Nel giro di poche settimane FiberCop si è trovata sotto attacco su tre fronti contemporaneamente.
- Iliad e l’alleanza Fastweb-Vodafone hanno impugnato davanti al TAR del Lazio la delibera 58/26/CONS, con cui l’Agcom lo scorso 16 marzo ha riconosciuto la società come operatore wholesale only.
- Le stesse aziende, insieme a WindTre e Sky, hanno poi scritto all’Agcom per chiedere il blocco dei nuovi listini all’ingrosso, parlando di «gravissime criticità» e di aumenti «estremamente elevati e ingiustificati».
- TIM, infine, ha chiesto al Tribunale di Milano un provvedimento cautelare contro i nuovi prezzi, perché violerebbero il Master Service Agreement sottoscritto tra la stessa TIM e FiberCop.
È un fuoco di sbarramento che vale la pena guardare da vicino, perché dietro la concomitanza degli attacchi si nasconde una serie di contraddizioni che indeboliscono, anziché rafforzare, le ragioni di chi protesta.
Indice degli argomenti
FiberCop e nuovi listini prezzi all’ingrosso: cosa cambia con la delibera Agcom
Conviene partire dai fatti, prima che dalla teoria. L’11 marzo l’Agcom ha approvato l’analisi di mercato sulla rete fissa che qualifica FiberCop come operatore wholesale only ai sensi dell’articolo 80 del Codice europeo delle comunicazioni elettroniche. Da questa qualifica discende un regime regolatorio più leggero, previsto dallo stesso Codice: in questo caso non c’è alcun rischio di trattamenti più favorevoli verso divisioni retail della stessa società o società ad essa collegate.
Il vecchio sistema, quello che imponeva alla TIM verticalmente integrata prezzi rigidamente ancorati ai costi (e spesso sottocosto), perde così il suo presupposto: serviva a impedire che l’operatore proprietario della rete discriminasse i concorrenti sui servizi a vantaggio della propria offerta commerciale. Con una società che la rete la vende soltanto, quel rischio per definizione non esiste più.
Al posto del prezzo orientato al costo subentra il criterio dei “prezzi equi e ragionevoli”. E qui l’Agcom, prima autorità in UE a cimentarsi con la nozione, ha dovuto stabilire che cosa significhi “equi e ragionevoli”, fissando alcuni criteri (sempre con la delibera 58/26/CONS) con riferimento ai diversi servizi offerti da FiberCop. Nonostante FiberCop sia anche l’operatore europeo con il maggior numero di servizi regolati, i servizi su cui si concentrano i commenti sono essenzialmente tre: il VULA-C, ossia l’accesso attivo su architettura mista fibra-rame (l’FTTC, in cui la fibra arriva fino all’armadio stradale e l’ultimo tratto verso casa resta in rame); il VULA-H, l’accesso attivo su fibra pura (l’FTTH, in cui la fibra entra dentro l’abitazione); e i contributi una tantum.
L’adeguamento dei listini presentato il 15 aprile è la conseguenza diretta della delibera, che tra l’altro impone espressamente a FiberCop la pubblicazione dei prezzi: non è dunque un’iniziativa estemporanea. E proprio perché in determinate aree mantiene un significativo potere di mercato, in quelle aree FiberCop è tenuta alla trasparenza dei listini, un obbligo che non grava su Open Fiber, libera invece di negoziare le condizioni caso per caso con ogni singolo operatore.
Listini FiberCop tra rame, FTTC e fibra pura
Guardata nel suo insieme (e non per silos) la proposta ha una logica precisa: i canoni del rame e dell’FTTC salgono dell’8,8 per cento entro fine 2026, mentre i prezzi della fibra pura scendono. Due movimenti opposti che producono un effetto combinato: rendere progressivamente meno conveniente restare sul rame e sempre più vantaggioso spostarsi sulla fibra. Gli operatori retail, che acquistano i servizi all’ingrosso per rivenderli ai clienti finali, si troveranno davanti a conti che parlano chiaro, e la risposta naturale sarà accelerare la migrazione della propria base clienti verso la fibra ovunque sia disponibile. Non per obbligo regolatorio, ma per logica economica.
