Il Piano Italia a 1 Giga rischia di ereditare le stesse frizioni che hanno rallentato il Piano aree bianche: dati incompleti sui civici, autorizzazioni locali lente, filiera esecutiva fragile e penali che finiscono in contenzioso. La delibera della Corte dei conti di dicembre 2025 mette numeri e scadenze davanti a un bivio: chiudere davvero entro fine 2026 o trascinare i ritardi nel cuore del PNRR.
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Perché il Piano Italia a 1 Giga rischia di partire con lo stesso zaino di problemi
Il Piano aree bianche della banda ultralarga, avviato nel 2015 con circa 3 miliardi di euro, doveva completarsi anni fa. Invece siamo ancora qui: solo il 2% delle penali comminate è stato effettivamente incassato, servono altri 660 milioni di contributo pubblico per sostenere il concessionario e la chiusura dei lavori è slittata a fine 2026.
La Corte dei conti, con una delibera di dicembre 2025, fotografa un progetto che avanza ma fatica a chiudersi, intrappolato tra comuni critici, contenziosi sulle sanzioni e un’anagrafe dei civici che ancora non esiste. E lancia un avvertimento: le stesse criticità rischiano di travolgere il Piano Italia a 1 Giga del PNRR, che però non potrà permettersi gli stessi margini di tolleranza.
È stata appena resa pubblica la deliberazione n. 71/2025/CCC del Collegio del controllo concomitante della Corte dei conti, assunta in camera di consiglio il 19 dicembre 2025, che rappresenta l’ennesimo campanello d’allarme su un progetto che doveva essere una bandiera della digitalizzazione italiana e invece si è trasformato in un caso di scuola su come le infrastrutture strategiche possano impantanarsi tra burocrazia, contenziosi e coordinamento impossibile. La base giuridica è quella dell’articolo 22 del decreto legge 76/2020, che consente alla Corte di svolgere un controllo concomitante volto ad “accelerare gli interventi di sostegno e di rilancio dell’economia nazionale”, con l’esclusione dei progetti PNRR e con la possibilità di arrivare, nei casi più gravi, a segnalazioni pesanti oppure, come in questo caso, a raccomandazioni che suonano come un ultimatum educato.
Il nodo dei tempi: perché la “coda” è sempre la parte più dura
Parliamo del “Grande Progetto” della banda ultralarga nelle aree bianche, nato dentro la Strategia italiana BUL approvata nel 2015 e pensato per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda Digitale europea 2020: coperture a 100 Mbps per la maggior parte della popolazione e almeno 30 Mbps per chi vive nei territori più difficili, con una combinazione di FTTH per le zone più densamente abitate e FWA per quelle disperse.
Dieci anni dopo, la domanda che aleggia su tutto il provvedimento è: perché ci stiamo ancora chiedendo quando finirà?
La differenza PNRR: milestone e scadenze che non concedono margini
La risposta, implicita già qui, è che la parte finale concentra eccezioni, permessi e casi non standard: è la fase in cui le percentuali “belle” smettono di raccontare la fatica reale. Ed è anche la fase che, dentro il PNRR, rischia di diventare un boomerang, perché le scadenze non sono negoziabili nello stesso modo in cui lo sono state per un progetto avviato nel 2015.
La delibera della Corte dei conti: lo stato del Piano aree bianche al 1° novembre 2025
Il documento non è una semplice fotografia astratta, ma una verifica severa su due fronti: da un lato, quanto il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) abbia preso sul serio le raccomandazioni della precedente deliberazione dello scorso anno; dall’altro, a che punto siamo davvero con i lavori al 1° novembre 2025.
Che cosa chiede la Corte: obiettivi, soldi, cronoprogramma, cantieri
La richiesta istruttoria del 29 ottobre non lascia spazio a fraintendimenti: i magistrati contabili vogliono sapere se gli obiettivi sono stati ridefiniti al ribasso, se servono altri soldi, se l’organizzazione è cambiata, se il cronoprogramma è ancora credibile, dove sono finiti i cantieri, quante penali sono state davvero pagate, cosa si sta facendo per la carenza di manodopera specializzata. In sostanza, vogliono capire se questo progetto arriverà mai in fondo o se continuerà a chiedere proroghe, soldi e pazienza.
