il quadro

Big tech super potenti grazie al Covid-19, il declino comincia ora?

Il Covid-19 ha rafforzato i big delle tecnologie ora sotto accusa negli Stati Uniti. Ma può anche segnare l’inizio del loro declino, tra le spire dell’Antitrust. Perché tutti gli equilibri sono saltati definitivamente

31 Lug 2020
Mario Dal Co

Economista e manager, già direttore dell’Agenzia per l’innovazione


Il Covid-19 ha impresso accelerazioni e aggiustamenti al mondo delle Top Technology Companies, secondo la autodefinizione di Mark Zuckerberg nell’audizione del 30 luglio al Congresso USA. Mentre il secondo trimestre registra un catastrofico -33% del prodotto interno lordo USA, il Sottocomitato Giudiziario Antitrust del Congresso ha ascoltato per cinque ore, oltre a Zuckerberg (Facebook), Jeff Bezos (Amazon),  Sundar Pichai (Alphabet-Google), Tim Cook (Apple).

Le accuse a cui le big tech devono rispondere

Mark Zuckerberg ha dovuto rispondere dell’acquisizione di Istagram, che nelle sue stesse mail definiva un competitore “molto devastante” per Facebook, quando decise di acquisirlo al prezzo di 1 miliardo di dollari nel 2012 per neutralizzarlo:  “un’acquisizione selvaggiamente di successo” ha detto Zuckerberg magnificando gli investimenti effettuati.

Jeff Bezos di Amazon ha avuto difficoltà a negare l’uso dei dati dei fornitori di terze parti per fare i propri prodotti, un’accusa che il Wall Street Journal ha documentato e che investe anche Apple. Anche Bezos ha dovuto difendersi dall’accusa di atteggiamento anticoncorrenziale nei confronti della Diapers.com, contro la quale condusse una guerra di prezzi durata fino al momento dell’acquisizione  da parte di Amazon della controllante Quidsi nel 2011.

Sundar Pichai di Google ha dovuto difendersi negando le accuse dei congressisti di aver rubato i contenuti degli sviluppatori, come le rassegne dei ristoranti di Yelp, minacciata di essere delistata quando protestò. O negando di distorcere i risultati di ricerca esponendo i più profittevoli per Google e non i più rilevanti.

La “difesa” delle big tech

Sia Zuckerberg sia Cook si sono esibiti in un florilegio delle virtù yankee delle proprie aziende: espressione dell’America e della fiducia  degli americani in Amazon (Bezos),  Apple è un’azienda essenzialmente americana (Cook), le TCC sono indiscutibilmente radicate in America, ma insidiate dai colossi cinesi (Zuckerberg). Questa consonanza di toni induce a pensare ad una concordata captatio benevolentiae rivolta all’Amministrazione e ai Repubblicani, una richiesta di tutela di un patrimonio americano rivolta all’ala politica più sensibile alla disfida con la Cina e ostile, ideologicamente, alla visione globale di cui sono portatrici le TCC.

I “titani del web” sono infatti, nell’approccio alle risorse umane, nella ricerca e soprattutto nella visione globale del mercato e della finanza quanto di più lontano dall’America First di Trump. E così, presi in contropiede, i congressisti Repubblicani hanno provato a lamentarsi della propensione filodemocratica delle aziende sotto inchiesta, senza grande successo.

Sempre più potenti grazie al covid

Ma vediamo come ha impattato il coronavirus sulle quotazioni delle TCC.

Dal 30 gennaio 2020 al 30 luglio, a fronte di una contrazione dell’indice generale composito della borda di New York (NYA) di quasi il10%, le TCC considerate sono tutte in positivo. Mentre quelle che hanno i prevalenti ricavi connessi alla pubblicità, come Google e Facebook, segnano incrementi contenuti, Netflix e Amazon vanno a gonflie vele.

Amazon beneficerà non tanto della sua americanità, quanto del progresso compiuto dall’e-commerce sotto la spinta del lockdown che ha colpito i piccoli negozi nei paesi – come l’Italia – che erano più indietro rispetto agli Stati Uniti sulla via del commercio elettronico.

L’inchiesta del Congresso contro le pratiche lesive della concorrenza si inserisce quindi in un momento cruciale dell’evoluzione del digitale on line: le aziende inquisite sono infatti quelle che maggiormente hanno beneficiato del lockdown, mentre altre, quelle  legate al turismo, sono in gravissime difficoltà. Si vedano le prime righe della tabella, con Delta airlines che ha perso il 55% e Hilton il 30%, Booking l’8%, a testimoniare che anche nel turismo il digitale quantomeno subisce meno contraccolpi negativi.

L’impatto della crisi sui temi antitrust

L’OECD stima una caduta del turismo internazionale del 60% nel 2020 rispetto all’anno precedente. Il turismo domestico, che pesa per circa il 75% nell’area OECD, può riprendersi prima, ma questo non potrà compensare le perdite derivanti dal blocco dei movimenti internazionali. A livello del PIL, la contrazione stimata dall’OECD è di circa 2 punti percentuali pere ogni mese di lockdown. Il contributo diretto del turismo al PIL è di circa il 4,4% nella media OECD, ma con forti divergenze tra i paesi: in Italia il contributo al PIL è superiore al 6%, mentre quello all’occupazione supera l’8% [1].

Le big tech verranno limitate?

Il turismo è permeato dai servizi on line: si sta creando così una tensione tra la struttura turistica diffusa che maggiormente dipende dal web e le grandi compagnie di prenotazioni ed advertising: è probabile che sia il Congresso americano, sia la Commissione europea saranno influenzate, nella valutazione delle pratiche distorsive della concorrenza, di questa tensione, che potrebbe penalizzare il giudizio dei comportamenti delle TCC e portare a sanzioni e limitazioni del loro raggio di azione.

[1]     OECD, Policy Responses to Coronavirus (COVID-19),  Updated 2 June 2020.

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