La differenziazione è ancora più fine. Dove la fibra fino a casa è già presente, l’aumento sul rame è più alto, intorno al dieci per cento; dove la fibra non è ancora arrivata, l’incremento si ferma attorno al sei per cento, con una differenza che si aggira su un euro. Si incentiva la transizione dove ha senso farlo, senza penalizzare i territori che la fibra non l’hanno ancora vista. Conviene allora leggere le tre componenti una per una, perché ciascun movimento di prezzo risponde a un criterio che la stessa Agcom ha fissato nella delibera.
VULA-C e costo crescente del rame
La prima componente è l’accesso attivo sul misto fibra-rame, il VULA-C. Qui il rialzo non è un sovrapprezzo arbitrario, ma il recupero parziale di costi unitari che crescono man mano che i volumi sul rame calano: mantenere in funzione un’infrastruttura legacy con sempre meno utenti la rende, per definizione, più cara da gestire per linea. E anche all’interno del rame la tariffa distingue tra i civici già raggiunti dalla fibra (di chiunque) dove il segnale di prezzo deve spingere a migrare, e quelli ancora scoperti, dove l’aumento resta più contenuto per non scaricare la transizione sui territori privi di alternative.
VULA-H e spinta verso la fibra
La seconda componente è l’accesso attivo sulla fibra fino a casa, il VULA-H, ed è quella che racconta la direzione di fondo. Qui i prezzi restano stabili o calano, perché è sulla fibra che vanno sostenuti gli investimenti, già effettuati e in corso. La distinzione tra civici neri, dove esistono infrastrutture alternative e quindi concorrenza, e civici grigi, serviti da un solo operatore, riflette condizioni competitive e di costo diverse, non un capriccio commerciale. E gli sconti a volume previsti su questa componente, oltre a incentivare il passaggio alla fibra, sono replicabili: disponibili a tutti gli operatori alle stesse condizioni, e quindi compatibili con uno dei vincoli più delicati posti dall’Autorità, la coerenza dello spazio economico tra servizi attivi e passivi, che impedisce di comprimere il margine di chi sceglie di infrastrutturarsi acquistando solo la fibra spenta.
Contributi una tantum e costi effettivi
La terza componente sono i contributi una tantum, le voci di attivazione e disattivazione che pure compaiono nelle proteste. Anche qui la logica è verificabile: i prezzi sono aggiornati ai costi effettivi che FiberCop sostiene, ricavati dal bilancio e dai contratti con le imprese che realizzano materialmente i lavori di rete, mentre il contributo di attivazione dei servizi in fibra viene rimodulato proprio per rendere meno oneroso il passaggio dal rame alla fibra. È il contrario di una barriera all’uscita: è uno sconto sull’ingresso nel mondo nuovo.
Messi insieme, questi tre movimenti compongono un listino che non si limita ad alzare qualche cifra, ma traduce in tariffe i criteri della delibera 58/26/CONS che poi l’Autorità deve verificare: l’incentivo agli investimenti e alla migrazione in fibra, il confronto con i prezzi europei, la coerenza tra servizi attivi e passivi, la contendibilità del mercato all’ingrosso, la predicibilità dei prezzi nel tempo, la valutazione puntuale degli elementi di costo, la tutela dei clienti finali. È esattamente la griglia su cui l’Agcom misurerà la proposta. E il fatto che il listino sia costruito voce per voce attorno a quei parametri è la ragione per cui definirlo, come fa qualcuno, un aumento “ingiustificato” significa ignorare che ogni numero ha una giustificazione scritta nero su bianco nella delibera che lo ha reso possibile.
Prezzi FiberCop e investimenti sulla fibra in Italia
Dietro questa struttura c’è una posta industriale che il dibattito tende a dimenticare. FiberCop ha in programma dieci miliardi di euro di investimenti tra il luglio 2024 e il 2027, con l’obiettivo di superare i venti milioni (oggi sono 15 milioni) di unità immobiliari collegate in fibra. Un impegno di questa portata non si sostiene con una struttura tariffaria pensata per un modello di mercato ormai superato. Per anni l’Italia ha vantato tra i prezzi all’ingrosso più bassi d’Europa, e li ha pagati con anni di ritardo nello sviluppo della fibra: quando i ricavi generati dall’infrastruttura non coprono nemmeno i costi, l’incentivo a costruire si riduce drasticamente. La revisione dei listini va letta anche come la condizione che rende credibile il piano di investimenti.