Che cosa è cambiato rispetto alla delibera precedente
La Corte torna su criticità già note, ma con un taglio più operativo: non basta “fotografare”, serve capire se le raccomandazioni hanno prodotto azioni e strumenti. Il punto non è solo dove siamo arrivati, ma se il sistema di governo del progetto è in grado di chiuderlo.
Governance e catena di comando, dal MIMIT a Open Fiber
E qui la Corte rimette sul tavolo un problema che aveva già evidenziato: la governance di questo progetto è un labirinto. Il MIMIT è il “Beneficiario”, Infratel è il soggetto attuatore, Open Fiber è il concessionario e il coordinamento strategico ruota attorno al Comitato interministeriale per la transizione digitale. Troppi attori, troppi livelli decisionali, troppi modi per far perdere le tracce alle responsabilità quando qualcosa non funziona.
Ruoli e responsabilità: beneficiario, attuatore, concessionario
La frammentazione moltiplica i passaggi: ognuno ha un pezzo del processo, ma la catena rischia di diventare una zona grigia in cui le responsabilità si diluiscono e gli scostamenti si spiegano sempre “altrove”.
Dove si inceppa il coordinamento strategico
Il coordinamento strategico diventa, in pratica, un esercizio di composizione tra interessi e vincoli diversi, spesso con tempi incompatibili con le scadenze: quando la governance si allarga, la decisione rallenta.
Senza anagrafe dei civici, il Piano Italia a 1 Giga naviga a vista
La risposta che il MIMIT ha dato quest’anno è stata quella di attivare un “monitoraggio rafforzato”, una specie di vigilanza permanente che dovrebbe tenere sotto controllo tutti i soggetti coinvolti, anche attraverso i comitati di coordinamento con Regioni e Province autonome. La Corte prende atto del cambio di passo, ma sottolinea che questi tavoli sono diventati “fondamentali” per contemperare interessi diversi e, in alcuni casi, per giustificare ulteriori proroghe. Traduzione: si cerca di evitare che l’intero castello crolli, anche a costo di allungare ancora i tempi.
L’elemento che i giudici considerano davvero importante è la creazione di un flusso informativo continuo: dal gennaio 2025, il Ministero chiede a Infratel di trasmettere i dati di avanzamento ogni mese, trasformando finalmente le informazioni da “rendicontazione a posteriori” in strumento per capire dove nascono i problemi prima che diventino irrecuperabili.
Perché i “civici difficili” diventano il vero collo di bottiglia
E qui emerge il nodo più imbarazzante di tutta la vicenda: l’Italia non ha un’anagrafica centralizzata delle unità immobiliari. Non sa con precisione quanti civici deve coprire, dove sono, quali caratteristiche hanno. La Corte lo dice chiaramente: questo problema riguarda non solo il Piano aree bianche, ma anche Italia a 1 Giga e il 5G, perché senza dati certi tutto diventa una rincorsa continua a correggere le stime, rifare i piani, giustificare gli scostamenti.
Pensateci un attimo: come si può pianificare una rete di telecomunicazioni nazionale senza sapere quanti edifici servire? Eppure ci siamo arrivati, e il problema si manifesta proprio adesso che restano da coprire i “civici difficili”: quelli dispersi in montagna, quelli con vincoli paesaggistici, quelli dove nessun operatore privato ci andrebbe mai perché non conviene.
Effetti a catena su 1 Giga e 5G: perimetri, stime, scostamenti
Persino nei grandi centri urbani ci sono interi palazzi in aree bianche come delle “sacche” non raggiunte dalla fibra, quando immobili a poche decine di metri lo sono. Lì l’approssimazione anagrafica diventa un ostacolo concreto: perimetri incerti, stime che cambiano e scostamenti da giustificare, con ricadute su più piani contemporaneamente.
