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Ran sharing, l’Italia s’è desta: Tim-Fastweb, ecco il futuro del 5G



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Tim e Fastweb/Vodafone hanno annunciato il 7 gennaio un’intesa preliminare di RAN sharing per accelerare il 5G nei comuni sotto i 35.000 abitanti. Un segnale di svolta importante. Ecco lo scenario in arrivo in Italia

Pubblicato il 7 gen 2026

Sergio Boccadutri

Consulente antiriciclaggio e pagamenti elettronici



ran sharing

L’accordo preliminare annunciato il 7 gennaio di Ran Sharing tra TIM e Fastweb/Vodafone mette sul tavolo una scelta molto concreta: accelerare il 5G italiano non solo costruendo “di più”, ma costruendo “meglio”.

L’intesa, propedeutica a un contratto definitivo atteso entro il secondo trimestre 2026, è soggetta alle autorizzazioni del MIMIT, dell’AGCM e dell’Agcom e punta a estendere la copertura 5G in modo più rapido e sostenibile.

Maximizing Synergy: Open RAN Meets Neutral Hosting

Il perimetro indicato nelle ricostruzioni è esplicito: comuni con meno di 35.000 abitanti, sviluppo territoriale diviso tra i partner e obiettivo di circa 15.500 siti entro fine 2028. Nel dettaglio, ciascun operatore sarà responsabile dello sviluppo della rete in 10 regioni, mettendo poi le infrastrutture a disposizione dell’altro per arrivare a una copertura comune.

Accordo di RAN sharing TIM e Fastweb/Vodafone: cos’è e cosa prevede

Per capire perché questa notizia conta davvero bisogna chiarire cos’è il RAN sharing. La Radio Access Network è la parte “fisica” della rete mobile: siti, antenne e apparati che collegano lo smartphone alla rete dell’operatore.

Con il RAN sharing più operatori condividono elementi di questa infrastruttura di accesso, evitando di duplicare impianti nelle stesse aree. Nella pratica, in un’area coperta dall’accordo ciascuno può utilizzare l’infrastruttura radio dell’altro.

È un modello che, proprio per come è concepito, non elimina la competizione: la differenziazione resta possibile perché gli operatori mantengono autonomia commerciale e, tipicamente, separazione su componenti centrali e servizi, mentre la cooperazione riguarda la “prima linea” di copertura sul territorio.

Come funziona la condivisione della rete radio (Ran sharing): dal sito allo spettro

Dentro l’etichetta “RAN sharing” esistono livelli diversi. C’è una condivisione più semplice e passiva (sito, spazi, alimentazione) e una condivisione più attiva che tocca direttamente elementi della rete radio: genera le maggiori efficienze, ma richiede anche più coordinamento.

A seconda di come si implementa si possono avere varianti tecniche note nel settore, con impatti diversi su prestazioni, governance e valutazioni regolatorie. Non è un dettaglio per addetti ai lavori: è uno dei motivi per cui, a livello europeo, le autorità tendono a chiedere analisi caso per caso.

MORAN o MOCN nell’accordo RAN sharing TIM e Fastweb/Vodafone

I modelli più comuni sono definiti come MORAN (Multi-Operator Radio Access Network), dove ogni operatore mantiene le proprie frequenze separate ma condivide l’infrastruttura hardware: una forma di condivisione “attiva” con spettro non condiviso.

Un altro modello è il MOCN (Multi-Operator Core Network), in base al quale gli operatori condividono non solo l’hardware ma anche lo spettro radio, mantenendo però reti core separate. È la forma più integrata di RAN sharing, usata ad esempio da Zefiro Net tra Wind Tre e Iliad, dove le frequenze vengono messe in comune nelle aree rurali.

I due modelli cambiano il grado di integrazione e l’impatto su prestazioni e governance. La differenza sostanziale è che con MORAN ogni operatore “usa le sue frequenze” sull’infrastruttura condivisa; con MOCN le frequenze vengono aggregate in un unico pool, aumentando l’efficienza spettrale ma richiedendo maggiore coordinamento tecnico e regolatorio.