«I prezzi dei servizi Tlc in Italia sono tra i più bassi d’Europa. Anche con i nuovi prezzi all’ingrosso proposti da Fibercop, resteranno in ogni caso i più bassi d’Europa», afferma Giovanni Moglia, Chief regulatory affairs officer di Fibercop.
E qui arriva il dato che andrebbe ricordato nel dibattito pubblico: anche dopo gli aumenti, i prezzi italiani resteranno i più bassi del continente. Secondo un benchmark di Arthur D. Little, il nuovo listino colloca l’FTTC italiano tra i quattordici e i quindici euro al mese, contro gli oltre ventitré della Germania, i ventuno del Regno Unito e i più di quindici del Belgio, in un intervallo medio europeo che va dai diciannove ai ventinove euro e mezzo. Il gap accumulato è talmente ampio che nemmeno l’adeguamento basta a colmarlo.
Le contraddizioni degli operatori sui nuovi listini FiberCop
È proprio su questo punto che la protesta rivela la sua prima contraddizione. Per anni gli stessi operatori hanno lamentato (a ragione) il ritardo italiano negli investimenti, fibra compresa, attribuendolo a fattori diversi: assurde regole apparentemente pro-consumeristiche, decisioni antitrust e, naturalmente, una regolazione sui prezzi della rete così bassi da scoraggiare gli investimenti. Era una critica fondata. Ma non si può sostenere allo stesso tempo che i prezzi italiani sono troppo bassi rispetto al resto d’Europa e che il loro adeguamento, per quanto contenuto, è “ingiustificato”. Del resto, per anni le presentazioni di Asstel hanno giustamente mostrato il calo della redditività del capitale investito, sul fisso come sul mobile.
Se i prezzi italiani sono stati tenuti artificialmente bassi, allora un riallineamento parziale è fisiologico. Chi oggi grida all’aumento insostenibile coincide in larga parte con chi, ieri, spiegava che senza tariffe più remunerative l’Italia non avrebbe mai colmato il divario con Francia e Germania. C’è di più. Nei primi mesi del 2026, dunque ai prezzi all’ingrosso attuali, gli stessi operatori hanno applicato a più riprese rimodulazioni unilaterali sulla rete fissa: TIM ha alzato il canone di alcune offerte fino a 2,99 euro al mese (motivandolo, testualmente, «per esigenze economiche di sostenibilità degli investimenti connessi all’incremento del traffico dati») Fastweb da uno a tre euro (fino a quattro euro da luglio), per continuare a garantire la migliore qualità di rete e offrire servizi sempre all’altezza delle esigenze del cliente, WindTre da due a tre, per la sopravvenuta esigenza di modifica del posizionamento dell’offerta e con la necessità di consentire la fornitura di livelli di servizio in linea con le crescenti esigenze del mercato. È il dato che ridimensiona la coerenza della protesta: i rincari al dettaglio, con il conseguente incremento dell’ARPU per cliente, sono stati previsti a prescindere dalla definizione del costo all’ingrosso. Difficile invocare la tutela dei consumatori contro l’adeguamento wholesale mentre, per le stesse ragioni, si adeguano al rialzo i propri listini retail.
Monopolio, Open Fiber e prezzi FiberCop
La seconda contraddizione riguarda il modo in cui viene raccontato il presunto monopolio di FiberCop. La lettera all’Agcom insiste sul fatto che gli aumenti colpiscono soprattutto le aree dove la società opera in posizione dominante. Ma questa lettura ignora l’esistenza di un secondo grande operatore all’ingrosso, Open Fiber, anch’esso wholesale only, che nelle aree a maggiore concorrenza infrastrutturale (i circa trecentotrenta comuni qualificati dall’Agcom come mercati a elevata o significativa competizione) è leader nella fibra fino a casa, con una quota nettamente superiore a quella di FiberCop. Dove esiste davvero concorrenza tra reti, insomma, FiberCop non detta alcun prezzo: lo subisce.