I 660 milioni extra e l’ultimo cronoprogramma: cosa cambia anche per il Piano Italia a 1 Giga
Sul fronte economico, la dotazione complessiva era stata fissata a circa 2,97 miliardi di euro. Ma nel dicembre 2024, dopo i pareri del NARS dell’ottobre precedente, si è chiusa una revisione dei Piani Economico-Finanziari del concessionario che ha portato a un riequilibrio sostanziale.
Riequilibrio dei PEF: motivazioni e conseguenze
Le motivazioni ufficiali: pandemia, ritardi autorizzativi, aumento dei costi dei materiali e dei lavori a causa dell’inflazione. Risultato: altri 660 milioni di euro di contributo pubblico, scaglionati tra il 2024 e il 2029, più un’estensione della durata delle concessioni da sei a otto anni e il riconoscimento del valore di subentro a fine concessione per alcuni lotti.
Facciamo i conti: 660 milioni in più significa un aumento di oltre il 20% rispetto alla cifra iniziale. Non è una quisquilia. Da un lato è comprensibile: se le condizioni cambiano radicalmente rispetto al momento della firma, e quando tali condizioni sono esogene e dimostrabili, o si riequilibra il piano oppure il concessionario getta la spugna o finisce in tribunale.
Dall’altro, però, c’è un problema politico e di credibilità: se le stime iniziali non hanno tenuto conto di shock prevedibili come l’inflazione o i ritardi autorizzativi (che in Italia sono una costante, non un’eccezione), quanto possiamo fidarci delle nuove stime? E se tra un anno emergono altri problemi, dobbiamo aspettarci un terzo aggiustamento?
Fine lavori 2026: perché la Corte alza l’asticella
La Corte lo dice chiaro: questo riequilibrio ha comprato tempo e sostenibilità per il concessionario, ma non può comprare ulteriori rinvii. L’ultimo cronoprogramma prevede la chiusura dei lavori tra settembre e dicembre 2026, con l’88% dei collaudi completati entro il 2025 e il restante 12% l’anno successivo. Ma rispetto alla rilevazione precedente c’è già una flessione, attribuita ai soliti “comuni critici”.
FTTH e FWA, numeri di avanzamento e ‘aggiustamenti’ tecnologici
I numeri dicono che sul versante FTTH, a fine ottobre 2025, le unità immobiliari in fase di collaudo sono circa 3,1 milioni su un target di 4,4 milioni, con oltre 632 mila ancora in lavorazione.
La coda FTTH: perché il milione mancante pesa più dei progressi
Sembra un buon avanzamento, ma quel milione e 300 mila unità che mancano all’appello non sono civici qualsiasi: sono quelli difficili, quelli che richiedono permessi speciali, quelli dispersi, quelli dove ogni metro di fibra costa il triplo del normale.
FWA e revisione tecnologica: capitolati e collaudi da riallineare
Per la componente FWA, la situazione è simile: 1,56 milioni di unità in collaudo su un target di 2,3 milioni, con circa 465 mila ancora in cantiere. Ma qui c’è un’aggravante: la FWA è più esposta a variabili tecnologiche e autorizzative, e infatti il documento parla di “revisione dell’approccio tecnologico”, con introduzione del 5G “slicing” e necessità di riallineare capitolati e processi di collaudo. In altre parole, si stanno aggiustando le cose in corsa, e questo non è mai un buon segno.
Comuni critici: autorizzazioni, vincoli e manodopera che minacciano il Piano Italia a 1 Giga
Poi ci sono i “comuni critici”, che sono il vero tallone d’Achille di questo progetto. La Corte elenca le cause: permessi e autorizzazioni che non arrivano, vincoli tecnico-esecutivi, blocchi stagionali o temporanei, richieste di stralcio da parte dei comuni stessi, carenza di manodopera specializzata, problemi delle imprese subappaltatrici. Non c’è una soluzione unica perché ogni comune critico è critico a modo suo.
Permessi e Soprintendenze: tempi amministrativi vs cantieri
Ci sono quelli dove i vincoli paesaggistici rendono impossibile posare la fibra senza un’autorizzazione della Soprintendenza che può arrivare dopo mesi. Ci sono quelli dove tre enti diversi devono dare il via libera e ognuno aspetta che l’altro si muova per primo.