Perché i limiti elettromagnetici a 15 V/m cambiano lo scenario

C’è un aspetto tecnico e normativo spesso scollegato, nel racconto pubblico, dal RAN sharing ma in Italia decisivo: l’aggiornamento delle regole sui campi elettromagnetici entrato in vigore il 30 aprile 2024.

In particolare, sono stati innalzati da 6 V/m a 15 V/m i “valori di attenzione” e gli “obiettivi di qualità” (valori cautelativi calcolati come media su 24 ore). Non si tratta solo di “potenziare le antenne”: questo cambiamento stimola la condivisione della rete radio.

Lo “spazio elettromagnetico” e i colli di bottiglia sui siti

Il punto centrale è lo “spazio elettromagnetico”: in un sito c’è un margine massimo di emissioni compatibile con i valori consentiti. Con il precedente valore di 6 V/m il margine era spesso ristretto, soprattutto nei siti già popolati da più impianti o in aree con vincoli urbanistici che riducono le alternative.

Il risultato pratico era che aggiungere apparati o aumentare la potenza diventava complicato e, in alcuni casi, impossibile, proprio dove servirebbe più capacità per il 5G.

Equa ripartizione ed effettività: regole per evitare sprechi

Passare a 15 V/m aumenta quel margine in modo significativo. Detto in modo semplice: non è un aumento “lineare”, ma molto più ampio in termini di potenza disponibile (l’ordine di grandezza è circa sei volte rispetto a prima).

Il legislatore ha anche introdotto regole che aiutano la coesistenza: il principio di equa ripartizione (lo “spazio” disponibile distribuito in modo più ordinato, in proporzione alle risorse frequenziali) e il principio di effettività (se parte dello spazio resta inutilizzato, dopo sei mesi chi è autorizzato può chiedere di usarne temporaneamente una quota maggiore).

In questo quadro si capisce perché il tema sia rilevante per accordi come quello tra TIM e Fastweb/Vodafone, concentrato sui comuni sotto i 35.000 abitanti. In molti piccoli centri i siti disponibili sono pochi: se si vuole condividere davvero l’infrastruttura radio, serve che quel sito regga presenza ed evoluzione tecnologica senza restare “bloccato” dai vincoli.

Il nuovo valore di 15 V/m, però, resta più basso dei riferimenti adottati in molti Paesi europei. Al di là del confronto, il punto per il RAN sharing è concreto: con le vecchie regole, in tanti siti italiani la condivisione rischiava di restare teorica; con le nuove regole diventa più attuabile.

La logica industriale dell’accordo RAN sharing TIM e Fastweb/Vodafone

Il 5G rende questa strada particolarmente attraente perché aumentano i costi e la complessità del deployment, soprattutto fuori dai grandi centri. In aree a bassa densità, costruire due reti parallele spesso significa diluire capitali e tempi senza un vero vantaggio per il cliente finale.

Da qui la logica industriale dello sharing: comprimere il costo per chilometro quadrato e accelerare la disponibilità del servizio dove, altrimenti, la sostenibilità economica sarebbe più debole. È anche il motivo per cui l’accordo parla di inclusione digitale e di estensione del 5G ad alte prestazioni nelle aree meno servite.

Secondo i dati più recenti, la copertura 5G nelle aree densamente abitate raggiunge il 99,5% della popolazione, ma questo dato nasconde una realtà più sfumata. La tecnologia DSS (Dynamic Spectrum Sharing), che usa frequenze del 4G anche per il 5G, copre quasi tutta la popolazione; il 5G “puro” su frequenze dedicate TDD a 3,6 GHz — quello con prestazioni più elevate — si ferma intorno all’80% secondo le dichiarazioni degli operatori.