Gli aumenti più consistenti si concentrano invece sul rame e sul misto rame, cioè sulla parte legacy dell’infrastruttura, quella per definizione priva di alternative perché nessuno costruisce nuove reti in rame. Sostenere che alzare il prezzo di una tecnologia in via di dismissione sia un abuso di posizione dominante significa rovesciare la realtà: quel segnale di prezzo serve esattamente a spingere operatori e clienti verso la fibra, dove la concorrenza con Open Fiber è reale e vivace. Il punto, raramente esplicitato, è un altro: gli operatori retail potrebbero continuare a comprare a tempo indeterminato servizi finiti a prezzi compressi, anziché investire in proprie infrastrutture. La revisione dei listini, che premia con sconti la migrazione alla fibra e rende il rame meno conveniente, li costringe a una scelta finora rinviata.
Sconti a volume e spazio economico
Va smontata anche l’obiezione sugli sconti a volume per i servizi attivi, accusati di ridurre lo spazio economico per chi vorrebbe infrastrutturarsi. Quegli sconti non sono un’invenzione unilaterale di FiberCop: nascono dai rimedi presentati all’Antitrust nell’ambito del procedimento sul Master Service Agreement con TIM, sono applicabili a tutti gli operatori in modo progressivo e senza soglie minime d’ingresso, e l’Agcm ha verificato che, secondo i dati disponibili, TIM non è neppure l’operatore con i maggiori volumi sui servizi in fibra. La componente passiva di quell’offerta è fissata al prezzo regolato dall’Agcom e pesa per oltre l’ottanta per cento del prezzo finale. Il timore che le soglie fossero raggiungibili solo dall’anchor tenant, presente in avvio di istruttoria, è stato ridimensionato proprio dall’analisi dell’Autorità garante della concorrenza.
Percentuali clamorose e valori assoluti
Anche le cifre più clamorose agitate nella lettera all’Agcom meritano di essere lette per quello che sono. I rincari “fino al 500 per cento” per i contributi di disattivazione, o “fino al 2.000 per cento” per alcuni servizi tecnici, colpiscono l’immaginazione ma riguardano voci una tantum di importo unitario modesto (nell’ordine di qualche decina di euro, non delle centinaia) e soprattutto non i canoni mensili che pesano davvero sul conto economico degli operatori. Una percentuale a tre cifre calcolata su una base di pochi euro produce l’illusione di “numeri spettacolari” e differenze assolute minime. Soprattutto, questi contributi riflettono il costo reale delle attività manuali che li generano, come l’intervento tecnico necessario a disattivare o cessare una linea, costi che con il calo dei volumi sul rame si distribuiscono su una platea sempre più ristretta. Trasformare voci accessorie in prova di un disegno escludente è un’operazione retorica che non regge a un esame appena più attento dei valori in gioco.
Separazione strutturale FiberCop e regole europee
C’è poi un dato di contesto europeo che dà la misura di quanto sia anomalo questo accanimento. FiberCop è il primo caso di separazione strutturale realizzato in tutta l’Unione: la rete dell’ex incumbent è oggi controllata da un soggetto distinto, con proprietà diverse da quelle degli operatori che vendono i servizi al pubblico, mentre nella maggior parte dei Paesi europei gli operatori restano verticalmente integrati e, dove una separazione esiste, si ferma quasi sempre al livello legale, una società formalmente distinta ma collegata o controllata. È anche il primo caso in Europa in cui l’articolo 80 del Codice europeo, la norma che dal 2018 prevede un trattamento regolatorio più favorevole per chi opera solo all’ingrosso, viene applicato a un operatore nato da una separazione strutturale. Il regime più leggero di cui FiberCop deve beneficiare non è dunque un favore, ma la conseguenza prevista dal legislatore europeo per un assetto che la teoria economica considera il più pro-concorrenziale possibile, perché rimuove alla radice qualunque incentivo a discriminare. Chiedere che a FiberCop si continuino ad applicare le regole pensate per la TIM verticalmente integrata significa pretendere che il diritto ignori il cambiamento che lo stesso mercato ha invocato per anni.