Subappalti e carenza di tecnici: la fragilità della filiera
Ci sono quelli in cui il territorio è così accidentato che ogni cantiere diventa un’impresa “alpinistica”. E ci sono quelli in cui semplicemente non si trova manodopera disposta ad andare a lavorare per settimane in zone isolate, mentre le imprese subappaltatrici faticano a reggere ritmi, costi e complessità.
Accessi condominiali e blocchi locali: gli stop “invisibili”
Ci sono anche ostacoli micro che diventano determinanti: amministratori condominiali di edifici da cui Open Fiber dovrebbe prolungare la fibra che negano l’accesso alla ditta incaricata. Ogni problema richiede una soluzione diversa: semplificazioni normative, coordinamento amministrativo, tecnologie alternative, investimenti nella formazione. Ma se la risposta si limita a “monitoriamo meglio”, il rischio è che queste realtà restino critiche fino alla fine dei tempi.

Penali quasi fantasma e contenziosi: il rischio reputazionale per il Piano Italia a 1 Giga
E qui arriviamo al punto più grottesco di tutta la vicenda. Le penali servono a far rispettare gli obblighi contrattuali: se il concessionario ritarda, paga. Almeno in teoria.
80 milioni comminati, 2 incassati: perché il deterrente non funziona
Nella pratica, su 80,3 milioni di euro di penali comminate, ne sono stati incassati solo poco meno di 2 milioni: circa il 2%. Il resto è tutto pendente, in attesa, contestato. E infatti il 56% delle penali richieste, pari a 45,3 milioni di euro, è finito in contenzioso giudiziario.
Risultato: le penali non stanno funzionando. Anzi, si sono trasformate in un altro campo di battaglia legale che non serve né a velocizzare i lavori né a recuperare risorse. Il concessionario sa che può contestare e, contestando, guadagna tempo. L’amministrazione sa che può comminare sanzioni, ma sa anche che incassarle è un’altra storia.
Garanzie e tetti massimi: cosa succede se i ritardi continuano
Nel frattempo, per proteggersi, Infratel ha dovuto aumentare il valore della garanzia autonoma “a prima richiesta” da 57,7 milioni a 76,8 milioni di euro, proprio per avere una rete di sicurezza nel caso in cui le penali restino sulla carta.
C’è anche un altro elemento inquietante: soltanto due lotti hanno ancora disponibilità inferiore a un quarto del tetto massimo di penali applicabili (17% e 23%). Questo può voler dire due cose opposte ma ugualmente preoccupanti: o c’è ancora molto spazio per comminare altre sanzioni e quindi i ritardi continueranno e il contenzioso si aggraverà, oppure il sistema delle penali ha già esaurito la sua capacità deterrente e ci si sta semplicemente abituando all’idea che i ritardi facciano parte del gioco.
Quando un sistema sanzionatorio produce un tasso di incasso del 2%, quel sistema ha smesso di funzionare. La penale diventa una voce di bilancio da accantonare, non uno stimolo a rispettare i tempi. E dal lato pubblico, l’incapacità di far valere le sanzioni mina qualsiasi autorevolezza nella gestione del rapporto concessorio, che si trasforma in una negoziazione permanente dove ogni ritardo viene giustificato e ogni responsabilità diluita.

Le raccomandazioni: un ultimatum gentile
Di fronte a tutto questo, la Corte poteva tirare il freno d’emergenza e attivare le conseguenze più pesanti previste dalla normativa. Non lo ha fatto, ma ha formulato raccomandazioni che suonano come un ultimatum educato: completate i lavori rispettando l’ultimo cronoprogramma, intensificate la vigilanza, usate il flusso informativo mensile per intercettare i problemi prima che diventino irreversibili e trovate il modo di sbloccare i comuni critici entro le tempistiche fissate.