Ancora più rilevante: nelle aree rurali la copertura reale resta più bassa e il divario tra copertura nominale e qualità effettiva continua a essere un problema per famiglie e imprese.

Il precedente TIM-Vodafone del 2019 e la lezione di INWIT

L’intesa appena annunciata ha un precedente significativo. Nel 2019, TIM e Vodafone avevano siglato un accordo che prevedeva la condivisione delle infrastrutture passive (le torri, confluite in INWIT) e lo sviluppo congiunto della componente attiva della rete 5G.

L’operazione sulle torri fu completata: Vodafone integrò circa 11.000 torri in INWIT, creando la più grande tower company italiana con oltre 22.000 siti. Quella parte dell’accordo funzionò e generò le sinergie attese: oggi INWIT è un caso di successo.

La condivisione della rete attiva, invece, rimase largamente inattuata. Le ragioni sono molteplici e non del tutto pubbliche, ma il risultato fu che TIM e Vodafone continuarono a sviluppare in parallelo le proprie reti 5G, perdendo parte dei benefici promessi.

Il nuovo accordo con Fastweb/Vodafone rilancia quindi un progetto che, nelle intenzioni del 2019, avrebbe dovuto portare l’Italia all’avanguardia nella cooperazione infrastrutturale. La differenza è che oggi Vodafone Italia è parte di Fastweb (dopo l’acquisizione da 8 miliardi di euro completata da Swisscom), e il nuovo soggetto ha massa critica diversa rispetto al passato.

Zefiro Net e cosa insegna all’accordo RAN sharing TIM e Fastweb/Vodafone

L’accordo TIM–Fastweb/Vodafone non è il primo esempio di RAN sharing in Italia. Dal gennaio 2023 è operativa Zefiro Net, joint venture paritetica tra WindTre e Iliad che gestisce e sviluppa le reti mobili dei due operatori nelle aree meno densamente popolate.

Il modello Zefiro mostra come funziona nella pratica la cooperazione: circa 6.600 siti radio sono confluiti nella nuova società, che opera come soggetto autonomo dedicato alla gestione della rete condivisa.

Il funzionamento è quello tipico del RAN sharing avanzato: nelle aree coperte, Iliad e WindTre condividono non solo l’infrastruttura passiva ma anche lo spettro, con un pooling delle frequenze che ottimizza le risorse disponibili.

Dal giugno 2023, gli utenti Iliad hanno accesso anche al 5G di WindTre nelle aree gestite dalla joint venture, mentre nelle zone non coperte restano in vigore gli accordi di sharing precedenti. A dicembre 2024, l’AGCOM ha approvato un’estensione dell’accordo che include nuove frequenze 5G nelle bande 3,4–3,6 GHz e 26,5–27,5 GHz, confermando che il modello evolve verso una cooperazione più profonda.

La scelta di WindTre e Iliad, avviata nel 2022, fu motivata da ragioni simili a quelle che guidano l’intesa TIM–Fastweb/Vodafone: costi del 5G, difficoltà di raggiungere le aree rurali con investimenti duplicati e necessità di modelli sostenibili. In un certo senso, la competizione si concentra nelle aree urbane dense, mentre nelle zone a bassa densità prevale la cooperazione infrastrutturale.

Benefici e controlli dell’accordo RAN sharing TIM e Fastweb/Vodafone

Per gli operatori il valore si misura in efficienza e in libertà di investimento. Condividere la RAN nelle zone interessate riduce la duplicazione di siti e apparati, abbassa costi operativi e di manutenzione e consente di spostare risorse su ciò che fa la differenza: capacità, modernizzazione, automazione e sicurezza.

Nelle ricostruzioni circolano stime di risparmi potenziali nell’ordine di qualche centinaio di milioni nel lungo periodo: un ordine di grandezza che spiega perché lo sharing sia diventato una leva strutturale. A valle, la razionalizzazione tende a ridurre anche l’impatto ambientale, perché meno duplicazioni significano meno lavori civili e consumi più efficienti.