TIM contro FiberCop: il nodo del Master Service Agreement
Il fronte più paradossale resta però quello aperto da TIM davanti al Tribunale di Milano. L’ex incumbent contesta l’applicazione del nuovo listino nelle aree regolate, che valgono il 94 per cento del territorio, invocando al loro posto le condizioni economiche scritte nel Master Service Agreement firmato al momento dello scorporo. Il problema è che lo stesso MSA prevede espressamente il contrario di ciò che TIM vorrebbe ricavarne. Come ha ricordato FiberCop, e come non potrebbe essere altrimenti, il contratto sancisce che ai rapporti tra le due società si applicano i prezzi regolati. E i prezzi che scaturiscono dalla delibera 58/26/CONS, una volta approvati dall’Agcom, sono prezzi regolati a tutti gli effetti. Invocare il MSA contro l’applicazione delle tariffe regolate significa quindi appellarsi a un contratto che dispone esattamente l’opposto della pretesa che si vuole far valere.
La tesi alternativa di TIM è che il listino non sarebbe un prezzo regolato, ma un prezzo determinato in autonomia da un soggetto privato e, come tale, da sottoporre a una verifica preventiva dell’Agcom prima di poter essere applicato. È un’obiezione che si avvita su sé stessa, perché quella verifica è esattamente ciò che l’Autorità sta compiendo in questo momento: il listino del 15 aprile è al vaglio dell’Agcom, che lo approverà nei prossimi mesi con eventuali modifiche, e solo allora entrerà in vigore, a metà settembre. La definizione delle condizioni economiche, del resto, rientra nella competenza esclusiva dell’Autorità, non del giudice civile. Non a caso il Tribunale di Milano ha già respinto, in prima battuta, la richiesta di provvedimenti adottati senza contraddittorio, osservando che la ricorrente non aveva spiegato perché non potesse servirsi degli strumenti di autotutela contrattuale né rivolgersi direttamente all’Agcom. La sostanza è che TIM chiede a un tribunale di congelare un prezzo che spetta a un’autorità indipendente definire, sulla base di un contratto che prevede l’applicazione proprio di quel prezzo regolato. Difficile immaginare una posizione più fragile sul piano logico, prima ancora che giuridico.
Vale la pena ricordare, peraltro, che la stessa Agcm ha chiuso lo scorso febbraio il procedimento sul Master Service Agreement senza accertare alcuna infrazione, rendendo vincolanti gli impegni presentati dalle parti: riduzione della durata e della portata dell’esclusiva, limitazione della fee di intermediazione, maggiore trasparenza sui piani di copertura. Il quadro contrattuale tra TIM e FiberCop è già stato passato al setaccio dall’autorità antitrust e ritenuto compatibile con la concorrenza. Riaprirlo per via giudiziaria, a pochi mesi di distanza, somiglia più a una mossa tattica per guadagnare tempo che a una reale questione di principio. Ma è anche la riprova lampante che TIM e FiberCop sono due entità non solo nettamente separate sul piano strutturale, ma con interessi divergenti: TIM ha interesse ad acquisire clientela retail col massimo margine, FiberCop a vendere i propri servizi esclusivamente agli operatori.
FiberCop, consumatori e rischio Fixed Wireless Access
C’è infine un tema che attraversa silenziosamente tutta la vicenda e che vale la pena portare in superficie, perché tocca direttamente la tutela della qualità del servizio offerto ai consumatori: il destino degli utenti che, davanti al rincaro del rame, qualcuno vorrebbe dirottare verso il Fixed Wireless Access. Non è un rischio teorico. Già oggi, accompagnando le rimodulazioni al dettaglio, alcuni operatori propongono ai clienti della rete fissa il passaggio “gratuito” all’FWA come alternativa all’aumento del canone. La leva commerciale, insomma, sta già spingendo in quella direzione.