Il messaggio implicito è: abbiamo preso atto che quest’anno avete capito la gravità della situazione e state provando a correre ai ripari. Ma ora non ci sono più scuse. Avete avuto 660 milioni in più, avete avuto proroghe, avete avuto il riequilibrio dei piani finanziari. Adesso dovete chiudere. Entro fine 2026. Punto.
I magistrati contabili registrano che qualcosa si sta muovendo nella direzione giusta, ma al tempo stesso avvertono che il margine di tolleranza è esaurito. L’aggiustamento finanziario ha comprato tempo, ma non può comprare ulteriori rinvii. E questa è una lezione che vale anche per il prossimo grande progetto: Italia a 1 Giga.
Voucher e domanda: come misurare i risultati del Piano Italia a 1 Giga
Il collegamento con Italia a 1 Giga non è casuale. La stessa delibera della Corte segnala che la mancanza di un’anagrafica centralizzata delle unità immobiliari è una criticità strutturale che riguarda anche questo piano, finanziato dal PNRR con circa 3,5 miliardi di euro e finalizzato a portare connettività ad altissima capacità in linea con gli obiettivi europei “Gigabit”.
Dopo anni di mappature e consultazioni gestite dal Dipartimento per la trasformazione digitale con il supporto di Infratel, nel 2024-2025 il tema più caldo è diventato quello dei “civici di prossimità” e della qualità del perimetro. Infratel ha pubblicato i risultati della mappatura e consultazione 2025, evidenziando la necessità di acquisire osservazioni di mercato in conformità agli orientamenti UE. Traduzione: stiamo ancora cercando di capire con precisione dove dobbiamo intervenire e dove invece gli operatori privati si stanno già muovendo.
Open Fiber, ad esempio, dichiara al 31 ottobre 2025 di aver connesso 1,36 milioni di civici tra FTTH e FWA sul perimetro di propria competenza, con un avanzamento significativo. Ma questi numeri, che sulla carta sembrano positivi, vanno letti insieme a tutto quello che la Corte ha evidenziato sul Piano aree bianche: la coda dei lavori è sempre la parte più complicata, i casi non standard si accumulano, le autorizzazioni locali rallentano e la capacità di trasformare il monitoraggio in decisioni rapide fa la differenza tra il successo e il fallimento.

Incentivi e infrastruttura: il problema della sincronizzazione
In questo quadro già complesso, il Dipartimento per la trasformazione digitale ha annunciato una nuova tornata di voucher per la connettività, uno strumento che nelle precedenti edizioni ha mostrato luci e ombre.
Il problema, infatti, non è solo costruire l’infrastruttura: è farla usare. E qui emerge un paradosso tutto italiano: puoi aver portato la fibra fino sotto casa di qualcuno, ma se quella persona non attiva l’abbonamento, dal punto di vista degli obiettivi europei e del ritorno sull’investimento pubblico è come se non l’avessi portata. I voucher servono proprio a questo: abbattere la barriera economica iniziale e incentivare il passaggio dalle vecchie connessioni ADSL o FTTC alle nuove tecnologie FTTH o FWA ad alta capacità.
Nelle edizioni precedenti, però, i voucher hanno sofferto di alcuni problemi ricorrenti: la complessità burocratica delle procedure di richiesta, la frammentazione territoriale dell’offerta e la difficoltà di coordinare i tempi tra disponibilità dell’incentivo, completamento dei lavori e capacità commerciale degli operatori di gestire picchi di domanda in finestre temporali ristrette.
Rischio effetto “dove serve meno”: copertura, concorrenza e utilizzo
C’è un tema di sincronizzazione che diventa cruciale: ha senso lanciare voucher in aree dove i lavori di Italia a 1 Giga sono ancora in corso? Ha senso spenderli per il satellite? O si rischia di creare aspettative che poi si scontrano con la realtà dei cantieri in ritardo?
Inoltre, i voucher, per loro natura, funzionano meglio dove l’infrastruttura è già matura e competitiva, cioè dove ci sono più operatori che si contendono i clienti e sono disposti a fare offerte aggressive pur di accaparrarsi il contributo pubblico. Ma proprio nelle aree più difficili spesso c’è un solo operatore disponibile o addirittura nessuno. Il rischio è che i voucher finiscano per concentrarsi dove servono meno e vengano sottoutilizzati dove servirebbero di più.