L’accordo dovrebbe inoltre consentire di accelerare il passaggio al 5G standalone, costruito da zero e non dipendente dall’infrastruttura 4G. È il salto generazionale in termini di prestazioni, latenza e capacità di supportare applicazioni avanzate, ma oggi la maggior parte della copertura resta basata su tecnologia non-standalone.

Dal lato dei clienti, la promessa è chiara: più copertura 5G dove oggi manca e qualità più stabile. Se davvero si accelerano i siti nei piccoli comuni, l’effetto pratico è maggiore continuità di servizio, migliori prestazioni indoor e meno “zone grigie” in cui il segnale c’è ma l’esperienza non convince.

La competizione non sparisce: cambia terreno. Se l’infrastruttura radio è condivisa in certe aree, gli operatori possono differenziarsi su offerte, servizi, assistenza, politiche di gestione della rete e sulla capacità di trasformare il 5G in valore per famiglie e imprese.

Un punto sottolineato da entrambe le parti è il mantenimento della piena autonomia commerciale e dell’indipendenza tecnologica: ciascun operatore continuerà a gestire in modo indipendente offerte, prezzi e strategie di mercato.

Il quadro europeo e l’evoluzione verso Open RAN

Le esperienze internazionali mostrano che questa strada non è isolata. Nel Regno Unito esistono due grandi accordi di network sharing: MBNL (BT/EE e Three, dal 2007) e CTIL/Cornerstone (Vodafone e Virgin Media O2, dal 2012 e rinnovato).

In Svezia, Net4Mobility (Tele2 e Telenor) è spesso citata per l’accelerazione della copertura; in Spagna, Orange e Vodafone hanno una lunga storia di sharing, estesa nel tempo e ampliata al 5G.

Qui si innesta anche l’Open RAN, architettura che disaggrega hardware e software della rete radio e permette di usare componenti di fornitori diversi. Nel contesto dello sharing, può consentire di condividere hardware mantenendo separata la gestione software, con potenziali vantaggi di flessibilità, costi e consumo energetico.

Obiettivi UE, BEREC e il nodo regolatorio italiano

L’accordo italiano si inserisce negli obiettivi del Decennio digitale: copertura 5G in tutte le aree popolate entro il 2030. Il RAN sharing è riconosciuto come strumento utile per accelerare la copertura senza compromettere la concorrenza, con valutazioni caso per caso.

In Italia l’intesa TIM–Fastweb/Vodafone è soggetta al vaglio di MIMIT, AGCM e AGCOM: sicurezza nazionale e golden power, impatto sulla concorrenza e aspetti regolatori di settore. Il precedente di Zefiro Net suggerisce apertura verso questi modelli, ma la portata dell’accordo potrebbe richiedere un’analisi più approfondita.

Questa nuova configurazione rende l’accordo particolarmente significativo: i due maggiori operatori mobili italiani cooperano sull’infrastruttura nelle aree meno dense, potenzialmente ridefinendo le regole del gioco. Non è una fusione, ma una cooperazione mirata che potrebbe diventare un modello per il futuro delle telecomunicazioni europee.

Fare più rete, farla meglio: l’accordo non va letto come un semplice passaggio tecnico, ma come un tassello di politica industriale e una capacità di “fare sistema”, con benefici per consumatori, imprese e comunità locali. Se il contratto definitivo rispetterà le premesse e supererà il vaglio delle autorità, il RAN sharing potrà diventare un riferimento per l’evoluzione delle reti mobili in Italia e in Europa nei prossimi anni.

I prossimi mesi diranno se le premesse si tradurranno in realtà: autorizzazioni, dettagli tecnici e clausole commerciali influenzeranno l’esito finale. Ma la direzione è tracciata e si allinea a quanto accade nei principali mercati europei: il 5G italiano potrebbe trovare una strada per uscire dalle grandi città e raggiungere anche i piccoli comuni dove, finora, la copertura restava una promessa più che una realtà.

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