In Italia la quota FWA sul fisso è pari al 14 per cento, mentre in altri Paesi è pressoché inesistente. E qui va fatta una distinzione: esiste un FWA puro, in cui l’infrastruttura serve solo una connettività fissa (è il caso di Eolo), e un FWA ibrido, in cui la rete mobile viene utilizzata “anche” per il fisso. Non è in alcun modo una soluzione equivalente a una connessione fissa, neppure al misto rame. Le prestazioni dipendono dalla distanza dall’antenna, dalla linea di vista, dalle condizioni meteorologiche e dal numero di utenti che condividono lo stesso spettro, e tendono a degradare proprio nelle ore di punta, quando la connettività affidabile serve di più. I dati dell’Agcom mostrano che gli abbonamenti FWA sono cresciuti dell’undici per cento tra il settembre 2024 e il settembre 2025: un segnale che l’indisponibilità del rame non spinge automaticamente verso la fibra, ma può dirottare la domanda verso soluzioni qualitativamente inferiori. E con il prevedibile aumento della domanda di connettività mobile, puntare sull’FWA invece che su una vera rete fissa rischia solo di illudere i consumatori, che prima o poi (se vogliono una connessione di qualità) saranno comunque costretti a migrare, con il rischio di allungare ancora i tempi dell’infrastrutturazione. È una contraddizione in più: si invoca la tutela degli utenti contro l’adeguamento wholesale, mentre al dettaglio li si accompagna verso una tecnologia meno performante.
Listini FiberCop e posta in gioco per le telecomunicazioni
Vale la pena soffermarsi anche sul metodo, perché è la parte che la protesta sceglie di non vedere. L’adeguamento non è immediato né brutale: i nuovi prezzi entreranno in vigore solo a metà settembre, sei mesi dopo la delibera, garantendo agli operatori retail un periodo transitorio a tariffe invariate. È un margine sufficiente per rinegoziare i contratti con i clienti, ripianificare le strategie commerciali e organizzare la migrazione verso la fibra senza shock improvvisi. Tanto più che il percorso che ha condotto alla nascita di FiberCop come operatore wholesale only è noto da anni, e nessuno degli operatori che oggi si dicono colti di sorpresa può sostenere di non aver avuto il tempo di prepararsi (e lo rivelano anche i recenti aumenti di prezzo sulle linee fisse). La gradualità riguarda anche il merito: l’Agcom verificherà voce per voce la congruità delle tariffe rispetto ai criteri della delibera, dall’incentivo agli investimenti al benchmarking europeo, dalla coerenza tra servizi attivi e passivi alla tutela dei clienti finali. È esattamente il controllo che la qualifica wholesale only prevede, e che sostituisce la vecchia vigilanza sospettosa con una verifica più industriale ma non meno rigorosa.
Questo primo banco di prova della FiberCop wholesale only è anche un test per la coerenza del sistema. Per anni si è discusso di separazione della rete come della riforma necessaria a sbloccare gli investimenti e a riportare l’infrastruttura al centro. Ora che la separazione c’è, ed è la più profonda d’Europa, il primo adeguamento dei prezzi che ne discende viene contestato come se nulla fosse cambiato. Ma non si può volere la riforma e rifiutarne le conseguenze. Un operatore che vende soltanto all’ingrosso ha un interesse naturale a vendere il più possibile, e quindi a praticare prezzi competitivi e a investire per migliorare la rete: è la struttura stessa dei suoi incentivi a tutelare il mercato, molto più di qualunque tariffa imposta dall’alto. Mantenere indefinitamente i controlli rigidi pensati per un’epoca in cui esisteva il rischio di discriminazione verticale significherebbe appesantire l’impianto regolatorio proprio quando andrebbe alleggerito, scoraggiando gli investimenti che a parole tutti dicono di volere.
Messi in fila, i tre fronti aperti contro FiberCop raccontano una storia diversa da quella della società che approfitta della deregolazione per fare cassa. Raccontano la resistenza di un sistema abituato a comprare a prezzi compressi una rete mantenuta e costruita da altri, di fronte al primo adeguamento tariffario coerente con un assetto, quello della separazione strutturale, che gli stessi operatori avevano salutato come una conquista con l’incubent. FiberCop resta tra gli operatori europei più regolati e trasparenti, dispone del portafoglio di servizi più ampio e pratica i prezzi più bassi del continente anche dopo il rialzo proposto. Questo non significa che ogni cifra del listino sia incontestabile, ma la verifica va lasciata a chi ha la competenza e la legittimazione per farla, l’Autorità, e non risolta a colpi di ricorsi che chiedono di tornare a un mondo in cui l’infrastruttura valeva meno di quanto costa mantenerla. Insomma, la scelta di listini, pubblici, trasparenti e, soprattutto, finalmente capaci di remunerare gli investimenti, è la più sensata che l’Italia delle telecomunicazioni abbia imboccato da molti anni.









Partecipa alla community