei quasi 150 Paesi coinvolti nella Belt and Road avrebbe partecipato anche a iniziative collegate alla rete digitale.

Standard e geopolitica nella strategia cinese sull’intelligenza artificiale

La diffusione dei modelli cinesi può influire sulla definizione delle regole tecniche e politiche dell’intelligenza artificiale. Chi fornisce le piattaforme tende anche a condizionare i criteri di sicurezza, interoperabilità, gestione dei dati e controllo dei contenuti.

Arindrajit Basu, ricercatore dell’Università di Leiden citato dal Financial Times, ha collegato la strategia cinese al tentativo di intervenire sulle norme che disciplinano la tecnologia. Internet è cresciuto attorno a società, infrastrutture e principi prevalentemente statunitensi. Pechino vuole evitare che lo stesso schema si ripeta con l’intelligenza artificiale.

Gli Stati Uniti hanno promosso una coalizione alternativa, Pax Silica, composta da 24 membri e concentrata soprattutto sulla sicurezza delle catene di approvvigionamento, sui semiconduttori e sui minerali critici.

Le due iniziative riflettono approcci diversi. Washington assegna priorità al controllo delle tecnologie strategiche e delle forniture. Pechino punta sulla diffusione dei modelli e sulla formazione dei Paesi che non dispongono di capacità autonome.

I limiti dell’apertura dei modelli cinesi

L’apertura dei modelli cinesi non è garantita nel tempo. Alcune aziende, tra cui Alibaba e ByteDance, hanno già mantenuto chiusi alcuni dei sistemi più avanzati, mentre cresce la pressione per ricavare entrate dagli investimenti effettuati.

Il ministero del Commercio cinese ha inoltre discusso con le principali società del settore possibili restrizioni al trasferimento all’estero dei dati usati per l’addestramento e al download dei parametri dei modelli da parte di utenti stranieri, secondo il Financial Times.

Rimane anche una dipendenza significativa dall’hardware statunitense. I chip più avanzati utilizzati per addestrare e far funzionare i sistemi di intelligenza artificiale sono ancora dominati da aziende come Nvidia. I controlli sulle esportazioni imposti dagli Stati Uniti limitano l’accesso cinese ad alcuni semiconduttori e macchinari.

L’offerta di Pechino unisce quindi apertura e controllo. I modelli open source possono accelerare l’adozione, ma la Cina conserva strumenti politici e industriali per regolare la circolazione delle tecnologie considerate strategiche.

L’Europa tra AI Act, tecnologie estere e capacità industriale

L’Europa ha assunto un ruolo centrale nella regolazione dell’intelligenza artificiale con l’AI Act, ma dispone di meno capacità di calcolo, meno capitali privati e un numero inferiore di grandi piattaforme rispetto a Stati Uniti e Cina.

Il rischio è che le imprese europee adottino modelli statunitensi o cinesi mentre le istituzioni dell’Unione definiscono le condizioni per utilizzarli. Una posizione regolatoria forte può tutelare cittadini e imprese, ma non sostituisce la capacità industriale.

Per ridurre questa dipendenza servono investimenti nella ricerca, nei data center, nell’energia, nei semiconduttori, nella formazione e nelle applicazioni settoriali. Serve anche una politica internazionale che permetta alle aziende europee di partecipare alla definizione degli standard.

L’Europa non deve replicare integralmente il modello statunitense o quello cinese. Può costruire partnership con entrambi i sistemi, sostenendo al tempo stesso tecnologie proprie, modelli aperti e infrastrutture condivise.

Perché la diffusione dell’AI conterà quanto l’innovazione

Dalle discussioni di Shanghai è emersa una competizione più ampia della corsa ai modelli. Stati e aziende cercano di controllare i canali attraverso cui l’intelligenza artificiale verrà distribuita, adattata e incorporata nell’economia.

La Cina propone ai Paesi emergenti un pacchetto che comprende software, infrastrutture, formazione e cooperazione istituzionale. Gli Stati Uniti mantengono un vantaggio nei chip, nei capitali e nei modelli proprietari più avanzati. L’Europa dispone di capacità scientifiche e normative, ma deve rafforzare la propria base industriale.

Il prossimo equilibrio tecnologico dipenderà dalla capacità di trasformare i sistemi di intelligenza artificiale in strumenti accessibili e affidabili. Il Paese che riuscirà a diffondere le proprie piattaforme, formare gli utilizzatori e imporre i propri standard potrà esercitare un’influenza che andrà oltre il settore tecnologico.

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