geopolitica

Polar Express, perché la Russia vuole un corridoio digitale nell’Artico


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Il prolungarsi della stagione di navigazione rende l’Artico un corridoio strategico anche per i dati. La Russia investe in cavi sottomarini e impianti nazionali, cercando di ridurre le vulnerabilità senza riuscire ancora a liberarsi dalla dipendenza estera

Pubblicato il 4 set 2026

Antonio Deruda

Docente, analista e consulente



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Alla fine di maggio del 2026, mentre l’estate artica non era ancora formalmente iniziata, la metaniera Christophe de Margerie ha lasciato le acque della Russia settentrionale diretta verso l’Asia. Era la prima nave dell’anno a imboccare verso est la Rotta marittima del Nord, quasi un mese prima rispetto all’anno precedente.

Il progressivo allungamento delle finestre di navigazione rende più concreta una rotta che Mosca considera strategica non solo per ridurre l’esposizione ai tradizionali passaggi marittimi sotto controllo o influenza dei Paesi occidentali, ma anche per realizzare nuovi corridoi digitali. Con condizioni meteorologiche favorevoli, uno scenario ottimistico prevede che entro l’inizio del 2027 potrebbe essere completato il tratto fino a Tiksi del cavo in fibra ottica Polar Express, il progetto più ambizioso per le comunicazioni nell’Artico. La nuova dorsale sottomarina collegherà Murmansk a Vladivostok seguendo per oltre 12mila chilometri la costa settentrionale russa. Il sistema è progettato con sei coppie di fibre e una capacità complessiva dichiarata compresa tra 52 e 104 terabit al secondo.

Polar Express e le infrastrutture digitali nell’Artico russo

L’Artico russo è un territorio enorme, scarsamente popolato, ricco di risorse e una delle aree più difficili al mondo da collegare. Porti, giacimenti, basi militari, stazioni meteorologiche e insediamenti dipendono ancora in larga misura da comunicazioni satellitari costose, caratterizzate da capacità limitata e latenze elevate. Per sfruttare davvero la nuova geografia artica servono infrastrutture digitali e Mosca negli ultimi mesi sta accelerando l’implementazione di alcuni progetti strategici.

Il Polar Express è un importante banco di prova della possibilità di costruire un sistema sottomarino complesso senza affidarsi ai grandi fornitori occidentali che dominano il mercato globale insieme alle aziende giapponesi. Sin dal lancio del progetto Mosca ha cercato di localizzare la produzione del cavo. Una prima fabbrica era stata aperta a Murmansk nel 2021 e i primi 400 chilometri della dorsale nel Mare di Barents sono stati prodotti in questo impianto.

La novità arrivata questa estate è l’aggiunta di una nuova filiera produttiva facente capo al gruppo russo Incab. Il nucleo del cavo Polar Express verrà realizzato nello stabilimento dell’azienda nella regione di Perm, nel cuore della Russia europea, e trasportato per migliaia di chilometri fino al porto di Slavjanka, vicino al confine con la Cina e alla costa del Pacifico. Qui vengono applicati i rivestimenti protettivi e le armature metalliche necessarie alla posa sottomarina prima che il cavo, ormai pronto, possa essere posato dalle navi specializzate.

Una volta a pieno regime, i due impianti di Perm e Slavjanka potranno produrre oltre 2.500 chilometri di cavo all’anno, grazie anche all’importante sostegno del Fondo russo per lo sviluppo industriale che ha stanziato investimenti complessivi per circa 1,2 miliardi di rubli per il Polar Express. A livello tecnico gli ingegneri russi hanno puntato sulla capacità di costruire tratti di cavo fino a 50 chilometri senza giunzioni, un aspetto particolarmente rilevante nell’Artico, perché un numero minore di giunzioni riduce i tempi e i rischi durante una stagione di posa che rimane limitata a pochi mesi.

La sovranità tecnologica russa e la dipendenza dalla fibra cinese

Questi passi in avanti tecnologici non devono però trarre in inganno. Un cavo sottomarino è un sistema composto da molti elementi – fibra ottica, conduttori elettrici, armature, ripetitori, apparati di alimentazione, terminali nelle stazioni di approdo, software di gestione – e la filiera di Incab per ora copre una parte di questa catena. L’anello più debole resta la fibra. Dopo l’uscita dal mercato russo dell’americana Corning e di altri fornitori occidentali e giapponesi, la Cina è diventata il principale punto di approvvigionamento. La quota dei fornitori cinesi sul mercato nazionale è passata dal 6% del 2021 al 75% del 2024, mentre la quota della produzione russa si è fermata intorno al 25%. La dipendenza si è fatta ancora più problematica nel 2026 con una forte crescita dei prezzi e dei tempi di consegna.

I produttori russi di cavi si trovano dunque a costruire infrastrutture presentate come strumenti di sovranità tecnologica, utilizzando però una materia prima controllata in larga misura da fornitori stranieri, in un contesto in cui la dipendenza dagli occidentali è stata sostituita con una relazione più stretta con Pechino.

Mosca sta provando a riequilibrare la situazione con nuovi investimenti nella produzione di preforme, i cilindri di vetro ad altissima purezza dai quali viene estratta la fibra, ma creare una filiera realmente autonoma richiede competenze, macchinari, materiali e soprattutto tempi lunghi. La sovranità infrastrutturale perseguita dalla Russia va quindi letta più come un processo di riduzione delle vulnerabilità considerate più pericolose che come il raggiungimento di una reale autosufficienza tecnologica.

Reti terrestri e controllo digitale dell’Artico russo

Per rafforzare la filiera domestica a fine luglio a Incab è stata appaltata anche la fornitura di oltre 3.500 chilometri di cavo per il progetto Synergy of the Arctic, una rete prevalentemente terrestre destinata a collegare una sessantina di località nella Repubblica di Sacha-Jacuzia, circa 7mila chilometri di nuove linee pronte entro il 2028 che si raccorderanno con il Polar Express. Si sta delineando quindi una struttura a pettine: una grande dorsale sottomarina lungo la costa e una serie di collegamenti terrestri che penetrano nell’interno.

L’obiettivo prioritario di questi investimenti è quello di portare connessione stabile e banda larga per ridurre un divario digitale che assume dimensioni estreme nelle regioni settentrionali del Paese.

A cosa serve la nuova rete

Ma non solo. La nuova rete in fibra è necessaria per gestire porti automatizzati, impianti energetici, miniere, sistemi meteorologici, radar e servizi di navigazione. Tutte infrastrutture fondamentali per controllare e sfruttare un territorio ritenuto sempre più decisivo per il posizionamento verso l’Asia e per contrastare i progetti di matrice occidentale, come il sistema Far North Fiber che punta a collegare Europa e Giappone attraverso il Passaggio a Nord-Ovest, o l’iniziativa europea Polar Connect che sta studiando nuovi tracciati attraverso il Mar Glaciale Artico.

Mosca sa che il disgelo non sta soltanto aprendo nuove rotte alle navi, ma sta modificando anche la geografia delle arterie attraverso le quali viaggeranno dati, servizi e potere tecnologico. Con ingenti investimenti lungo la sua sterminata costa settentrionale e con il rafforzamento della filiera domestica, vuole assicurarsi il controllo sia delle nuove vie marittime che delle future vie digitali che potrebbero correre sotto di esse.

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