Competenze digitali e misurazione: cosa manca per valutare l’impatto
C’è poi il tema dell’educazione digitale: dare un voucher a qualcuno che non sa cosa farsene di una connessione gigabit è come regalare un’auto a chi non ha la patente. Servirebbero campagne di accompagnamento, sportelli territoriali, supporto nella scelta dell’offerta e nell’attivazione. Ma tutto questo richiede una capacità di coordinamento locale che, come mostra la delibera della Corte, è esattamente ciò che manca nella gestione dei grandi piani infrastrutturali.
Il Dipartimento ha anche il problema di misurare l’efficacia dei voucher rispetto agli obiettivi del PNRR. Non basta distribuire gli incentivi: bisogna dimostrare che questi hanno effettivamente portato a un aumento delle connessioni ad alta capacità nelle aree target. E qui torniamo al problema dell’anagrafe dei civici: se non sai con precisione quanti civici sono coperti, dove sono e quanti hanno attivato connessioni ultraveloci, come fai a valutare se i voucher stanno funzionando?
La lezione: imparare dagli errori prima che sia troppo tardi
Quello che emerge dalla delibera della Corte dei conti non è solo la fotografia di un progetto in difficoltà, ma un vero e proprio manuale di rischio per Italia a 1 Giga. Se la leva decisiva è davvero il monitoraggio continuo trasformato in azione correttiva immediata, allora la sfida non è solo completare cantieri e collaudi, ma costruire una macchina pubblica capace di governare eccezioni, dati e responsabilità in modo unitario.
L’esperienza del Piano aree bianche insegna che le difficoltà maggiori non emergono all’inizio ma nell’ultimo terzo del percorso, quando restano da coprire i territori più difficili, quando si esauriscono le economie di scala, quando ogni unità immobiliare richiede un’attenzione specifica. È lì che la qualità della governance fa la differenza tra arrivare al traguardo o rimanere impantanati per anni.
Per Italia a 1 Giga, questo significa che il rischio maggiore non sta nei grandi numeri dell’avanzamento complessivo, ma nella capacità di gestire quella quota residua che concentra tutte le complessità. Se non si risolve ora il nodo dell’anagrafe dei civici, se non si costruisce un sistema di monitoraggio che intercetti gli scostamenti prima che si consolidino, se non si danno agli enti attuatori strumenti concreti per superare i blocchi autorizzativi locali, tra due anni ci ritroveremo a discutere di riequilibri finanziari, proroghe e contenziosi esattamente come sta accadendo oggi per il Piano aree bianche.
La Corte dei conti sta lanciando un messaggio che va oltre questo specifico provvedimento: i grandi piani infrastrutturali italiani non si incagliano per mancanza di risorse o di tecnologie, ma per fragilità istituzionali che emergono quando la complessità gestionale supera la capacità di coordinamento tra i molti attori coinvolti. Finché la pubblica amministrazione non svilupperà una vera cultura del monitoraggio operativo, della gestione tempestiva delle eccezioni e dell’enforcement efficace delle responsabilità contrattuali, ogni piano ambizioso continuerà a consumare più tempo, più soldi pubblici e più credibilità istituzionale di quanto previsto.
E il paradosso più amaro è che, alla fine, i territori più difficili da connettere, proprio quelli per cui questi piani nascono, rimarranno gli ultimi a vedere arrivare la fibra, intrappolati in quel limbo dove le percentuali di completamento al 95% nascondono il 5% di casi che assorbe il 50% dello sforzo gestionale residuo. La vera domanda non è se l’Italia riuscirà a completare i suoi piani di connettività, ma se avrà imparato qualcosa dai propri errori prima che sia troppo tardi per correggerli. Perché stavolta, con i vincoli del PNRR e con le aspettative create dai voucher, non ci sarà un’altra occasione per dire “rifaremo meglio la prossima volta”.













